Negli ultimi anni l'editoria per l'infanzia ha mostrato una crescente sensibilità al superamento di stereotipi e pregiudizi legati al genere. Non si tratta di trasmettere messaggi ma di tornare a interrogare le storie e la nostra capacità di raccontarle. È quello che fa il progetto Bibi, programma educativo interdisciplinare con attività in sette diverse regioni italiane. Ne parliamo con la coordinatrice Marnie Campagnaro, docente di Letteratura per l’infanzia all'Università di Padova
Altre storie con
Marnie Campagnaro
Da sempre presenti nel dibattito della letteratura per l’infanzia, negli ultimi anni le questioni di genere hanno assunto una presenza e uno spazio sempre più espliciti nell'ambito dell’editoria di riferimento. Oggi, molte case editrici danno infatti rilievo a figure femminili di spicco o a personaggi inventati ma complessi e lontani dagli stereotipi di genere.
In questo contesto, risultano particolarmente interessanti le attività realizzate dal progetto Bibi, un programma di intervento educativo che lavora per decostruire gli stereotipi di genere e restituire alle giovani generazioni storie di vita capaci di attivare pensiero critico e immaginazione.
Ne parliamo con Marnie Campagnaro, professoressa associata di Letteratura per l’infanzia e l’adolescenza presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia applicata (Fisppa) dell’Università di Padova, che fa parte del coordinamento scientifico del progetto.
Che contributo ha fornito negli ultimi anni la ricerca accademica sulle questioni di genere nella letteratura per l’infanzia?
Negli ultimi anni la ricerca accademica ha dedicato un’attenzione crescente alle biografie per l’infanzia, riconoscendole come uno dei generi più influenti nella costruzione dell’immaginario di genere. Studi condotti, tra le altre, da Clémentine Beauvais, Emma F. Bloomfield, Louise Couceiro, Kate Douglas, Chiara Malpezzi o Sara Vanderhaagen hanno mostrato come le biografie rivolte a bambine e bambini siano testi tutt’altro che neutri: raccontare una vita significa sempre selezionare, semplificare, attribuire valore e proporre modelli di identificazione. In questo quadro, molte ricerche convergono sulla necessità di superare narrazioni lineari e celebrative, soprattutto nelle biografie di donne, evidenziando come la complessità delle vite narrate – fatta di dubbi, contraddizioni e fallimenti – rappresenti un elemento educativo fondamentale per evitare nuove forme di idealizzazione e il rischio di trasformare l’empowerment in un messaggio semplificato e prescrittivo. La rilevanza di questo dibattito è confermata anche dalla recente pubblicazione dal numero speciale, disponibile in modalità open access, della rivista scientifica Strenæ, punto di riferimento a livello internazionale per gli studi sulla letteratura per l’infanzia e sull’analisi dell’immaginario culturale, anche femminile, che dedica ampio spazio all’analisi delle biografie per l’infanzia come luogo critico di costruzione – e di messa in discussione – dei modelli di genere e dei processi di rappresentazione.
Come si colloca il progetto Bibi in questo scenario?
Si inserisce in questo quadro di studi, assumendo come riferimento queste riflessioni teoriche e traducendole in un programma di ricerca e intervento educativo. Bibi lavora sulle biografie e sulle biofiction (cioè quella pratica narrativa che unisce il genere della biografia e il racconto di finzione, ndr) come spazi narrativi complessi, in cui testo e immagini possono ampliare l’orizzonte del possibile, contribuire alla decostruzione degli stereotipi di genere e restituire alle giovani generazioni storie di vita non esemplari in senso prescrittivo, ma capaci di attivare pensiero critico e immaginazione. Un'attenzione particolare è rivolta inoltre agli studi sulla visual literacy (alfabetizzazione visiva, ovvero la capacità di comprendere e creare immagini, ma anche di pensare e imparare in termini di immagini, ndr). Il progetto analizza il ruolo delle immagini nelle biografie illustrate, mostrando come posture, ambienti e gesti concorrano a costruire modelli visivi di femminilità e mascolinità che incidono precocemente sulle aspettative di bambine e bambini. In questa prospettiva, l’educazione allo sguardo critico diventa uno strumento fondamentale per rendere visibile la dimensione storica e culturale delle rappresentazioni e per interrogare il loro potere formativo.
