Anche quest'anno non ci sono donne tra le persone premiate con un Nobel in ambito scientifico. Interpretiamo la disparità ricostruendo la storia dei numeri negli anni, e guardando ai meccanismi attraverso cui si costruiscono merito e riconoscimento

Fare i conti
col Nobel

di Barbara Leda Kenny

Nel 2026 i sei premi Nobel per fisica, chimica e medicina sono andati tutti a uomini. Era già accaduto nel 2024 e nel 2021. Dal 1901 le tre discipline scientifiche hanno assegnato 668 premi individuali: 27 sono andati a donne, il 4%. Le scienziate premiate sono 26, perché Marie Curie ha ricevuto due Nobel, per la fisica nel 1903 e per la chimica nel 1911.

Allargando lo sguardo a tutte e sei le categorie, economia compresa, e contando solo le persone (e non le organizzazioni), le donne premiate sono 70 su 1.005 assegnazioni, il 7%.

Più premiate, ma la quota cresce lentamente

Ho provato a fare un esercizio: contare le scienziate dall’irruzione sulla scena del femminismo, e quindi vedere se il numero delle premiate è cresciuto negli ultimi cinquant'anni. Tra il 1901 e il 1975 le donne premiate erano state 15; dal 1976 al 2026 sono 55. Nel solo decennio 2017-2026 sono 21, più che nei primi 75 anni di storia del premio. Quindi sembrerebbe che l’avanzare delle donne nella scena pubblica abbia portato anche un maggiore riconoscimento.

Ma non è proprio così. Il numero assoluto, infatti, sopravvaluta il cambiamento. Nel frattempo, sono diventati più frequenti i premi condivisi tra due o tre persone, e dal 1969 si è aggiunta l'economia: i premiati sono aumentati per tutti. Quindi contare le donne non basta, per capire se è cambiato qualcosa dobbiamo ragionare in percentuale. Secondo un'elaborazione di Statista su dati della Fondazione Nobel, le donne erano il 4,1% di chi ha ricevuto il premio tra il 1902 e il 1921 e il 12,4% tra il 2002 e il 2021.

Dopo un secolo, quindi, la presenza femminile è arrivata a poco più di una persona premiata su dieci. E la crescita non è distribuita in modo uniforme tra le categorie.

Scienze ed economia restano sotto una donna su dieci

Il divario tra le categorie è ampio.

In fisica le donne premiate sono 5 su 231 assegnazioni: un premio a una donna ogni 45 andati a uomini.

In economia sono 3 su 101, in chimica 8 su 202, in medicina 14 su 235.

In letteratura il rapporto scende a uno ogni cinque e mezzo (19 donne su 123), nella pace a uno ogni quattro (21 donne su 113 persone premiate).

Anche il periodo più recente conferma la distanza. Dal 2000, secondo i dati riportati da Le Monde, le donne hanno ricevuto 3 dei 72 Nobel per la fisica, 5 dei 70 per la chimica e 8 dei 66 per la medicina. Rispetto alle medie storiche le quote sono quasi raddoppiate, ma restano tra il 4 e il 12%.

Il progresso, poi, non è continuo. Al 2020, con tre scienziate premiate, e al 2023, con due, si alternano anni senza nessuna donna nelle scienze: il 2021, il 2024 e il 2026.

Si premia la scienza di trent'anni fa

Volendo cercare una spiegazione a queste percentuali che non riflettono la partecipazione delle donne in questi ambiti, che infatti è molto più ampia (in medicina le donne, per esempio, sono la maggioranza delle laureate, ma sono presenti anche in chimica e fisica con percentuali ormai molto alte), possiamo dire che i Nobel scientifici premiano spesso scoperte fatte venti, trenta o anche quarant'anni prima. Le liste di oggi riflettono quindi la composizione della ricerca degli anni Ottanta e Novanta. Un sistema in cui le donne raramente guidavano i gruppi a cui veniva attribuita una scoperta.

Questo dato, da solo, non può però giustificare un divario così ampio. Nelle scienze, infatti, la quantità di risultati importanti, specialmente se pensiamo che è un premio globale, lascia ai comitati margini di scelta altrettanto ampi.

Effetto San Matteo, effetto Matilda

Due concetti della sociologia della scienza permettono di leggere questi numeri come l'esito di un meccanismo, e non come una somma di casi isolati.

