Le ragazze di PhD in Economics alla University of Chicago, la sera della festa delle donne. Dove si parla di maschi, femmine, prof, Nobel e mamme
Pane, rose e macroeconomia. Cronache da un 8 marzo a Chicago
Ho 45 minuti per raccontarvi l'8 marzo a Chicago. 45 minuti perché, oggi come sempre, ho da lavorare. Però volevo lo stesso consegnarvi questo pezzo di vita: il racconto della nostra cena dell'8 marzo, noi, le ragazze del PhD in Economics alla University of Chicago. Nella mia classe di dottorato ci sono 7 donne, su 48 candidati. 3 di esse sono italiane (!), poi due americane, una biondissima del Tennessee e una di origini cinesi, ma nata e cresciuta nel Maine, una ragazza di Singapore, timidissima, e infine una olandese di Amsterdam. Tutte hanno già un Master of Science in Economics (o in Mathematics) e tutte sono delle belle donne, con un viso forte e una vita interessante, e il fascino innegabile dei loro 25-26-27 anni. Strangely enough, ognuna di noi aveva un compagno prima che il PhD iniziasse; poi chissà cosa è successo, forse il vecchio dilemma di casa e lavoro si è riproposto anche quaggiù, e quel che è rimasto sulla riva del mare dopo la tempesta erano solo ricordi. Tutte noi daremmo un braccio per pubblicare su Econometrica, o JPE. Tutte abbiamo rinunciato a tornare a casa. Tutte siamo figlie (o nipoti?) della rivoluzione sessuale, tutte non abbiamo mai avuto fame a casa nostra. Tutte pensiamo che venire a Chicago sia stata la cosa migliore che abbiamo mai fatto. Così cena a casa di Karen e Anna, non abbiamo abbastanza piatti né bicchieri, ma il piacere di una spaghettata non si nega a nessuno. Tiriamo fuori avanzi delle cene di ognuna, ci sono persino dei peperonicini ripieni di Calabria. Baguette nel forno, vino rosso sul tavolo. Già, dove ci sono Europei c'è un bicchiere di vino... Ridiamo, ci raccontiamo storie. Fan non vuole tornare in Cina da sua madre. Ha paura di dirle che no, non ha trovato un bravo ragazzo cinese per metter su casa. Io non ho voglia di spiegare a tutti perché l'ho lasciato, né in Italia né altrove. Karen, che è biondissima, magrissima, socievolissima e gettonatissima ci confessa che non le importa che metà dei ragazzi della nostra classe le vada dietro. Lei vorrebbe qualcuno di diverso...intanto si lascia offrire con grazia impareggiabile cene al ristorante e aiuto nei problem sets. Noi ridiamo forte e la invidiamo un po'. Canzoni d'amore in 7 lingue. Fiorella Mannoia. Io penso alle mie amiche in Italia. Qualcuno dice "penso a mia mamma" e ci pensiamo tutte. Le nostre mamme che ci hanno mandate quaggiù a completare l'opera, essere quello che loro sognavano di essere quando Victoria's secrets non c'era e i reggiseni si bruciavano in piazza. Le nostre mamme che capiscono tutto e non capiscono niente. Che ci assomigliano, più di quanto vorremmo. Che come è difficile dire loro mamma-ti-voglio-bene. Grazie, mamma.
Così la vita delle donne attraverso i continenti si dipana sul tavolo come i nostri spaghetti un po' scotti. Quando proviamo a fare un bilancio di questi mesi passati insieme, episodi, aspettative, sogni infranti, avventure, ci accorgiamo che un bilancio di genere può dare risultati inaspettati. Io non so se donne si nasca o si diventi, se donna è bello, se women do it better. So però che, anche qui, con le diciottomila rughe di Hillary e la frangetta di Michelle, non è un paese per donne. Nei due anni che sono stata a Chicago ho avuto una sola professoressa donna, l'inflessibile, carismatica, marmorea Mary T. Si mormora nei corridoi che metà del Nobel dato al marito una decina d'anni fa dovevano darlo a lei, ma che considerazioni estranee all'economia prevalsero infine nei ragionamenti di Stoccolma. Non si poteva dare il Nobel a Mary, infatti, nonostante il PhD ad Harvard con Kenneth Arrow, perché R.N., che allora era il marito di un'altra, non faceva poi tanto mistero di avere per lei una passione che andava oltre l'amicizia intellettuale. Si è mai sentito che si dia il Nobel a una coppia di amanti? Mary ha poi sposato R., e lui ha sposato il suo carisma e la sua vivacità intellettuale, e lei è adesso la gran dama della macroeconomia a Chicago. Si dice che per concedere il divorzio la ex moglie di R.N. abbia preteso metà del premio Nobel. Chissà. Non importa, Mary ha avuto la sua vittoria: dalla prima lezione ogni studente di dottorato pende dalle sue labbra e si innamora della sua scrittura chiara sulla lavagna, del suo sdegno discreto per le teorie keynesiane, dell'orgoglio della vecchia scuola, il rigore, l'eleganza, l'estetica di una economia fatta ancora col gesso, i taccuini da stenografia e le cene tra colleghi, a discutere fino a notte fonda della dinamica fuori dell'equilibrio. Riesce sempre ad ottenere gli studenti più brillanti come assistenti, nessuno sa come, e persino chi non cade nell'incantesimo, chi si ostina a pensare che ci siano rigidità nominali nell'economia, ha per Mary un rispetto che rasenta il sacro.
