Tra ricorsi e rimpasti all'ultimo momento, le vicende della giunta del comune di Roma hanno imposto all'attenzione dell'opinione pubblica la questione della parità di genere nei governi locali. E alcune sentenze impongono un cambiamento di rotta
Giunte a sesso unico,
qualcosa si muove
La scarsa presenza femminile nella giunta del comune di Roma ha provocato una serie di vicende che hanno posto all'attenzione dell'opinione pubblica il rispetto del principio dell’equilibrio di genere negli organi esecutivi. Vicende su cui vale la pena riflettere.
L’attesa pronuncia del Tar del Lazio prevista per il 22 febbraio sul ricorso presentato dalle consigliere delle opposizioni Monica Cirinnà e Gemma Azuni contro la giunta (composta da due sole donne su 12 componenti) è stata rinviata di un mese a seguito della nomina di una terza assessora. Come già accaduto nel mese di gennaio, con questo nuova nomina, arrivata soltanto due giorni prima della sentenza, il sindaco ha cercato di scongiurare un nuovo azzeramento della giunta per mancato rispetto dell’equilibrio di genere, previsto esplicitamente da una norma statutaria. Tuttavia la vicenda non è conclusa, poiché le consigliere dell’opposizione ritengono insufficiente il 25% di donne in giunta e intendono portare avanti la loro azione per la rappresentanza paritaria giungendo ad una nuova sentenza in merito.
Le vicende che sono seguite ripropongono alcune questioni: una rappresentanza di genere equilibrata può prescindere da una adeguata rappresentanza numerica? Anche tenendo conto dei necessari equilibri politici, e considerato che la competenza dovrebbe essere un fattore fondamentale alla base della scelta degli amministratori e delle amministratrici della cosa pubblica, perché non valorizzare i curricula femminili assegnando deleghe numericamente e sostanzialmente consistenti? Cosa che consentirebbe di realizzare una democrazia pienamente paritaria, superando quel non detto secondo cui “un posto (o un incarico) assegnato a una donna è un posto in meno per un uomo” che rappresenta un blocco per le donne nell’accesso ai luoghi decisionali della politica, culturalmente e storicamente luoghi del potere maschile. Naturalmente il dato numerico deve essere accompagnato da elementi qualitativi, sia riguardo le persone che ricoprono incarichi negli esecutivi, sia per le posizioni ricoperte.
La via giudiziaria rappresenta indubbiamente un potente fattore di accelerazione dei cambiamenti, perché pone paletti da cui non si può retrocedere e contribuisce all’affermazione anche culturale di un principio sancito costituzionalmente. Oggi, dopo la sentenza dello scorso luglio, non appare più accettabile l’esistenza di giunte monogenere, ma neanche con una sola donna, magari presente solo in nome del "politically correct", per dare un'apparenza di democrazia fittizia, in quanto non in grado di incidere realmente nei processi decisionali.
La sentenza del Tar, che ha sciolto la giunta romana in cui all'inizio c'era una sola assessora su 12 componenti (cioè il 92% di uomini e l'8% di donne), rappresenta un passaggio fondamentale nel percorso verso la parità ed è molto importante per l'affermazione del principio della equilibrata rappresentanza di genere negli organi esecutivi.
La squadra di governo "al maschile" scelta dal sincato rispondeva all'opportunità di tenere in conto i diversi equilibri politici, ma risultava in contrasto con l'articolo 5, comma 3, dello statuto del comune di Roma, che espressamente recita: ”Nel nominare i componenti della Giunta Comunale, i responsabili degli uffici e dei servizi nonché nell'attribuire e definire gli incarichi dirigenziali e quelli di collaborazione esterna, il Sindaco assicura una presenza equilibrata di uomini e di donne”. Secondo il giudice amministrativo questa formulazione è inequivocabilmente indicativa del “carattere immediatamente e direttamente cogente del precetto”, ma costituisce anche uno specifico strumento operativo con la funzione di assicurare e garantire le pari opportunità. Inoltre la sentenza afferma che le amministrazioni non equilibrate nella presenza di genere, "oltre a evidenziare un deficit di rappresentanza democratica dell’articolata composizione del tessuto sociale e del corpo elettorale (il che risulta persino più grave in organi i cui componenti non siano eletti direttamente, ma nominati), risultano anche potenzialmente carenti sul piano della funzionalità, perché sprovvisti dell’apporto collaborativo del genere non adeguatamente rappresentato.”