Il progetto Bibi è stato realizzato con il contributo del Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, risultando fra i vincitori di un bando nazionale fra 697 candidati. Qual è a suo avviso il principale punto di forza del progetto?
Uno dei principali punti di forza del progetto è il suo impianto scientifico interdisciplinare, che consente di affrontare il tema delle biografie e delle biofiction d’infanzia da più punti di vista complementari. Gli studi di letteratura per l’infanzia dialogano con la psicologia dello sviluppo, la storia dell’immaginario educativo, la visual literacy e la statistica sociale, permettendo di considerare le narrazioni biografiche non solo come testi culturali, ma come strumenti che intervengono nei processi di costruzione dell’identità, delle rappresentazioni sociali e delle aspettative di genere fin dalla prima infanzia. In questo quadro è centrale il dialogo fra storia della biografia d’infanzia e dell’immaginario culturale con la psicologia e gli studi di genere, che hanno messo in evidenza come gli stereotipi di genere si formino molto precocemente e influenzino la conoscenza del mondo del lavoro, l’orientamento e le aspirazioni future di bambine e bambini. Integrare questi risultati con l’analisi delle storie di vita consente di comprendere meglio come e quando le biografie possano agire come leve educative, capaci sia di rinforzare che di mettere in discussione rappresentazioni stereotipate legate a ruoli, competenze e professioni.
Quali altri aspetti rendono il progetto Bibi particolarmente efficace? E a quali domande cerca di dare risposta?
Un altro punto di forza è l’integrazione strutturale tra ricerca accademica e intervento educativo. Bibi non si limita allo studio dei testi, ma lavora sulle pratiche di mediazione: come le biografie per l’infanzia vengono lette e discusse nei contesti educativi, quali dispositivi favoriscono una lettura critica e in che modo insegnanti, educatrici, educatori, bibliotecarie e bibliotecari possano essere accompagnate in questo percorso. Il progetto risponde così a domande centrali: quali modelli di vita vengono resi visibili? Quali restano ai margini? E come evitare che le biografie diventino strumenti puramente celebrativi o prescrittivi? Il terzo punto di forza, strettamente intrecciato ai precedenti, è la costruzione di una rete nazionale ampia e partecipata, che rende possibile il dialogo continuo tra teoria e pratica. Il progetto è coordinato dall’Università di Padova, attraverso il gruppo di ricerca interdisciplinare Letteratura per l'infanzia e l'adolescenza (Letin) del Dipartimento Fisppa, e coinvolge studiose e studiosi di altri atenei italiani, tra cui l’Università "Gabriele d’Annunzio" di Chieti-Pescara. Accanto al mondo universitario, la rete comprende partner culturali fondamentali quali la casa editrice Settenove e la rete territoriale che coinvolge oltre duecento comuni, scuole, biblioteche e servizi educativi. Le attività del progetto, infatti, sono attualmente distribuite in sette regioni italiane (Abruzzo, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Marche, Romagna Piemonte e Veneto), permettendo di sperimentare i percorsi di Bibi in contesti educativi molto diversi tra loro e di osservare in modo comparato gli effetti delle narrazioni biografiche nelle diverse fasce d’età. Altrettanto rilevante è la partnership con la rivista LiBeR.
Ci può descrivere nel dettaglio le diverse fasi in cui si articola il progetto?
