Occupazione femminile. L'Italia è un paese a parte

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Dopo una veloce ripresa dalla crisi del 2008, gli Stati Uniti stanno crescendo a ritmi a dir poco invidiabili per l’Europa, da sogno per l’Italia: un 3% è previsto per il 2015 (fonte OCSE). Ma la robusta ripresa non ha invertito tendenze strutturali negative che preoccupavano gli analisti ancor prima che la crisi scoppiasse: l’occupazione femminile mostra un trend decrescente dall’inizio del secolo.

Lo mette bene in luce questo grafico elaborato dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, dove per allertare il lettore statunitense, la freccia punta alla convergenza fra USA e Giappone rispetto al tasso di occupazione delle donne in età centrale. Il Giappone è certamente un paese che pochi americani assocerebbero all’idea di forte emancipazione femminile. Allertato il lettore, gli si propone una chiave di lettura: gli Stati Uniti possono invertire il trend calante del tasso di occupazione femminile solo se mettono in atto una politica di infrastrutture per l’infanzia che per ora è assolutamente carente nel paese.

Il grafico e il relativo commento diffuso dal Washington Post fanno riferimento anche ad altri paesi Europei, fra cui l’Italia. Sia nei confronti dell’Europa che del nostro paese, però, sono più rilevanti le informazioni che mancano di quelle che vengono riportate. Il tasso di occupazione femminile che viene riportato è misurato 'in teste', per usare un linguaggio gergale, ovvero contando le persone che lavorano, indipendentemente dalle ore lavorate. Sia in Germania che in altri paesi europei il part-time è molto diffuso, soprattutto fra le donne. Se si tenesse conto delle ore lavorate, la crescita del tasso di occupazione in Germania negli ultimi quindici anni ne risulterebbe ridimensionata e il confronto con gli Stati Uniti sarebbe molto meno sfavorevole a questi ultimi. Questa riserva vale in parte anche per la forte dinamicità che l’occupazione femminile in Italia mostra rispetto a quella statunitense a partire dal 2000. 

Ma ciò che colpisce di più in questo grafico, e nel relativo commento, è la distanza che continua a separare l’Italia sia dagli Stati Uniti che dal resto dei paesi. Se si abbraccia la tesi dell’autore sull’importanza delle infrastrutture a basso costo per l’infanzia per la tenuta dell’occupazione delle donne, il confronto con l’Italia solleva più interrogativi di quanti ne risolva. Le nostre infrastrutture per l’infanzia sono carenti, ma molto meno che negli Stati Uniti. Cosa spiega dunque la posizione del nostro paese? Non sono molti gli studiosi che si sono cimentati con questa domanda. Delle poche eccezioni abbiamo parlato su inGenere.

Qualche risposta c’è, sebbene la giuria non abbia ancora emesso il verdetto definitivo. Eccone una: nonostante l’immagine 'macho' che molta cinematografia americana promuove, il maschio medio americano partecipa alle faccende domestiche e al lavoro di cura molto più di quello italiano. Certo, sempre tenendo conto del fatto che alla base esiste una differenza di standard: in Italia la quantità di ore non retribuite impiegate per la manutenzione della casa è la più alta tra i paesi Ocse.