Un altro aspetto della sentenza da sottolineare riguarda la quantità e la qualità delle cariche. Lo statuto del comune di Roma, pur affermando il principio dell'equilibrio di genere, non fissa un numero minimo di donne da inserire, ma di fatto la sua attuazione non può prescindere dall'elemento numerico, che rimane prioritario. Tuttavia, nel caso di squilibrio sul piano quantitativo, attribuire al genere sottorappresentato funzioni e ruoli rilevanti sul piano qualitativo e sostanziale, potrebbe fungere da compensazione. Restando la nomina della giunta e l'attribuzione delle deleghe un atto discrezionale del sindaco, la previsione statutaria dell’equilibrio di genere non è comunque derogabile da motivazioni politiche.
In seguito alla sentenza di luglio il sindaco ha nominato una nuova giunta, in cui il principio dell’equilibrata rappresentanza veniva garantito, a suo parere, dalla presenza di due donne di cui una assessora con delega a vicesindaco. Lo squilibrio numerico era compensato dal “peso” politico delle deleghe. Tale strategia ha scontentato le ricorrenti, che hanno deciso di presentare un secondo ricorso, ma anche le tante donne e associazioni che avevano salutato la sentenza come una reale possibilità di parità.
Nel mese di ottobre 2011 il Tar, nel fissare la data dell’udienza per il 25 gennaio, si è espresso per una possibile fondatezza dei motivi del ricorso, ma non ha applicato la sospensiva per garantire la continuità dell’esercizio dell’amministrazione comunale. Dopo di che il primo colpo di scena risale al 17 gennaio, quando, a ridosso della pronuncia del giudice, il sindaco nella stessa giornata ha sciolto la giunta e ne ha nominata un’altra, riconfermando tutti gli assessori, benché con deleghe più “pesanti” per le due rappresentanti femminili. Questa mossa, che serviva a evitare di incorrere in un nuovo giudizio negativo, è un escamotage che ha permesso di prendere tempo, senza scontentare né alterare gli equilibri politici interni, ma non ha tenuto conto della richiesta di parità che viene da diverse parti della società civile. La vicenda si è ripetuta a ridosso della pronuncia di merito attesa per il 22 febbraio. Il nuovo rimpasto (3 assessore su 12) porta la presenza femminile al 25%, risultato che, pur lontano da una rappresentanza paritaria, costituisce comunque una “massa critica” che potrebbe incidere sull’agenda politica. Le consigliere di opposizione ritengono insufficiente questa soluzione e hanno deciso di continuare nel ricorso presentando motivazioni integrative che porteranno a una nuova pronuncia del giudice.
Questo percorso è fondamentale per arrivare a una democrazia paritaria, e a questo proposito, vanno ricordate anche le vicende della giunta regionale lombarda. Soltanto pochi mesi prima il Tar della Lombardia (sentenza n. 354 del 4 febbraio 2011) aveva respinto un ricorso simile, a proposito della giunta della regione Lombardia, che prevedeva una sola assessora con delega allo sport su 16 componenti, a fronte di norme statutarie poste a garanzia dell’equilibrio tra i sessi nei componenti degli organi di governo (artt. 11 e 25 dello Statuto). Attualmente, per evitare una pronuncia sfavorevole del Consiglio di Stato prevista per il prossimo mese di aprile, il presidente della regione ha proceduto a nominare un’altra donna (portando a due 2 le assessore, su 16 componenti) nonché una sottosegretaria fuori giunta, ruolo istituzionale per altro non previsto.
Che il tema della rappresentanza di genere negli esecutivi sia all’attenzione è confermato anche da quanto previsto nel testo unificato licenziato dalla Commissione affari costituzionali della Camera, che sarà discusso in aula nel mese di marzo, relativo a “Disposizioni per promuovere il riequilibrio delle rappresentanze di genere nei consigli e nelle giunte delle regioni e degli enti locali”. Il disegno di legge contiene una norma sulla composizione delle giunte, che richiede di garantire la “presenza di entrambi i sessi”, formulazione che potrebbe prestarsi a una interpretazione restrittiva (potrebbe essere sufficiente anche una sola donna o un solo uomo?) se non accompagnata da una esplicita previsione di presenza “equilibrata”, o meglio “paritaria”, dei generi. Se le sentenze civili giocano un ruolo fondamentale, è però la politica che deve assumere in primis le istanze paritarie che vengono poste con forza dalla società civile (1), imprimendo un cambio di passo che, dando piena attuazione agli artt. 3, 51 e 117 della Costituzione, potrebbe contribuire al rinnovamento sia della classe politica sia dell’agenda, attuazione.
(1) A questo proposito, si veda l’importante Accordo di azione comune per la democrazia paritaria sottoscritto da numerose reti di donne e associazioni attive a livello nazionale.