Le fasi principali del progetto sono quattro, pensate come un percorso progressivo che integra progettazione scientifica, sperimentazione educativa e restituzione pubblica dei risultati. La prima è dedicata alla pianificazione e alla costruzione dell’impianto di ricerca. In questo momento iniziale vengono definiti il quadro teorico di riferimento, il corpus di biografie e biofiction d’infanzia, gli strumenti di lavoro e il tavolo partenariale nazionale. Parallelamente si svolgono attività di formazione rivolte a insegnanti, educatrici, educatori, bibliotecarie, bibliotecari, operatrici e operatori culturali, per condividere linguaggi, obiettivi e metodologie comuni. Segue una seconda fase di sperimentazione sul campo, che coinvolge scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado nelle diverse regioni della rete. In questa fase, i percorsi di Bibi vengono messi alla prova nei contesti educativi reali, attraverso attività di lettura dialogica, educazione allo sguardo, esplorazione delle immagini e lavoro sulle storie di vita. La sperimentazione consente di osservare come bambine e bambini interagiscono con le narrazioni biografiche e quali rappresentazioni di genere emergono durante le attività. La terza fase è dedicata alla raccolta, analisi e validazione dei dati. Le osservazioni, i materiali prodotti e le risposte raccolte nei diversi contesti vengono analizzati in modo sistematico, anche attraverso strumenti di monitoraggio condivisi. Questa fase consente di valutare l’efficacia delle attività, di individuare criticità e di rivedere i materiali educativi alla luce dei risultati emersi. L’ultima fase riguarda la disseminazione e la restituzione pubblica del progetto. I risultati vengono condivisi attraverso pubblicazioni, eventi di formazione, incontri pubblici e strumenti open access, con l’obiettivo di rendere le risorse di Bibi disponibili anche oltre la durata del progetto. In questa prospettiva, il progetto è pensato come un modello replicabile, capace di continuare a generare pratiche educative e riflessioni critiche sul tema delle biografie, delle biofiction e della parità di genere.
Fra i suoi obiettivi, il progetto si propone di “destrutturare gli stereotipi di genere” non solo attraverso le biografie, ma anche le biofiction d’infanzia. Perché questa scelta, che punta non solo all’ingrediente storico, ma anche a quello della finzione?
La scelta di lavorare anche sulle biofiction nasce dalla consapevolezza che, nella letteratura per l’infanzia, il confine tra racconto storico e costruzione narrativa è sempre stato mobile. Le biografie per l’infanzia e l’adolescenza non sono mai una semplice trasposizione dei fatti, ma il risultato di selezioni, omissioni e mediazioni pensate per rendere una vita comprensibile e significativa. In questo senso, la finzione non è un elemento estraneo alla biografia, ma una componente strutturale del modo in cui le storie di vita vengono raccontate. Le biofiction permettono di rendere visibili aspetti dell’esperienza umana che spesso restano ai margini delle narrazioni più tradizionali: emozioni, dubbi, fallimenti, conflitti interiori, relazioni. Dal punto di vista educativo, questi elementi sono cruciali, perché consentono a bambine e bambini di identificarsi con figure non idealizzate e di riconoscere la complessità dei percorsi di vita, evitando modelli eroici rigidi e irraggiungibili, che rischiano di rinforzare nuovi stereotipi “positivi”. Inoltre, la biofiction offre uno spazio narrativo particolarmente efficace per lavorare sulla dimensione simbolica. Attraverso metafore, immagini e situazioni immaginate, è possibile raccontare in modo accessibile anche vincoli storici, discriminazioni e rapporti di potere che hanno segnato le vite delle donne, senza appiattirli in una narrazione didascalica. La fedeltà non è solo ai fatti, ma a una verità interpretativa ed emotiva che aiuta a comprendere il senso delle scelte, delle resistenze e delle possibilità aperte. In questa prospettiva, biografie e biofiction non sono in opposizione, ma agiscono in modo complementare. Lavorare su entrambe consente a Bibi di offrire alle giovani generazioni storie di vita capaci non solo di informare, ma di attivare immaginazione, pensiero critico ed empatia, elementi fondamentali per mettere in discussione gli stereotipi di genere fin dall’infanzia.
Ci può elencare tre titoli di biografie o biofiction di recente produzione che ritiene particolarmente valide?
