Dagli anni Ottanta in paesi come Cina, India e Corea si verifica uno squilibrio dei sessi alla nascita, di natura artificiale e a scapito delle femmine. Sempre più però la mascolinizzazione delle nascite si configura come un problema globale. E se in alcuni paesi si corre ai ripari per evitare gli effetti perversi dello squilibrio, il fenomeno diventa rilevante in altre zone. Ad esempio nel Caucaso

La cancellazione delle bambine.
Il problema irrisolto del genericidio

di Elena Pirani

In condizioni naturali nascono mediamente più maschi che femmine: il rapporto tra i sessi alla nascita è di circa 105 maschi ogni 100 femmine. Piccole variazioni biologiche tra le popolazioni possono sussistere, ma si tratta di valori intorno a 104-106. Invece, fin dagli anni Ottanta, in paesi come la Cina, l’India e la Repubblica di Corea si sono osservati profondi sbilanciamenti tra i sessi alla nascita, ben oltre il livello fisiologico di 105, e il ruolo primario dell’aborto selettivo sulla base del sesso in questa distorsione è stato ampiamente documentato (Attané e Guilmoto 2007, Banister 2004, Miller 2001). A tutt’oggi la Cina rimane uno dei paesi in cui lo squilibrio tra i generi alla nascita è più alto: nonostante un leggero decremento negli ultimi 5 anni, nel 2012 in Cina si registravano ancora 113 nati maschi ogni 100 nate femmine, mentre in India e Vietnam il rapporto era di 112 a 100. Tuttavia, la mascolinizzazione delle nascite sembra essere oggi un problema di portata globale, con tracce osservate in diverse aree del mondo (Guilmoto e Duthé 2013, UNFPA 2012).

Nei primi anni ’90, valori superiori a 110 hanno cominciato ad essere registrati in Albania e Montenegro, oltre a Kosovo e parte della Macedonia, così come in Armenia, Azerbaijan e Georgia (fig. 1). Negli anni 2000, secondo le statistiche ufficiali, i livelli si sono stabilizzati intorno a 115-117 in Azerbaijan; dopo il picco di 120 sembrano essere leggermente scesi in Armenia (114 nel 2005); sono intorno a 111 in Georgia dopo forti fluttuazioni (106 nel 2005 contro 115 l’anno successivo). Nel 2010 il numero di nate femmine nell’area del sud est del Caucaso era il 10% più basso di quello che si sarebbe dovuto registrare in condizioni “naturali”. 

Figura 1 – Tendenze nel rapporto tra i sessi alla nascita in Armenia, Azerbaijan, and Georgia, 1985-2010.

Fonte: Elaborazioni dell’autore su dati United Nations (data.un.org/) e World Bank (http://data.worldbank.org/).

Genericidio nel Caucaso

Genericidio nel Caucaso è il titolo di un recente articolo dell’Economist. Genericidio è un termine sempre più spesso utilizzato per identificare questa anomalia demografica: esso indica l'uccisione sistematica, deliberata e selettiva rispetto al genere, mediante l'individuazione prenatale del sesso e l'aborto selettivo, o a seguito del parto con l'infanticidio o l'abbandono. Questa selezione è talvolta utilizzata per scopi di bilanciamento familiare, ma avviene più spesso come preferenza sistematica per i maschi perché in alcune culture le figlie femmine sono considerate un peso.

In Armenia, Azerbaijan e Georgia l’indicatore del rapporto tra i sessi alla nascita ha cominciato ad aumentare repentinamente e bruscamente dal 1991, in coincidenza con il collasso dell’Unione Sovietica. Le statistiche sono spesso imperfette in questi paesi, dove la transizione ha prodotto disordini e problemi anche per quanto riguarda gli strumenti amministrativi e statistici, ma l’esistenza di squilibri di genere emerge chiaramente, al di là delle incertezze sui dati (Brainerd 2010, Duthé et al. 2011, Meslè et al. 2007). 

Il fenomeno è tanto più sorprendente in quanto si è verificato contemporaneamente in tutti e tre i paesi dell’area caucasica, in chiaro contrasto con i paesi confinanti. Da un lato, Armenia, Azerbaijan e Georgia hanno caratteristiche comuni, prime tra tutte la vicinanza geografica e la comunanza storica legata all’influenza sovietica e alla successiva indipendenza; dall’altro essi presentano ovvie differenze linguistiche, religiose ed etniche tra le loro popolazioni. D’altra parte, nazioni vicine come la Federazione russa, la Turchia o l’Iran, hanno condiviso una lunga storia con i paesi del sud del Caucaso influenzandone fortemente il sistema sociale e politico, ma nessuna di esse mostra significativi allontanamenti dall’usuale e biologica distribuzione delle nascite per sesso (Duthé et al. 2011). 

