Ampliare i posti negli asili nido non significa soltanto offrire un servizio in più per le famiglie, ma rappresenta una leva decisiva per aumentare la partecipazione delle madri al mercato del lavoro. I risultati di uno studio condotto dalle università Ca' Foscari di Venezia e di Verona

Nidi come
futuro

di Ylenia Brilli, Lucia Schiavon

Negli ultimi anni il tema della copertura dei servizi educativi e di cura per la prima infanzia è tornato al centro del dibattito anche grazie agli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che ha stanziato 3 miliardi di euro per 3.777 progetti dedicati alla costruzione e messa in sicurezza di strutture per la prima infanzia, con l’obiettivo di avvicinare l’Italia al target europeo del 33% di copertura.

L’equazione è semplice, ma le sue implicazioni sono profonde: ampliare i posti negli asili nido non significa soltanto offrire un servizio in più per le famiglie, ma rappresenta una leva decisiva per aumentare la partecipazione delle madri al mercato del lavoro. Se la nascita di un figlio o di una figlia rappresenta la realizzazione di un desiderio di genitorialità, per molte donne si trasforma presto in un “punto d’arresto” per la loro carriera professionale.

L’efficacia di questo investimento è confermata da evidenze internazionali: ricerche condotte in Spagna e Germania mostrano come l’estensione dei servizi per l’infanzia possa invertire la rotta in contesti caratterizzati da bassa occupazione femminile. Per il contesto italiano, insieme a Francesco Andreoli (Università di Verona), Simona Fiore (Università di Verona) e Lucia Schiavon (Università Ca' Foscari Venezia), abbiamo condotto lo studio Does expanding nursery places affect mothers' employment?, che considera una politica già conclusa. La ricerca, condotta nell'ambito del progetto Rethinking incentives and barrIers to maternal employment (Retain), finanziato dal programma Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale (Prin), guarda infatti al Piano straordinario per lo sviluppo dei servizi per la prima infanzia (Pssspi), avviato nel 2007, che ha destinato circa 1 miliardo di euro ad ampliare i servizi 0–2 anni, ridurre i divari territoriali e migliorare la qualità complessiva dei servizi. 

La particolarità del Piano straordinario risiede nel fatto che le regioni hanno iniziato ad attuarlo in anni diversi, e all’interno di ciascuna regione solo una parte dei comuni ha effettivamente aumentato i posti disponibili. Questo andamento “a scaglioni” nel tempo e nello spazio permette a chi fa ricerca di confrontare madri simili che vivono in comuni trattati e non trattati, prima e dopo l’introduzione della riforma, isolando così l’effetto dell’espansione dei servizi educativi per la prima infanzia.

Per avere un quadro completo, la ricerca combina due fonti statistiche che si parlano tra loro. Da un lato, una nuova indagine campionaria, condotta dal team di ricerca, realizzata nel 2023 su circa 1.500 madri con figli o figlie nate tra il 2003 e il 2011, distribuite in comuni di tutte le regioni italiane. Questa indagine raccoglie informazioni di dettaglio sulla frequenza ai nidi, le ragioni della non frequenza, su chi si prende cura del bambino o della bambina e sulle traiettorie lavorative dei genitori dopo la nascita. Dall’altro, l’Indagine sulle forze di lavoro di Istat, che copre oltre 7 milioni di individui tra il 2004 e il 2014. L’analisi si concentra sulle famiglie con almeno un figlio o una figlia di 0–2 anni per studiare le scelte di partecipazione e di orario lavorativo di madri e padri.

L’uso congiunto delle due fonti permette di incrociare le dinamiche all’interno delle famiglie (chi si occupa dei bambini e delle bambine, perché non si usa il nido, come cambia il lavoro della madre) con l’evidenza rappresentativa a livello nazionale sulle scelte occupazionali.