V.F. e F.D. Un altro match made in heaven per la macroeconomia. Lui è l'astro nascente di Northwestern. Lei è giovane, bella, PhD al MIT solo qualche anno fa e adesso qui a UofC. E che quei capelli biondi come il grano e il cappottino rosso civettuolo possano andare di pari passo con la mente più brillante del dipartimento ancora scandalizza molti.
A casa di Karen, la mia olandese bellissima, orgoglio di tutta Europa in questo pezzetto di mondo. Sedute sul divano, siamo il ritratto di una generazione senza radici, di donne senza una casa e senza un compagno, sempre in lotta tra dovere ed essere. In posa come in un quadro fiammingo, le nostre facce stanchine, i nostri 5 chili in meno o in più, ché il PhD ti cambia il metabolismo, sì... si parla di maschi, ovviamente. E dove sono, quando servono. Qualcuno prova timidamente a dire che, anche se ci sentiamo sole, niente ci fa stare bene come gli uomini, ammettiamolo. "O forse il lavoro?" qualcun' altra risponde. Tiriamo fuori la Littizzetto: si traduce alla bell'è meglio. "Vi amiamo quando lasciate i calzini per terra, i coltelli nella lavastoviglie con la lama verso l'alto, quando l'unica vera rivale è la Playstation". E quando ci tenete la porta, ci passate a prendere in macchina. Ci portate una rosa, vi ricordate che è l'8 marzo. Vi amiamo quando possiamo parlare con voi di quel paper che stiamo scrivendo, quando ci prendete sul serio. E quando vi accorgete che indossiamo un vestito nuovo. Rari momenti, quelli in cui riusciamo a fare pace con la nostra femminilità e il nostro intelletto e ci tiriamo fuori, finalmente, da questi stereotipi vecchi di secoli. Ed è una sfida per tutti, uomini e donne: in questo mondo troppo veloce, in questa università fatta di miti e duro lavoro, la solitudine è l'unico vero nemico di entrambi. Se non è un paese per donne, non è un paese per nessuno.
Ripenso a quella bambina portoricana di Humboldt Park. Domenica, 7 del mattino. Noi volontari della Food Bank al lavoro già da due ore. Le famiglie in fila dalla notte prima. Il freddo morde, non c'è ancora il sole. Lei ha solo un pigiamone di flanella e i suoi occhioni neri addosso. Mi viene vicino, prende del pane e la busta di cavoli, patate e melanzane che le porgo. Accanto allo stand delle verdure abbiamo della bigiotteria, donata da un grande magazzino che ha chiuso qualche mese fa. Lei mi guarda, si prova dei pendenti a forma di pesce. Io le dico che le stanno benissimo e penso "davvero non di solo pane vive l'uomo". E vorrei che fossimo libere di esprimere la nostra femminilità, lei senza paura del balordo dietro l'angolo che vuole molestarla, la mia cerbiattina tredicenne, e noi, noi che vorremmo dire basta, riappropriarci del nostro corpo, della nostra faccia. Ché non vogliamo smettere di essere giovani per essere intelligenti. Noi, che non vogliamo andare in televisione, vogliamo andare alla summer school di Harvard. E vogliamo andarci in minigonna.
C'è fame di dignità in questo paese stranissimo. Equal opportunities, parole vuote. La mia bambina portoricana probabilmente non ci metterà mai piede alla University of Chicago. E V.F. è troppo bella perché le malelingue smettano di insinuare che il matrimonio con F.D. sia la vera ragione della sua professorship. Ma noi non ci crediamo. Ci armiamo di tenacia e di sogni e torniamo alle nostre equazioni, per cambiare il mondo e per non tornare dove ci hanno rinchiuse per secoli. Perché l'unica cosa cui possiamo aggrapparci è il nostro dottorato, la fede nella conoscenza. Non è ancora un paese per donne ma, calici in alto ragazze: ad maiora!
(ringraziamo molto Claudia per questa cronaca di un 8 marzo un po' così... nomi e personaggi sono stati cambiati, per motivi di privacy e sintomatico mistero..) (NdR)