La produzione contemporanea di biografie e biofiction per l’infanzia è oggi estremamente ampia e, in molti casi, di grande qualità. Proprio per questo, isolare tre titoli rischierebbe di risultare poco significativo e di restituire un’immagine parziale di un panorama editoriale molto articolato, che comprende opere diverse per approccio, linguaggio, fascia d’età e contesto culturale. Per questa ragione, nel progetto Bibi abbiamo scelto di non lavorare su singoli titoli “esemplari”, ma di costruire e analizzare un corpus ragionato di biografie e biofiction, selezionate sulla base di criteri condivisi: la qualità narrativa e iconografica, l’attenzione alla complessità delle figure rappresentate, la capacità di evitare stereotipi semplificanti e la potenzialità educativa dei testi nei diversi contesti scolastici. Il corpus di Bibi comprende biografie individuali e collettive, albi illustrati, graphic novel e biofiction provenienti da contesti editoriali diversi, e copre un arco ampio di esperienze femminili, professioni, provenienze geografiche e storiche. Questa scelta consente di lavorare per costellazioni di testi, mettendo in relazione opere differenti e favorendo confronti critici, piuttosto che proporre modelli isolati. Più che indicare “tre buoni libri”, forse vale la pena di ragionare sull’importanza di imparare a leggere criticamente le biografie e le biofiction d’infanzia: riconoscerne le strategie narrative e visive, interrogare i modelli di genere proposti e valutare il loro impatto sull’immaginario di bambine e bambini. In questa prospettiva, è il lavoro sul corpus e sulla mediazione educativa a costituire il vero valore aggiunto.
Bibi punta anche a superare lo sguardo eurocentrico, attraverso la valorizzazione di biografie o biofiction di altri continenti. Quanto è importante iniziare a “decentrarsi” e aprirsi all’altro nell’età dello sviluppo attraverso progetti come questo?
È fondamentale, perché lo sguardo sul mondo si costruisce molto presto e tende a naturalizzare gerarchie culturali che in realtà sono storicamente e socialmente prodotte. I contributi degli studi postcoloniali e dei degli studi critici hanno mostrato con chiarezza come l’eurocentrismo non sia solo una questione geografica, ma un modo implicito di stabilire quali storie contano, quali soggetti sono degni di memoria e quali esperienze restano ai margini. Le biografie e le biofiction d’infanzia svolgono un ruolo decisivo in questo processo: attraverso la selezione delle vite raccontate, contribuiscono a definire l’orizzonte del possibile e del pensabile. Proporre storie di donne provenienti da altri continenti significa rendere visibili saperi, forme di resistenza, pratiche di cura e traiettorie di vita che mettono in discussione narrazioni dominanti e modelli unici di successo. Nell’età dello sviluppo, questo lavoro di apertura ha un valore educativo cruciale. Decentrarsi non vuol dire sostituire un canone con un altro, ma educare alla pluralità dei punti di vista, alla complessità delle storie e al riconoscimento dell’altro come soggetto portatore di esperienza e agency. Progetti come Bibi contribuiscono così a costruire uno sguardo più consapevole e critico, capace di interrogare le disuguaglianze e di immaginare forme di convivenza più eque fin dall’infanzia.
Storie della buonanotte per bambine ribelli di Elena Favilli e Francesca Cavallo, pubblicato per la prima volta nel 2016, è stato un caso editoriale, e negli ultimi dieci anni ha fatto un po’ da apripista al genere delle biografie di donne d’eccezione. Tuttavia, c’è chi ha criticato l’eccessiva semplificazione della scrittura e delle biografie presentate. Cosa ne pensa? Intravede un rischio di banalizzazione, in operazioni editoriali come queste? E in che modo Bibi può sfuggire il rischio di didascalismo?
Il libro di Elena Favilli e Francesca Cavallo è stato indubbiamente un caso editoriale di grande successo e ha contribuito a rendere visibili figure femminili spesso assenti dai canoni tradizionali. Tuttavia, come ha messo bene in luce Gabriella Seveso dell’Università di Milano-Bicocca, si tratta di un’operazione che va letta criticamente anche come prodotto fortemente segnato da logiche commerciali e di marketing. Il problema non è solo la semplificazione delle biografie, ma il rischio di una riduzione simbolica: figure storiche complesse vengono trasformate in icone rapidamente consumabili, più funzionali all’identificazione immediata che a una reale comprensione storica. Inoltre, il volume di Favilli e Cavallo non nasce nel vuoto, ma si inserisce in una lunga tradizione di editoria critica e femminista per l’infanzia. Già nel 2013, ad esempio, la casa editrice Sinnos aveva pubblicato il volume Cattive ragazze, più articolato sul piano narrativo e meno didascalico, che però non ha avuto la stessa risonanza mediatica. Questo confronto mette in evidenza come il successo di Storie della buonanotte non dipenda solo dal tema, ma dalla capacità di intercettare il mercato globale con un formato immediato, seriale e altamente riconoscibile. Progetti come Bibi possono distinguersi proprio evitando questa semplificazione: lavorando sulla complessità, sul processo narrativo e sull’esperienza di lettura, piuttosto che sulla celebrazione rapida di modelli esemplari.
