Perché le statistiche sulla violenza di genere sono così lacunose? Come mai è così difficile monitorare in maniera puntuale i vari reati commessi contro le donne? Non si tratta solo di sommerso e di reticenza a denunciare l'uomo che agisce violenza, spesso il proprio partner. Ci sono anche problemi di definizione e con le fonti dei dati (attualmente poche e non strutturate)
Violenza. Perché
è difficile contarla
Nel nostro paese la violenza di genere ha cominciato a ricevere attenzione politica e mediatica, come dimostra la coniazione di nuovi termini come femicidio o femminicidio [1], ma in altri paesi il riconoscimento della violenza contro le donne come violazione dei diritti umani è stata precoce e ha presto stimolato la domanda di dati statistici finalizzati alla conoscenza del fenomeno e alla individuazione delle caratteristiche delle donne a rischio di vittimizzazione. Nel corso dell’ultimo ventennio, infatti, le indagini prodotte si sono moltiplicate [2] non solo nel mondo povero, ma anche in quello ricco mediante indagini create ad hoc. La prima ricerca è stata realizzata ormai venti anni fa in Canada (1993) [3], in Italia la prima nasce nel 2006 coordinata dall’Istat e finanziata dal Dipartimento pari opportunità [4]. L’ultima in ordine di tempo è quella pubblicata dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali FRA che ha coinvolto 42 mila donne di 28 paesi membri dell’Unione europea [5].
Realizzare indagini economicamente onerose è necessario alla conoscenza del fenomeno che ha una rilevante componente “sommersa” soprattutto quando si tratta di maltrattamento e violenza domestica. È noto infatti che il legame familiare fra vittima e maltrattatore rende estremamente più difficile la denuncia o l’allontanamento dell’autore della violenza e spesso induce a minimizzare i fatti e a non prevederne l’evoluzione. Per questo non è raro che ai pronto soccorso le donne affermino di essere cadute dalle scale, di aver sbattuto contro gli stipiti delle porte, di essere state accidentalmente colpite da un oggetto e così via, invece di denunciare l’episodio subìto. Questo comportamento autolesionista è il risultato di diverse motivazioni. Le vittime non si allontanano dal maltrattante perché hanno sviluppato l’incapacità di sottrarsi alla violenza, ma più spesso rimangono in famiglia per la presenza di minori, per mancanza di risorse economiche proprie, per il timore di rappresaglie e non ultimo per condizionamenti culturali che rendono meno chiari i confini della liceità di comportamenti, soprattutto con riguardo alla violenza sessuale.
L’autocensura non è però l’unico carattere che rinforza il lato in ombra di questo fenomeno. Anche le fonti di tipo amministrativo - in ambito sanitario, giuridico, sociale - idonee a mettere in luce la parte che riesce ad emergere tacciono perché sono inadeguate. Spesso sono carenti perché non distinguono l’autore della violenza, elemento essenziale per definirne la natura di violenza di genere, né tanto meno rilevano le caratteristiche di chi maltratta e della vittima.
Al proposito si possono fare alcuni esempi. In ambito giuridico alcuni reati sono ben classificati, altri sono indistinti. Il reato di stalking è uno di questi poiché include anche conflitti di altra natura (tipicamente fra condomini, per esempio). Ancora, i dati raccolti dai pronto soccorso, così come quelli di ricovero e dimissione ospedaliera, indicano la causa di accesso o ricovero secondo un’appropriata classificazione internazionale, ma non viene menzionato l’autore della violenza. Qualora poi si proceda alla denuncia, i fascicoli giudiziari anche in avanzato stato di discussione si preoccupano principalmente dell’autore di reato lasciando in ombra la vittima [6]. Per ovviare a queste carenze informative negli scorsi mesi è stato istituito un gruppo di lavoro presso il Dipartimento pari opportunità incaricato di predisporre un documento che riassuma tutte le possibili modifiche alle fonti amministrative nella direzione chiarificatrice della violenza di genere.
Una terza fonte informativa interessante è quella che si potrebbe chiamare la “statistica del fai da te” intendendo con questo termine la creazione di elementari sistemi di monitoraggio fra reti di enti e associazioni che offrono servizi di supporto alle vittime o organizzano iniziative nei confronti degli autori delle violenze stesse [7]. Spesso questa iniziativa è inizialmente dettata dal bisogno di rendicontazione alle amministrazioni delle spese sostenute per le vittime prese in carico, ma quasi sempre evolve in sistemi che dal conteggio dei casi e dalla data di presa in carico aggiungono informazioni finalizzate alla conoscenza [8].È quanto successo a Milano con l’istituzione della rete “Prevenire e contrastare la violenza e il maltrattamento contro le donne” e anche con l’Osservatorio permanente promosso dalla Provincia di Milano: il primo fornitore di statistiche piuttosto elementari mentre il secondo rappresenta il frutto di un lavoro più dettagliato, il cui esito consente la condivisione di un sistema di raccolta dati molto articolato [9].
