Tutto l'amore del papa

Habemus papam, di Nanni Moretti. Un film multistrato come una torta, con una profondità di significati e di possibili letture, e una grazia di fondo che regge la narrazione.

Palma d’oro a Cannes per “Habemus papam” di Nanni Moretti? Non so a quanto lo diano i suoi amati bookmaker di Londra, ma io sarei abbastanza propensa a scommetterlo. E “se sbaglio corrigetemi”, tanto per restare nell’ambiente.

Non è un film provinciale, diversamente da come accade spesso al cinema italiano, che capiamo solo noi, segregati come siamo nel nostro piccolo mondo in cui ripetiamo i numeri delle barzellette che conosciamo a memoria e che ancora ci fanno ridere a crepapelle. Come matti nel manicomio.

Merito dell’universalità della Chiesa o della grazia della parabola? Di ambedue, forse.

E poi è un film polisemico, o multistrato come una torta, anche qui tanto per restare in clima morettiano.

Nonostante tanti abbiano scritto e più ancora abbiano visto si possono tirare ancora nuovi fili dalla commedia dolorosa di Melville e della sua mancata ascesa al soglio. A proposito: perché chiamarlo Melville? Non sarà un omaggio alla splendida novella di Melville “Bartheby lo scrivano” e al pervicace desiderio del protagonista di sottrarsi, sparire, non fare: “I do prefer not” è la battente ripetizione del racconto. Fino a preferire la morte.

C’è stata un’interpretazione femminista letterale: un insieme di uomini soli - qualche suorina osserva con occhi sgranati e miti ciò che accade, ma nessuna prende la parola - non possono che regredire, attutire progressivamente la loro consapevolezza del mondo, dondolare bonariamente nell’aria come pupi invecchiati in preda ai propri tic e alle proprie manie, lo scopone scientifico, i tranquillanti, l’impulso a copiare il nome di quel candidato che all’inizio non si trova. Qualche conduttore televisivo l’ha sottoposta a Nanni Moretti, questa lettura, contando scopertamente in una reazione ironica. Niente affatto. Anzi si è lasciato sfuggire che a un certo punto della scrittura del film, la co-sceneggiatrice Federica Pontremoli avrebbe proposto un papa donna e che per un po’ l’idea avrebbe affascinato i due uomini (Francesco Piccolo e Moretti stesso). Perché l’abbiano scartata, non dice.

C’è una lettura anticlericale e specularmente una clericale.

La prima è più ovvia: Wojtyla è morto (sono proprio i suoi funerali ad accompagnare i titoli di testa), il grande show è finito, nessuno può reggere la nuova sfida. Meglio sottrarsi che vivere di luce riflessa, stare nelle orme del proprio predecessore, beatificarlo per riaccendere le luci del mondo su piazza San Pietro. In più la carità sta altrove, fuori da quelle pompose mura: nella commessa generosa che soccorre Melville, nella ragazza che gli presta il telefono al bar, nel giovane barbuto che sull’autobus ascolta con tenerezza le prove generali del discorso di congedo del papa. Chissà perché parla ad alta voce, ma del resto capita spesso che sugli autobus a Roma i bizzarri cerchino compagnia. E’ un potente? No di sicuro. E’ un anziano signore, sorridente e stralunato che ha un disperato bisogno di tenerezza. Altri indizi di critica alla Chiesa? La bella canzone di Mercedes Sosa, sulle cui note ballano i cardinali: “Cambia, todo cambia/ Cambia lo superficial/Cambia tambien lo profundo/ Cambia el modo de pensar/Cambia todo en este mundo”. Tutto tranne la Chiesa, altezzosa e immutabile. Del resto Melville lo ripropone nel discorso di rinuncia: “La Chiesa ha bisogno di grandi cambiamenti, dell’incontro con tutti”. Non è un film irrispettoso verso la Chiesa (solo pochi integralisti lo hanno sostenuto), ma chiunque conosca la storia e la filmografia di Nanni Moretti sa che è anche un film che cerca e chiede, in maniera dolente ed esigente. Fuor di metafora.