I risultati indicano che nei comuni che hanno ampliato l’offerta di servizi per la prima infanzia, le madri lavorano di più. Nell’indagine condotta dal team di ricerca, le madri esposte all’espansione dei nidi hanno una probabilità di essere occupate dopo la nascita più alta di circa 16 punti percentuali rispetto alle altre, e la probabilità di lavorare a tempo pieno aumenta in misura analoga. Anche i dati dell’Indagine sulle forze di lavoro confermano un effetto positivo: le madri residenti in comuni trattati sono più spesso attive nel mercato del lavoro e più frequentemente occupate, anche quando si tengono fisse nel modello le differenze tra comuni e l’andamento nel tempo delle province. L’effetto è più marcato tra le madri di bambini e bambine di 1 e 2 anni, mentre per chi ha un neonato o una neonata sotto l’anno di età l’impatto è attenuato, anche perché in quella fase molte donne sono ancora coperte dal congedo di maternità.

L’espansione dei nidi non si limita ad aumentare il numero di madri che lavorano: incide anche sulla qualità dei percorsi occupazionali. Dai dati raccolti, emerge che le madri nei comuni trattati non solo tornano più spesso al lavoro, ma in media mantengono più frequentemente lo stesso impiego e la stessa posizione contrattuale, anziché uscire per rientrare in lavori più precari o meno qualificati.

L’espansione dei posti nei servizi 0–2 incide anche su chi si prende cura dei bambini e delle bambine e sul perché alcune famiglie non usano il nido. Nei comuni trattati cala la quota di madri che dichiarano di non utilizzare il nido per mancanza di disponibilità, diminuisce in modo significativo la probabilità che il bambino o la bambina sia accudita principalmente dalla madre o dai nonni, e aumenta, al contrario, il ricorso a figure di cura non familiari (come le baby‑sitter) a supporto del nido. Questa combinazione indica che il nido sostituisce parzialmente la cura familiare, liberando tempo delle madri e dei nonni, ma non azzera la necessità di “cura aggiuntiva” oltre l’orario del servizio. Una lettura plausibile è che gli orari di apertura di molti servizi non siano ancora pienamente compatibili con l’organizzazione del lavoro a tempo pieno, obbligando le famiglie a costruire “pacchetti di cura” che integrino pubblico, privato e rete informale.

Un risultato altrettanto rilevante è ciò che non cambia: le condizioni occupazionali dei padri. Né l’indagine originale né l’analisi sulle forze di lavoro rilevano effetti significativi del piano di espansione dei nidi sull’occupazione maschile, sulla probabilità di lavorare part-time o sugli orari di lavoro dei padri. Questo suggerisce che la leva dei servizi educativi per l’infanzia, in un contesto come quello italiano, agisce soprattutto sul lato femminile della divisione del lavoro, correggendo parzialmente la child penalty ma senza modificare in modo sostanziale i ruoli di genere nella famiglia. L’aumento della partecipazione materna, in altre parole, avviene a parità di comportamento dei padri e con un ruolo ancora forte di soluzioni alternative e informali per coprire le necessità di cura.

Queste evidenze offrono indicazioni precise per gli investimenti oggi in corso, a partire dalle risorse del Pnrr destinate ai servizi per la prima infanzia. Il caso del Piano straordinario per lo sviluppo dei servizi per la prima infanzia mostra che aumentare la copertura dei nidi è una politica efficace per sostenere l’occupazione delle madri e ridurre la dipendenza dalla sola cura familiare.

Al tempo stesso, la persistenza di un forte ricorso a baby‑sitter e altre figure di caregiver non familiari segnala che la sola apertura di posti non basta: contano la distribuzione territoriale, i costi, ma anche la progettazione degli orari e dell’organizzazione del servizio. La sfida è integrare quantità, qualità e compatibilità con i tempi di lavoro, per trasformare il nido in una vera infrastruttura di uguaglianza.

Riferimenti

Y. Brilli, F. Andreoli, S. Fiore, L. Schiavon, Does expanding nursery places affect mothers' employment?.

S. Bauernschuster, M. Schlotter, Public child care and mothers’ labor supply-evidence from two quasi-experiments, Journal of Public Economics 123, 1–16, 2015. 

N. Nollenberger, N. Rodrıguez-Planas, Full-time universal childcare in a context of low maternal employment: Quasi-experimental evidence from Spain, Labour Economics 36, 124–13, 2015. 


Source URL: https://www.ingenere.it/articoli/nidi-come-futuro