Quali sono le cause? 

Si possono individuare tre specifiche condizioni per una “moderna” selezione del sesso (Guilmoto 2009).

1) la selezione del sesso deve essere vantaggiosa: la pratica del genericidio è più spesso radicata in culture caratterizzate da una “preferenza per il figlio maschio”, dalla disuguaglianza di genere e da stereotipi contro le figlie femmine. I genitori ricorrono alla selezione del sesso solo quando percepiscono evidenti vantaggi dall’avere figli maschi piuttosto che femmine.

2) la selezione del sesso deve essere fattibile: è richiesto l’accesso ad accettabili ed efficienti metodi che alterino la distribuzione casuale e biologica del sesso tra i nascituri. L'introduzione di nuove tecnologie riproduttive sul finire degli anni ‘70, la diffusione di una contraccezione efficace e la liberalizzazione dell'aborto rappresentano pietre miliari di questa evoluzione. 

3) la selezione del sesso deve essere necessaria: la riduzione della fecondità e la tendenza a favore della famiglia poco numerosa aumentano il rischio di non avere figli maschi, in condizioni naturali. La selezione del sesso del nascituro rappresenta una strategia efficace per soddisfare sia limitazioni della fecondità che obiettivi di composizione di genere del nucleo familiare: meno figli, ma almeno un figlio (erede) maschio.

Queste tre condizioni si realizzano simultaneamente nei paesi caucasici dei primi anni ’90 (Guilmoto 2013, Meslé et al. 2007, UNFPA 2012), e ancora oggi non sembrano essere superate. A dispetto di importanti progressi nell’equità di genere durante il regime sovietico – in particolare in termini di accesso delle donne all’istruzione e al lavoro – l’influenza dei valori tradizionali è rimasta al centro delle attitudini di genere e delle percezioni. La tradizionale famiglia patriarcale e patrilineare è diventata un’istituzione ancora più forte in un periodo caratterizzato da un indebolimento delle istituzioni governative e dei servizi pubblici, e di diffusione del sistema di mercato. I figli maschi sono una fonte di protezione e sostegno, la cui utilità è stata rafforzata dalle incertezze del contesto economico e sociale in seguito all’uscita dal comunismo. 

In quegli anni, la sempre maggiore disponibilità e diffusione delle tecnologie di diagnosi prenatali, raramente accessibili sotto il regime, insieme alla “cultura dell’aborto” ereditata dal periodo sovietico, hanno fornito nuove vie alle coppie per evitare la nascita di femmine non volute. Le nuove tecniche o i farmaci abortivi sono un modo più “efficiente” di selezione del sesso del nascituro, una più “moderna” procedura medica, con costi che diminuiscono nel tempo e una più limitata visibilità sociale, e sono ancora oggi molto diffusi nell’area caucasica.

Infine, i tassi di fecondità hanno subito un rapido tuffo dalla fine degli anni ’80; da una media di 2,5 figli per donna, i tre paesi caucasici sono ora scesi a 1,5 figli per donna, e quindi ben sotto il livello di rimpiazzo. La dimensione media della famiglia è precipitata, e avere gravidanze ripetute non è certamente la soluzione preferita per assicurare la nascita di un figlio maschio. Le famiglie caucasiche sembrano programmare la composizione familiare, non solo la dimensione.

Un futuro problematico

Il fenomeno degli aborti selettivi non è immune da conseguenze sul piano demografico, sociale ed economico. Sbilanciamenti oggi rilevati in aree della Cina, dell’India e del Sud Est europeo sono destinati a far sentire i propri effetti tra una decina d’anni, dal 2025 in poi. 

Un rapporto tra i sessi alla nascita troppo sbilanciato può provocare un “eccesso” di uomini, i quali rimarranno più numerosi delle donne anche alle età future (Guilmoto 2013), determinando così ritardi nei matrimoni, un aumento della competizione tra gli uomini non sposati a discapito di quelli più vulnerabili, ovvero i più poveri, meno istruiti o provenienti da aree remote, e infine un rapido incremento del surplus di uomini non sposati (si stima che il 10-15% degli uomini rimarrà forzosamente celibe).

Un simile scenario può portare ad un aumento delle violenze di genere e dello sfruttamento sulla donna, tra cui una maggiore pressione su di essa a sposarsi e avere figli (Banister 2004). Il ricorso alla selezione del sesso del nascituro deriva da, e allo stesso tempo rinforza, società patriarcali fondate su una disparità pervasiva nei confronti di ragazze e donne, intensificando le carenze di democrazia e le disuguaglianze di genere, e provocando in ultima istanza discriminazioni contro le donne in tutti gli ambiti della vita (occupazione, istruzione, salute, politica, ecc.).

