È ancora dominante una narrazione della violenza contro le donne, dallo stupro al femminicidio, come raptus, reazione giustificata, persino gesto comprensibile. Una riflessione sul linguaggio e le rappresentazioni, e alcune idee su come raccontare il fenomeno senza alimentare gli stereotipi. Che finiscono per farci sembrare tutto normale, anche il sangue

Le parole per (non) dirla.
La parte che devono fare i media

di Centro documentazione donna di Modena

Se la principale funzione della lingua è quella di comunicare e se il linguaggio è performativo della realtà, allora usare parole scorrette significa comunicare la violenza contro le donne per quella che non è. Cioè farla diventare per esempio raptus o reazione giusificata, conseguenza inevitabile, persino gesto comprensibile

Con il progetto “Le parole per (non) dirla. Iniziative di sensibilizzazione e prevenzione della violenza contro le donne” il Centro documentazione donna di Modena, in più di un anno di lavoro, ha avviato una riflessione sugli aspetti culturali della violenza contro le donne. Il progetto nasce dall’esigenza di comunicare in modo corretto il tema della violenza di genere, anche a fronte della crescente attenzione che i media vi hanno dedicato, soprattutto a quella che è la sua forma estrema, ovvero al femminicidio.

Non sempre, infatti, la comunicazione intorno a questi temi avviene in modo esatto: spesso le notizie contengono elementi che giustificano gli uomini autori di violenza, altre volte si legano questi episodi a determinate categorie sociali, altre volte ancora il sensazionalismo mediatico accende i riflettori sul fenomeno ma non aiuta ad andare a fondo, a capire le radici strutturali del problema e quindi a risolverlo. L'obiettivo è dunque quello di lavorare, in un’ottica di prevenzione per favorire un cambiamento culturale che vada a scalfire alcuni atteggiamenti ricorrenti e comuni quando si parla di violenza sulle donne. Per esempio i mass media, importante veicolo per informare e per dare visibilità al fenomeno, sono al tempo stesso anche specchio di tutti i preconcetti e i pregiudizi legati a situazioni di maltrattamento, discriminazione e violenza che accadono quotidianamente. La carta stampata o la televisione continuano a raccontare di delitti passionali, commessi per gelosia o per troppo amore; se una donna poi subisce violenza sessuale se ne analizzano subito i comportamenti, lo stile di vita, l’aspetto fisico o le abitudini sessuali. E continuando su questa strada non si denuncia mai la qualità delle relazioni, ovvero, di come si basano e si pensano da un punto di vista culturale i rapporti fra i sessi.

Per questo, cambiare la cultura che sottostà alla violenza di genere è da intendersi come un percorso di conoscenza e consapevolezza che sveli quegli stereotipi che, radicati nelle pieghe profonde della nostra società e del nostro modo di essere e di pensare, sono talmente introiettati da risultare naturali, sempre esistiti.

Quali cambiamenti di linguaggio sono necessari se si vuole che non si perpetuino quegli stereotipi culturali di cui si nutre la violenza di genere? Che cosa non funziona del binomio informazione e violenza di genere? Come andrebbero riportate, le notizie dai media? Proprio perché la narrazione della violenza è uno dei principali fattori del tanto auspicato cambiamento culturale proponiamo alcune indicazioni a cui gli operatori del settore possono fare riferimento. Si tratta di dieci punti di attenzione per aiutare il mondo della comunicazione e agevolare una informazione corretta sul tema della violenza di genere, nell’auspicio che possano essere un primo elemento di spunto, dibattito e confronto. A partire dall’importanza di un linguaggio non sessista, non discriminatorio, libero da pregiudizi e attento alla piena dignità del genere femminile, tra i punti messi a fuoco sottolineiamo per esempio l’approfondimento delle fonti per dare voce ad ogni testimonianza che aiuti una esatta ricostruzione della vicenda, avvalendosi anche di interviste e punti di vista di esperti/e che delineino in modo corretto l’incidenza del fenomeno, specialmente la rete delle associazioni femminili impegnate nella prevenzione e nella presa in carico delle vittime di violenza. Si dovrebbe inoltre riprendere sempre anche il punto di vista maschile, poiché per avviare un cambiamento culturale profondo è di primaria importanza la responsabilità di ognuno. Dare voce al maschile significa coinvolgere gli uomini in un problema che li interroga direttamente e che li riguarda; anche in un’ottica propositiva, facendo emergere cioè la nuova sensibilità maschile sul tema della violenza di genere, dando spazio a chi sente il bisogno di impegnarsi concretamente, per favorire il cambiamento della cultura sessista da cui quella violenza origina.

Tra i risultati del progetto è fondamentale la proposta formativa per le scuole medie e superiori, realizzata attraverso lo strumento del cd-rom. Il kit didattico “Le parole (ri)trovate”  è composto da 15 parole ed è stato pensato come una valigia di attrezzi che gli adolescenti devono possedere per affrontare il tema della violenza di genere. La scelta di privilegiare il mondo della scuola dipende dalla sua funzione pedagogica di luogo in cui si apprendono a leggere e a interpretare le esperienze quotidiane alla luce di nuovi saperi che devono permettere ai giovani di avere coscienza di se stessi e degli altri, di instaurare una relazione tra i due sessi che non sia viziata a monte dalle premesse culturali della violenza di genere.

Si tratta di parole da condividere e conoscere perché sono ritenute necessarie e indispensabili per parlare in modo corretto di questo problema e quindi per agire efficacemente sul campo della prevenzione. Se la parola chiave da cui partire è prevenzione, per il gruppo di ricerca del progetto prevenire ha voluto dire innanzitutto mettere a fuoco, pensare e vedere la violenza sulle donne per quella che è. Un’operazione di riconoscimento che serve a svelare la natura stessa del fenomeno,  la sua essenza, le sue molteplici forme ed espressioni. L’assunto teorico è che se manca questa opera di messa a fuoco l’azione di prevenzione è persa in partenza.

Per tutti questi motivi il Centro documentazione donna ha deciso di proporre uno strumento rivolto ai giovani adolescenti costituito da parole da conoscere e condividere. Sono parole trovate, cioè parole nuove che esprimono realtà fino ad oggi inesistenti che non c’era necessità di esprimere (come per esempio il cyberstalking); ma sono anche neologismi che rendono manifesta una realtà che invece è sempre esistita ma mai nominata (come per esempio femminicidio). C’è poi un gruppo di parole ri-trovate cioè parole di uso corrente e quotidiano, che reinterpretate in un’ottica di genere e affiancate alle parole nuove sono in grado di produrre una narrazioni finora inenarrata. Grazie ad un approccio integrato tra parole come genere, stereotipo, relazione e potere il neologismo “femminicidio” diventa finalmente comprensibile in quanto manifestazione dei rapporti di forza tra uomini e donne. Abbinamenti e connessioni che significano capire le premesse culturali della violenza di genere, l’humus in cui la violenza cresce e si alimenta. Altrimenti di fronte all’ennesimo episodio di femminicidio si continuerà a dare la colpa sempre e solo ad un raptus o ad una passione.

 

 


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