Nel primo seminario del progetto Bibi, fra le relatrici c’è stata anche Marzia Camarda, autrice, oltre che del recente Dizionario di genere, edito da Settenove, anche di Una “savia bambina”. Gianni Rodari e i modelli femminili. In che modo un autore come Rodari è riuscito a restituire la sua sensibilità all’equilibrio di genere nella sua narrativa destinata all’infanzia?
Rodari non ha mai lavorato esplicitamente sul tema dell’equilibrio di genere nel senso in cui lo intendiamo oggi, ma ha mostrato una sensibilità diffusa verso l’infanzia come spazio di libertà, intelligenza e possibilità, evitando spesso ruoli rigidamente stereotipati. La sua scrittura, fondata sul gioco linguistico, sull’ironia e sul rovesciamento delle convenzioni, lascia spazio a personaggi femminili autonomi e non subalterni, senza però configurarsi, a mio avviso, come un progetto sistematico di riflessione sul genere.
Quali altri autori e autrici italiane, a suo avviso, ci sono riuscite altrettanto bene?
Personalmente – e questa è una mia posizione di lettrice – ritengo che siano soprattutto alcune scrittrici ad aver contribuito in modo significativo ad ampliare l’immaginario di genere nella letteratura per l’infanzia, in epoche e con modalità diverse. Accanto a figure centralissime della letteratura per l’infanzia italiana come Bianca Pitzorno, Chiara Carminati, Giusi Quarenghi, Beatrice Masini e Pia Valentinis, mi sembra importante ricordare anche voci più recenti del panorama contemporaneo, come Anna Paolini e Serena Ballista, che stanno lavorando su figure, relazioni e identità con uno sguardo attento alla complessità e alle trasformazioni del presente. Insieme, queste autrici mostrano come l’ampliamento dell’immaginario di genere nella letteratura per l’infanzia non sia il risultato di un’unica linea o di un progetto dichiarato, ma di una stratificazione di voci, poetiche e generazioni, che hanno contribuito – e continuano a contribuire – a rendere più plurali e meno normativi i mondi narrativi offerti a bambine e bambini.
Quali sono i limiti maggiori nell’attuale produzione editoriale italiana destinata all’infanzia rispetto alle questioni di genere? Vede differenze di attenzione rispetto alle diverse fasce d’età dei libri per bambini/e e ragazzi/e?
L’editoria italiana per l’infanzia mostra oggi, a mio avviso, una grande attenzione e una crescente sensibilità verso le questioni di genere. Negli ultimi anni sono aumentate in modo significativo le proposte editoriali che mettono in discussione stereotipi tradizionali, sia attraverso personaggi femminili complessi sia attraverso rappresentazioni più plurali delle identità e delle relazioni. Parlare genericamente di “limiti” rischia quindi di essere riduttivo e poco aderente alla realtà del panorama editoriale attuale. Semmai, si possono richiamare alcune ingenuità ricorrenti: la tendenza, in certi casi, a semplificare eccessivamente i messaggi, a sovraccaricare i testi di intenzionalità pedagogica o a sostituire o ribaltare vecchi stereotipi con nuovi modelli altrettanto normativi. Sono criticità che non annullano, però, la qualità complessiva di molte proposte.
Nel libro Le terre della fantasia da lei curato, edito da Donzelli nel 2015, ricorda che chi si occupa di critica della letteratura per l’infanzia “dovrebbe anche saper avvicinare l’educatore, l’insegnante, il bibliotecario a scrittori significativi, ma poco conosciuti o sottovalutati, mostrando le relazioni esistenti tra opere di epoche diverse, indicando libri che accrescono la comprensione del mondo e che illuminano i giovani lettori sui rapporti tra arte, vita, scienza ed etica”. Nel costruire biografie e biofiction d’infanzia, il progetto Bibi raccoglie questa sfida così complessa?