Una massiccia emigrazione maschile potrebbe essere l'unico fattore in grado di alleviare lo squilibrio sessuale tra gli adulti, tuttavia, la partenza di migliaia di giovani uomini fuori dal paese non rappresenta certamente lo scenario demografico più desiderabile.

Cosa può fare la politica?

Il genericidio è determinato da un insieme di fattori diversi, ma la preferenza verso il figlio maschio è probabilmente quello centrale. Nella maggior parte dei paesi industrializzati, i bassi tassi di fecondità e l’ampio accesso alle tecnologie riproduttive moderne non hanno portato ad alcuna distorsione nel rapporto tra i sessi, semplicemente perché non c’è una forte preferenza di genere. 

Come ha recentemente esortato anche la Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere dell’UE (Stump 2011), è necessaria la creazione di un ambiente educativo e sociale in cui donne e uomini, ragazze e ragazzi, siano trattati allo stesso modo, e in cui si promuovano immagini non stereotipate di donne e uomini. Per contrastare la mentalità di preferenza per il figlio maschio, occorre implementare politiche di sussidio delle giovani donne, offrendo, ad esempio, sostegno alle ragazze e ai loro genitori attraverso uno schema di trasferimenti monetari condizionati, di borse di studio o di benefit. Si dovrebbero superare i pregiudizi di genere nelle istituzioni tradizionali e nei diversi ambiti di vita, ad esempio elaborando leggi e riforme nei settori del diritto di proprietà, di successione, della dote, e della protezione finanziaria e sociale per gli anziani, ma anche riguardo l’accesso al mondo del lavoro e all’istruzione. Azioni di sostegno, misure politiche e buone pratiche come la campagna Care for Girls in Cina (che mira a sensibilizzare sul valore delle ragazze) e il sistema Balika Samriddhi Yojana in India (che fornisce incentivi economici per l'istruzione delle ragazze provenienti da famiglie povere) sono essenziali per cambiare le tendenze comportamentali nei confronti delle donne.

L’esperienza della Repubblica di Corea è emblematica in questa inversione di tendenza (fig. 2). Qui, accanto ad un allentamento delle regolamentazioni di controllo delle nascite, la preferenza per il figlio maschio è diminuita sotto la spinta di una crescente irrilevanza del patriarcato grazie a nuovi schemi che supportano le bambine e le giovani donne, e ad un sostegno alla parità di genere da parte dello Stato, portando in pochi anni ad una flessione della tendenza di selezione del sesso alla nascita.  

Figura 2 – Andamento del rapporto tra i sessi alla nascita, Repubblica di Corea, 1985-2010

Fonte: Elaborazioni dell’autore su dati United Nations (data.un.org/) e World Bank (http://data.worldbank.org/).


Articolo pubblicato in contemporanea su Neodemos.it

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Per saperne di più

Attané I. e Guilmoto C.Z. (2007), Fertility Watering the Neighbour’s Garden. The Growing Female Deficit in Asia, CICRED, Paris. 

Banister J. (2004), Shortage of girls in China today. Journal of Population Research, vol. 21, n. 1, pp. 19-45

Brainerd E. (2010), The demographic transformation of post-socialist counties. Causes, consequences and questions. Working paper N. 2010/15, Wider, Helsinki

Duthé G., Meslé F., Vallin J., Badurashvili I. and Kuyumjyan K. (2011), High level of sex ratio at birth in the Caucasus. A persistent phenomenon?, paper presented at the PAA Conference - Washington D.C. March 31 – April 2 2011 

Guilmoto C.Z., Duthé G. (2013), Masculinization of births in Eastern Europe, Population & Societies, n. 506

Guilmoto C.Z. (2009), The sex ratio transition in Asia, Population and Development Review, vol. 35, n.3, pp. 519-549

Guilmoto, C.Z. (2013), Sex imbalances at birth in Armenia Demographic evidence and analysis, IRD/CEPED Paris, Report of UNFPA Armenia Country Office

Meslé F., Vallin J., Badurashvili I. (2007), A sharp increase in sex ratio at birth in the Caucasus. Why? How?, in Attané I. and Guilmoto C. (éd.), Watering the neighbour's garden: the growing demographic female deficit in Asia, pp. 73-88, Paris, CICRED 

Miller B: (2001), Female-selective abortion in Asia: patterns, policies, and debate. American Anthropologist, vol. 103, n. 4, pp. 1082-1095

Stump D. (2011), Prenatal sex selection. Report, Committee on Equal Opportunities for women and men, Council of Europe 

UNFPA (2012), Sex Imbalances at Birth. Current trends, consequences and policy implications. UNFPA – Asian and the Pacific Regional Office, August 2012


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