Violenza e maltrattamento nell’area milanese
Nel triennio 2010-2013 oltre quattromila vittime di violenza e maltrattamento si sono rivolte ai servizi della rete milanese. La maggior parte di queste è italiana, le altre provengono da numerosi paesi, anche se ne bastano sette per raggiungere e superare di poco la metà del collettivo immigrato. Le vittime sono relativamente giovani, la più piccola ha 4 anni ed è entrata nella rete a causa di violenze fisiche e sessuali subite anche dalla madre; la più anziana invece ne ha 86 e di propria iniziativa ha chiesto supporto per proteggersi da violenza fisica e psicologica esercitata da familiari e coniuge. Più della metà delle donne lavora; i due terzi dispongono di risorse economiche proprie come pensione, rendita, stipendio.
Le vittime si sono rivolte alle associazioni della rete chiedendo aiuto principalmente per iniziativa personale, ma molte sono state inviate dai servizi. L’invio da parte delle forze dell’ordine e da parte di altri è poco frequente, ma comunque superiore al servizio nazionale 1522 appositamente predisposto. Le vittime chiedono aiuto per motivi spesso combinati; quelli prevalenti riguardano l’aver subito almeno una violenza fisica, psicologica, sessuale, economica e lo stalking. Gli enti e le associazioni si sono prodigate soprattutto in azioni di ascolto che evolvono anche in consulenze legali o di sostegno psicologico. Gli interventi più strutturati come le accoglienze o estremi come il ricovero ospedaliero sono invece meno frequenti.
L’autore della violenza è persona in relazione di intimità presente o passata con la vittima, ma a questo proposito le informazioni della rete milanese sono molto scarse perché il sistema di raccolta è stato erroneamente architettato sulla vittima. Queste informazioni sono invece presenti nel sistema organizzato in provincia. Seppure ancora in fase sperimentale e quindi di numerosità ridotta, il database fornisce informazioni più dettagliate sulle vittime, preziose sul maltrattante [10] - ad esempio se ha precedenti penali, se è portatore di disagio sociale e psichico - e soprattutto sul carattere della relazione. L’incrocio consente di mettere in luce, ad esempio, l’omogamia rispetto alla provenienza della vittima e dell'autore della violenza, la simmetria rispetto a caratteristiche come età, professione, istruzione. Tutto questo ha ricadute molto rilevanti in tema di prevenzione. Da questa sorgente informativa infatti si può trarre il profilo del maltrattante e della sua pericolosità allo scopo di accentuare la sorveglianza e lo stato di allarme fra i servizi che a vario titolo incontrano le vittime, intervenendo prima che il peggio sia avvenuto.
Anche l’analisi delle diverse fasi del percorso è funzionale. Le statistiche del comune di Milano raccontano ad esempio che la maggior proporzione di abbandoni avviene se la vittima proviene da ospedali e forze dell’ordine. Questo è presumibilmente determinato dal fatto che le vittime sono state obbligate al contatto dalla gravità delle ferite riportate, ovvero dall’intervento delle forze dell’ordine chiamate da altri. Queste vittime appartengono a un segmento particolare che affiora dal sommerso e che andrebbe aiutato più di altre ad uscire dalla spirale della violenza proseguendo il percorso incidentalmente intrapreso. In questo senso la valutazione degli abbandoni può essere un indicatore di efficienza del servizio di supporto e uno stimolo per riflettere sull’operato di tutti i soggetti coinvolti.
Dal punto di vista dei dati, della loro qualità e della loro capacità esplicativa questi sistemi di monitoraggio andrebbero potenziati e standardizzati a livello nazionale. Si tratta di informazioni parziali, raccolte da personale non sempre sensibile alla raccolta ma potrebbero essere un buon compromesso fra dati certificati e quelli invece che oggi non hanno il “bollino blu”. Si potrebbe perlomeno iniziare un percorso di acquisizione sistematica di dati socialmente importanti, e allo stesso tempo rendere più ardua la diffusione di cifre fornite spesso secondo ideologie, faziosità o bisogni mediatici.
*Il presente articolo è stato pubblicato in versione ridotta anche su neodemos.it
[1] L’uno si riferisce alle uccisioni di donne avvenute per motivi di genere, l’altro alle pratiche sociali violente che attentano all’integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita delle donne, col fine di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico e/o psicologico. Si veda fra gli altri il sito della Casa delle donne di Bologna
[2]Reperibili al seguente indirizzo: http://dhsprogram.com/publications/publication-dhsqm-dhs-questionnaires…
[3] Un elenco dettagliato anche se non esaustivo
[4] È attualmente in corso una nuova indagine
[6]. Il gruppo di lavoro, di cui l’autrice fa parte, è coordinato dall’Istat.
[7] Esiste una forte eterogeneità sia nell’architettura degli osservatori, sia nelle scelte degli indicatori di monitoraggio. Molti osservatori sono relativamente giovani, altri sono di più antica istituzione e per questo sono meglio strutturati.
[8] Sul territorio nazionale l’eterogeneità dei modi di raccolta delle informazioni e dei contenuti provenienti da questa sorgente informativa è massima e allo stato attuale non consente comparazioni interregionali.
[9] Reperibile http://www.comune.milano.it e http://temi.provincia.milano.it/donne/osservatorio_dati/osservatorio.php
[10] La prima tornata di dati relativi all’intero 2013 è prevista per il mese di giugno. Al momento si ha disponibilità solo di circa 450 casi di immissione pilota non completamente compilati.