Il Rapporto globale su maternità, paternità e lavoro, pubblicato lo scorso maggio, ci racconta l'avanzamento a livello globale dei diritti legati alla maternità, ma mette in luce anche l'inefficienza del "diritto da esportazione" che pretende di universalizzare e mutuare le legislazioni dei paesi occidentali applicandoli nei paesi in via di sviluppo.
Maternità da esportazione
Il 13 maggio è uscita la tredicesima edizione del Rapporto globale su maternità, paternità e lavoro dell’ILO, un argomento strettamente legato a discriminazione, disuguaglianza, e anche all’alto tasso mondiale di mortalità infantile e materna, la cui riduzione è uno degli obiettivi del millennio delle Nazioni Unite.
Il rapporto dell’ILO evidenzia il fatto che in molti paesi non c’è una legislazione del lavoro che protegge le lavoratrici durante la gravidanza e dopo il parto, e enfatizza come molte categorie di lavoratori, per la maggior parte donne, siano state escluse dal diritto del lavoro sia in Africa che in Asia.
In questi continenti il diritto del lavoro è stato mutuato da vecchie versioni di codici europei e la conseguenza è che meno del 10% delle donne lavoratrici risulta tutelato e gode del diritto alla maternità retribuita. Legiferare significa promulgare norme che regolamentano la società sulla base dei bisogni e la cultura di quella società e quindi copiare le norme non garantisce alcun successo, nemmeno se si prendono come riferimento le norme più avanzate di paesi più sviluppati. Lo scollamento tra il contesto e il lavoro locale e le norme pensate altrove portano infatti i paesi al fallimento.
Il rapporto dell’ILO sostiene inoltre che “prevenire la discriminazione non dipende solo dalla legislazione, ma anche dalla riduzione del costo diretto della maternità per il datore di lavoro”. Questo significa che non basta dotarsi di una legislazione, ma va pensato in parallelo anche un sistema di sicurezza sociale che si faccia carico di gestire i contributi e il pagamento dei sussidi associati al congedo di maternità.
Oltre al congedo di maternità il rapporto dà ampio spazio alle forme di diritto alla paternità. Il congedo di paternità è un breve periodo di assenza dal lavoro del lavoratore subito dopo la nascita di un figlio. Lo scopo è di consentire ai padri di sostenere le madri nella ripresa dopo il parto (sostegno che è importante anche per l’inizio dell’allattamento) prendendosi cura degli altri figli e del neonato, sbrigando le pratiche burocratiche e le altre responsabilità legate alla famiglia. L’ILO non ha stabilito standard specifici per il congedo di paternità, tuttavia, la risoluzione ILC del 2009 sulla parità di genere riconosce che “le misure di conciliazione lavoro-famiglia non sono destinate in maniera esclusiva alle donne ma anche agli uomini (come per esempio il congedo di paternità e/o di genitorialità).” (1)
Il Rapporto mette in luce come la tutela della paternità sul lavoro non sia soltanto uno strumento per promuovere la parità di genere, ma anche un meccanismo per la conciliazione tra lavoro e famiglia per i lavoratori con ricadute positive e dimostrate sullo sviluppo dei bambini. Sfortunatamente e nonostante i miglioramenti che ci sono stati negli ultimi vent’anni, il congedo di paternità continua a essere molto meno diffuso di quello di maternità.
Secondo il rapporto dell’ILO “Nel 1994, il congedo di paternità esisteva nel 28% ossia 40 dei 141 paesi su cui l’ILO aveva dati disponibili. Nel 2013 circa 78 paesi avevano istituito una qualche forma di congedo di paternità che i lavoratori potevano usare nel periodo intorno alla nascita di un figlio. Nella stragrande maggioranza dei casi, la paternità è pagata anche se è quasi sempre un periodo molto limitato, solo qualche giorno ed è pagato dai datori di lavoro.” (2)
Il rapporto dell’ILO riconosce l’avanzamento generale delle tutele di maternità e paternità, ma allo stesso tempo enfatizza il bisogno di continuare ad estendere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori non solo per i benefici che implicano per i genitori ma anche per le famiglie e la società in generale.
Nelle conclusioni si ribadisce il bisogno di mantenere alta l’attenzione sui sistemi legislativi nazionali e continuare ad allargare la tutela legale e la copertura economica dei congedi di maternità e paternità che consentano ai lavoratori un maggiore equilibrio tra tempi di vita e tempi di lavoro, prevenga la discriminazione e contribuisca a salvare vite sia di madri che di bambini.
L’attività legislativa richiede sempre un lavoro coerente e coordinato da parte dei legislatori nazionali, ma questo è particolarmente vero quando parliamo di diritto maternità e paternità e lavoro. In questo senso le ONG, in quanto rappresentanti della società civile, possono giocare un ruolo chiave nel creare una maggiore consapevolezza tra gli abitanti e i governi sul bisogno di avere e mettere in atto una legislazione che rifletta i propri bisogni e le caratteristiche della società senza “importare” norme e codici espressione di culture e modi di vita differenti.
Infine, è necessario rivedere il modo in cui la cooperazione tecnica tra paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati viene portata avanti e adottare le misure necessarie per garantire che i progetti, specialmente quelli che riguardano l’adozione di leggi, prendano in considerazione le caratteristiche e l’economia del paese che riceve gli input tecnici senza copiare una legislazione pensata e scritta in un paese europeo o in un altro paese qualunque. La sfida sia imparare dai paesi che hanno una legislazione e un sistema di sicurezza sociale che funzionano, che scrivere leggi che rispondano alle specificità economiche, sociali e culturali di ogni singolo paese.
(1) ILO Global Report on Maternity and Paternity at Work 2014 page 65.
(2) ILO Global Report on Maternity and Paternity at Work 2014 page 14.