Sotto il miracolo, l'India dei conflitti

Un paese oggetto di sfruttamento intensivo di risorse umane e materie prime, in cui forti conflitti schiacciano la società civile. Il réportage di Marina Forti, con figure potenti di donne che si battono per uno spazio di libertà e non violenza

Quello di Marina Forti, in Il cuore di tenebra dell'India, inferno sotto il miracolo, è un linguaggio secco, senza abbandoni, da vera reporter. È una scrittura bella, non una bella scrittura. Un merito quando si parla di India, tema in cui colorismo e seduzione sono sempre in agguato per tutti, viaggiatori, romanzieri, giornalisti. Fin dal titolo e dalla copertina – una tigre che sbuffa smog da fauci che somigliano a ciminiere – possiamo intuire che il viaggio sarà duro, in terre remote dove la legalità è sospesa, l'ambiente minacciato e l'inferno sociale crudo, con poche speranze di sollievo.

Si tratta di quelle zone dell'India Nord e Centro Orientale che, nella retorica dei combattenti naxaliti di ispirazione maoista, vanno sotto il nome di “corridoio rosso”. Non esiste alcun corridoio redento e fiero, in realtà, ci informa Forti, ma solo un'immensa distesa di terre negli stati di Jhakhand, Chhatisgarh e in parte dell'Orissa e del Bengala Occidentale. Distese che la nostra immaginazione fatica persino a figurare. Foreste - come quella di Abujhmaad – grandi come la Liguria. Aree tribali (adivasi, così si chiamano i nativi indiani) ampie come il Belgio.

Lì lo stato arriva soltanto con le forze speciali e le tute mimetiche. Mentre la “maledizione delle risorse” ne perseguita gli abitanti. Allo sviluppo soft delle grande metropoli, al terziario un po' avanzato un po' straccione, si contrappone la crescita hard: acciaierie, raffinerie, cave, estrazione di minerali, zone economiche speciali. Laggiù si viaggia avendo in mente tre mappe, quella delle popolazioni adivasi che disperatamente resistono attaccate alle loro terre, quella dei giacimenti e quella degli avamposti sotto il potere della guerriglia. Le tre mappe sostanzialmente si sovrappongono. Così come le azioni antiguerriglia spesso scelgono chirurgicamente i siti dove si stanno trattando nuove concessioni alle imprese per dare vita a zone economiche speciali.

Il conflitto non è esotico, anzi è moderno o post-moderno. Sfruttamento globale delle risorse umane e ingordigia di quelle naturali ne sono le linee guida. Anche l'ipertrofia burocratica e gli alibi federalisti somigliano ai problemi di casa nostra. Gli stati di Jhakhand e Chhatisgarh nacquero per avvicinare il potere locale ai tribali e attenuare il conflitto, ma un ceto politico corrotto ha cooptato qualche adivasi arricchito e ha contribuito, insieme alla brutalità della polizia e delle milizie irregolari Salwa Judum, ad annullare l'autonomia della società civile. Intanto, da un po' di tempo a questa parte a Delhi, Anna Haazara, un leader che partecipa delle ombre e delle luci di quella che da noi si chiama “antipolitica”, si batte come sa contro la corruzione e i vecchi assetti.

Se Marina Forti rifugge dall'esotismo, si guarda bene anche dal subire alcuna seduzione ideologica da parte dei naxaliti. Diversamente da Arundhati Roy (In marcia con i ribelli, Guanda 2012) il suo sguardo sui guerriglieri è freddo, distante, analitico.

Quello che le preme è il soffocamento, tra i due contendenti, della società civile, di cui cerca molti testimoni. Come le confida un medico di Jagdalpur: “nei villaggi non hanno molta scelta; possono solo scegliere se gli conviene stare con i maoisti o con lo stato, e in ogni caso rischiano la rappresaglia dall'altra parte”. E tuttavia l'autrice osserva: “Per molte donne adivasi l'Esercito guerrigliero di liberazione del popolo è una via di emancipazione personale da tradizioni oppressive, oltre che di rivolta contro le forze di sicurezza. L'organizzazione delle donne, ad esempio, ha condotto campagne contro la bigamia e i lavori forzati”.

Tuttavia le testimoni che Marina sceglie – le donne sono le figure più potenti del suo reportage – si battono disperatamente per uno spazio intermedio dove libertà e non-violenza convivano. La terra è l'ancoramento di molte. L'ambientalismo non sembra materia di occidentali ricchi. Ad Asna, un villaggio ai bordi della foresta, le adivasi con la loro leader Kalawati per anni hanno resistito alle recinzioni del Dipartimento forestale piazzandosi lungo il loro tragitto e hanno cominciato a lavorare il tamarindo, ad allevare il pesce, a produrre sementi dalle coltivazioni locali e anche a ottenere che nei consigli direttivi di distretto ci fosse una donna per famiglia, invece di un uomo. Analogamente, a Ranchi un gruppo di donne ha messo su un'officina di medicine tradizionali. È stipata di scaffali con sacchi di erbe, cortecce essiccate, e poi semi e vasi con olii e unguenti. Chi ama l'India sa che personaggi noti a livello internazionale come Vandana Shiva prendono corpo da un ambientalismo diffuso strettamente intrecciato all'orgoglio femminile.

Ma, quando la lente si avvicina, dalla coralità si passa ai ritratti. Il quarto capitolo è dedicato a Soni Sori. Accusata di fiancheggiare i naxaliti, è stata stuprata senza pietà dalla polizia. Le hanno trovato pietre nella vagina. Quasi soltanto la rivista Tehelka, meritorio giornale di inchiesta che anche oggi è in prima fila contro gli stupri, l'ha difesa con passione. Lei, maestra d'asilo e attivista sociale, semplicemente si è rifiutata di schierarsi e di spiare. È ancora agli arresti da più di un anno.

Nell'undicesimo capitolo è di scena il piccolo tea shop (baracchino popolare di tutti i villaggi dell'India) di Dayamani Barla. Prima servetta poi attivista sociale, poi dirigente di un'organizzazione non governativa, Dayamani ha perso il suo ascensore verso il ceto medio quando ha deciso di battersi con gli altri adivasi contro diga di Koel Karo. Attualmente è arrestata.

Chiude la galleria una delle più grandi scrittrici indiane, una delle poche che non ha mai smesso di scrivere nella lingua regionale – in questo caso il begali -, l'ottuagenaria Mahashweta Devi, la voce politica e letteraria deell'orgoglio adivasi.

Perché per punire una donna ribelle non basta una pallottola? - si chiede. “La donna ha un corpo attraente, capace di amare e di generare figli: questa è l'immagine della donna, colei che genera e nutre gli umani, l'acqua, la terra, gli animali. Dunque, se vuoi darle una lezione, fai violenza al suo corpo”.