Il primo è l'effetto San Matteo, descritto da Robert Merton nel 1968. Il nome viene dal Vangelo di Matteo, dove a chi ha sarà dato ancora. Merton osservò che, a parità di contributo, il merito di una scoperta tende ad andare a chi è già noto. Il riconoscimento porta fondi, posizioni, collaboratori e visibilità, che rendono più probabili nuovi successi. Il vantaggio iniziale si accumula così nel tempo.

Il secondo è l'effetto Matilda, definito dalla storica della scienza Margaret Rossiter nel 1993. Rossiter lo pensò come il rovescio del primo: il contributo delle scienziate viene sottovalutato, ignorato o attribuito ai colleghi uomini.

I due effetti si rafforzano a vicenda. Se il primo riconoscimento va più spesso agli uomini, è su di loro che si accumula il vantaggio successivo. Nel Nobel questo meccanismo agisce due volte: sull'attribuzione della scoperta premiata e sulla carriera di chi riceve il premio.

La storia del premio ne offre esempi noti. Lise Meitner contribuì in modo decisivo alla spiegazione della fissione nucleare, ma il Nobel per la chimica del 1944 andò al solo Otto Hahn. Jocelyn Bell Burnell individuò le prime pulsar da dottoranda; il Nobel per la fisica del 1974 fu assegnato al suo supervisore Antony Hewish e a Martin Ryle. Rosalind Franklin produsse le immagini decisive per la struttura del Dna, premiata nel 1962 dopo la sua morte. Peccato che lo statuto non consenta premi postumi.

Le critiche di Le Monde

Le Monde sostiene che l'assenza di vincitrici non è un incidente di percorso ma un esito che si ripete. Il quotidiano francese riconosce che le accademie hanno ammesso lo squilibrio. Nel 2021 l'allora segretario generale dell'Accademia reale svedese delle scienze aveva annunciato due misure: più donne tra chi propone le candidature e una maggiore sensibilizzazione dei comitati.

Le Monde osserva che il processo di nomina resta opaco e che l'effetto di queste misure è difficile da valutare. Le candidature, del resto, restano riservate per cinquant'anni.

Per quanto io creda che le quote siano uno strumento utile, in questi casi credo che dovremmo interrogare i meccanismi di selezione. È la storia del premio stesso a dimostrarcelo. Senza quote, cinque degli ultimi dieci premi per la letteratura e altrettanti per la pace sono andati a donne.

Un club che si riproduce

La differenza tra le categorie non è casuale. Dipende in buona parte da come si arriva a essere tra le persone candidate.

Nelle scienze e in economia, il diritto di proporre un nome spetta a una cerchia ristretta. Ne fanno parte i membri dell'Accademia reale svedese delle scienze e dei comitati, i laureati Nobel delle stesse discipline e i professori invitati dalle università selezionate. È una cerchia che coincide con il vertice delle gerarchie accademiche, dove le donne sono meno presenti. Chi è già dentro indica chi considera suo pari, e il premio consolida la posizione di chi lo riceve.

È l'effetto San Matteo di cui abbiamo appena parlato, o, come si dice nel gergo delle politiche di genere l’“old boys network” che in italiano potremmo forse rideclinare nel “club del calcetto”, per cui gli uomini al vertice tendono a scegliere altri uomini sulla base di fattori che hanno a che fare più con le dinamiche di socializzazione che del merito.

Pace e letteratura funzionano diversamente. Per la pace possono candidare anche parlamentari, membri di governo e docenti di discipline diverse. Il riconoscimento può arrivare a persone il cui percorso si è svolto fuori dalle istituzioni accademiche: attiviste, giornaliste, avvocate. In letteratura il valore di un'opera si costruisce davanti a un pubblico ampio, e non dipende dalla posizione in un laboratorio o dalla firma su un articolo.

Non è un caso, quindi, che i numeri migliori arrivino dove il percorso verso la candidatura è più aperto. Dove resta mediato da gerarchie accademiche, l'ingresso delle donne procede lentamente. Il risultato di letteratura e pace mostra che, quando un comitato allarga lo sguardo, le candidate esistono. Nelle scienze e nell'economia la questione riguarda quindi chi può candidare e su quali basi, prima ancora di chi viene premiato.

Il Nobel ci invita a interrogarci su come costruiamo il prestigio e il potere che ne deriva nella nostra società, su cosa effettivamente viene messo a valore nel riconoscimento del merito e su come il prestigio sia una macchina che funziona da una parte in modo esponenziale – più ne hai e più ne ricevi – e selettivo: solo pochi accedono e rafforzano il loro prestigio reciprocamente.

Ascolta Barbara Leda Kenny ai microfoni de Il Mondo, podcast di Internazionale


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