Il progetto si muove certamente in quella direzione, ma senza l’idea che una sfida di questo tipo possa dirsi semplicemente “risolta”. Lavorare sulle biografie e sulle biofiction significa, anche qui, tentare di costruire connessioni tra testi, epoche, geografie, culture e linguaggi e offrire strumenti di orientamento e di lettura critica. Più che indicare soluzioni definitive, Bibi prova a creare spazi di confronto e di mediazione, consapevole che il rapporto tra letteratura, educazione e comprensione del mondo resta un terreno aperto, complesso e inevitabilmente problematico.
Nel libro La porta segreta. Perché i libri per bambini sono una cosa serissima, Marc Barnett scrive che “il senso è creato in maniera collaborativa: il bambino porta la sua intelligenza ed esperienza davanti a un’opera d’arte e insieme agli autori, decide qual è il significato di quella storia per lui”. Quanto è importante questo aspetto nell’ambito del progetto Bibi?
Nel progetto questo aspetto non viene negato, ma spostato e problematizzato. L’idea che il senso di un testo si costruisca in modo collaborativo tra l'opera e chi la legge è infatti da tempo acquisita negli studi sulla lettura e sulla letteratura per l’infanzia, che riconoscono alle bambine e ai bambini un ruolo attivo nei processi di interpretazione. La questione che ci interessa, però, è un’altra e più complessa: come articolare consapevolezza delle istanze di giustizia sociale, delle questioni di genere e dei processi di dislocazione culturale dell’immaginario nella letteratura per l’infanzia, senza ridurre il potenziale emozionale ed estetico dell’esperienza di lettura?
Qual è quindi, a suo avviso, la vera sfida?
Non si tratta di “trasmettere messaggi” o di affidare alla lettura un compito edificante, ma di interrogare la capacità trasformativa delle storie: il modo in cui una narrazione, un’immagine, un ritmo, una voce possono generare domande, disallineamenti, attrito, e aprire uno spazio di confronto tra punti di vista diversi. È nell’esperienza condivisa della lettura – nel dialogo tra testo, lettrici e lettori, adulti mediatori e contesti – che può emergere una forma di consapevolezza non prescrittiva, ma incarnata e militante. In questo senso, Bibi si avvicina alla prospettiva della filosofa femminista Donna Haraway e alla sua idea di staying with the trouble: restare dentro la complessità, senza rifugiarsi né in soluzioni semplificanti né in una postura puramente dichiarativa. Le storie non “risolvono” le ingiustizie, ma possono attivare response-ability, ovvero la capacità di ragionare, di immaginare, di agire insieme. È in questo stare nel trouble – emotivo, estetico, etico – che la letteratura per l’infanzia conserva tutta la sua forza.
Riferimenti
M. Barnett, C. Ellis, La porta segreta. Perché i libri per bambini sono una cosa serissima, traduzione di Sara Ragusa, Terre di mezzo Editore, 2024.
M. Camarda, Dizionario di genere. Definizioni e relazioni per la comprensione dei fenomeni sociali legati al genere, Settenove, 2025.
M. Camarda, Una «savia bambina». Gianni Rodari e i modelli femminili, Settenove, 2018.
M. Campagnaro (a cura di), Le terre della fantasia. Leggere la letteratura per l’infanzia e l’adolescenza, Donzelli, 2015.
M. Campagnaro, C. Malpezzi (a cura di), Penser la biographie pour la jeunesse: histoire, tendances contemporaines et récits multimodaux / Reframing Biography for Children: Historical Roots, Research Trajectories, and Literary-Visual Strategies, in Strenæ. Recherches sur les livres et objets culturels de l’enfance, 27, 2025.
E. Favilli, F. Cavallo, Storie della buonanotte per bambine ribelli, Mondadori, 2016.
E. Ortu (a cura di), Oltre lo specchio delle bugie: indagini sulle alterità di genere nelle narrazioni per l’infanzia e l’adolescenza, Edizioni Junior, 2022.
A. Petricelli, S. Riccardi, Cattive ragazze, Sinnos, 2013.