Quella clericale, o che comunque intende rilevare i sentimenti positivi verso la Chiesa, si basa proprio sulla grazia bambina e innocente dei cardinali. Non tramano, non brigano, non anelano al potere. Anzi nel momento decisivo pregano:“Non io, non io signore!”. Anche la fuga del papa dal soglio non è crisi di fede, è impossibilità, senso di inadeguatezza, come hanno ripetuto i critici fini alla noia. E c’è del vero. Quale istituzione laica potrebbe essere descritta oggi se non con i toni della satira, della commedia nera? La Chiesa invece può ancora funzionare (per quanto tempo?) come metafora dell’interiorità, dell’interrogarsi, del labirinto della coscienza. Un’istituzione che, almeno un po’, cerca di non mentire.

Poi c’è la lettura antipsicoanalitica. Facile e forse anch’essa vera. Narciso e ragazzone è il grande psicoanalista, “il migliore di tutti”. Incapace di inibire la sua ripetitività è la moglie, Margherita Buy, con il suo “deficit di accudimento” applicato a tutti ai pazienti come un’etichetta. Esilarante il primo, tenera la seconda. Ambedue impotenti a guarire. La più bella espressione psicologica la inventa, invece, Melville: “Sinusite psichica”. Credo che ne soffriamo tutti, mentre, quanto al deficit di accadimento, chi può dirlo e soprattutto chi può compensarlo?

Ancora c’è la fine lettura (foucaultiana?) di Ida Dominjianni: il centro della narrazione per lei è il potere. “C’è un modo diffuso - scrive – di guardare il potere che lo gonfia e lo ingrandisce….un altro modo che lo svuota, lo scarnifica”. “Il decoro delle istituzioni – continua – è rappresentato qui nella sua forma spettrale”. (il manifesto, 15 aprile 2011). La figura chiave? La guardia svizzera che, dietro la tenda bianca, finge come un’ombra di essere il papa fuggito. E’ il sovrano che si è dissolto. Non è un papa che ci salverà. Né un attore fallito dietro un papa mancato.

Infine Roberta di Monticelli ci invita a dare peso ai riferimenti cecoviani che percorrono il film. E ha ragione. “Voglio… un soggetto per una novella – si rivela nel Gabbiano Sòrin, l’alter ego di Melville – deve intitolarsi così: L’uomo che voleva. L’homme qui a voulu. In giovinezza una volta volevo diventare un uomo di lettere- e non lo sono diventato, volevo essere un parlatore – e ho sempre parlato in maniera nauseante….volevo sposarmi- e non mi sono sposato; volevo vivere sempre in città - e finisco la mia vita in campagna, ecco tutto”. Non è semplicemente l’inadeguatezza tanto sbandierata, ma è lo spleen, il male di vivere, l’impossibilità di essere a tutto tondo là dove si è: è questo a possedere Melville e non soltanto lui.

Ma ora che tanto è stato detto resta un giudizio, un sentimento solo mio? Torna in mente “La Messa è finita”, l’altro film di Moretti a soggetto almeno apparentemente religioso. All’inizio, al padre laico e disincantato che lo interroga sull’amore universale, il giovane prete risponde enfatico che sì, lui lo prova, sa di cosa si tratta. Ma le vicende del film si incaricano di straziarlo, di condurlo a cimento fino alla fuga lontano, in una chiesa al circolo polare artico (anche qui si tratta non di perdere la fede, ma la capacità di condividerla). Verso la fine del film, Giulio, il giovane parroco, gioca con una bambina in un caffè di periferia e a un tratto si illumina e pronuncia ispirato una frase: “Vi amo tutti voi che siete in questo bar”. Sì, quei pochi, nel bar, non il mondo intero.

E’ questa la storia che Moretti racconta ancora, con la grazie della maturità e non più con la rabbia della giovinezza. Il lutto della speranza di onnipotenza dell’amore, dell’amore come strumento di trasformazione del mondo, come magnifica responsabilità. A questo una generazione ha creduto, e della disillusione di non riuscire a praticarlo porta ancora le ferite.

Ma poi c’è il racconto. Che è splendido e struggente. Si piange con papa-Piccoli e si ride con lo psicoanalista Moretti.

Mai una volta in maniera grassa o morbidastra. E già in questo c’è motivo di gratitudine.