Una riflessione sulle evoluzioni e le sfide della ricerca di genere in Italia e all'estero a partire dalle tesi magistrali e di master appena premiate a Bologna
Sguardi nuovi sulla
ricerca di genere
“L'uguaglianza fra uomini e donne è uno dei valori fondativi dell'Unione europea”. È quanto stabilisce il programma europeo Horizon 2020, alla voce gender equality. Una mole di dati e di indicazioni alle università per ottenere finanziamenti che arrivano dritti dritti dalla commissione europea e sono largamente disponibili sul web. Perché l'inversione di tendenza rispetto a carriere, scelte disciplinari e professionali, occupazione e salute sta diventando un'emergenza per i cittadini europei, che potrà penalizzare o, all'inverso, mettere l'acceleratore allo sviluppo globale dei singoli stati e dell'Unione intera. Ecco allora che gli interventi sono mirati a contrastare lo spreco di talenti femminili nell'ambito della ricerca, e ad arricchire la ricerca stessa introducendo una maggiore consapevolezza di genere nei singoli ambiti disciplinari.
Nessuno può descrivere il mondo al posto di un'altra persona, ed è arrivata l'ora per le ricercatrici di dare una svolta netta con le proprie scelte di ricerca, agli stessi ambiti disciplinari tradizionali. In questa direzione va il premio per le migliori tesi di laurea magistrale e di master di I e II livello in studi sul genere, istituito dal Centro studi sul Genere e l’Educazione (CSGE) dell'Università di Bologna. La commissione valutatrice delle tesi era costituita da Rossella Ghigi, Giovanna Guerzoni e Tiziana Pironi, e si è avvalsa della collaborazione di Elena Musiani e Francesca Crivellaro. Le tesi sottoposte alla commissione sono state 46, tra tesi di laurea e tesi di master.
Il primo premio è stato assegnato a Marta Bertagnolli, per la tesi magistrale in Sociologia delle migrazioni e politiche migratorie, “Vite a metà strada: una ricerca qualitativa sulle famiglie transnazionali romene e moldave”, relatore Colombo Asher Daniel, correlatore Federico Zannoni, che utilizza la prospettiva transnazionale per guardare alle odierne migrazioni femminili, soprattutto dall’Est, non come a processi definitivi, ma a “campi sociali che legano assieme il paese d’origine e quello d’insediamento”. Grazie all’uso delle nuove tecnologie, “alla diminuzione dei costi dei trasporti e delle comunicazioni, alla globalizzazione del capitalismo e allo sviluppo delle grandi istituzioni politiche sovranazionali”, le donne costruiscono “una circolarità di scambi, movimenti e comunicazioni” in cui da nuove “madri transnazionali” riescono a ricoprire anche “a distanza il loro ruolo di caregiver per i figli”. Bertagnolli analizza come i processi demografici italiani abbiano influenzato i flussi migratori nel nostro paese. La sua è una ricerca conoscitiva multisituata, che analizza i legami transnazionali, di genere e intergenerazionali di cinque famiglie romene e moldave, realizzata attraversando le frontiere e con uno sguardo centrato sulla qualità delle relazioni familiari a distanza, in cui la famiglia d’origine “si vede costretta a costruire nuovi assetti familiari e nuove forme di accudimento”. La famiglia della donna migrante, al centro di questa indagine, rivela così la sua capacità di essere “soggetto elastico”, capace cioè di mettere in atto reti di solidarietà, “catene globali della cura”, “molteplici strategie di cura, sostitutive a quella materna”, che non escludono però profonde sofferenze per tutti i membri della famiglia.
Il secondo premio è andato a Ilaria D’Angelis, della School of Economics, Management and Statistics, con la tesi di laurea magistrale “Gender inequality, monopsonistic discrimination and economic growth: a theoretical investigation”, relatrice Carlotta Berti Ceroni. La tesi analizza le conseguenze macroeconomiche della minore qualità e quantità di opportunità lavorative offerte alle lavoratrici, prendendo a modello un mercato del lavoro caratterizzato dalla presenza di un solo acquirente a fronte di una pluralità di venditori, in cui il potere di mercato del datore di lavoro dipende dai vincoli - ad esempio di tempo disponibile per la ricerca di lavoro - che i lavoratori devono considerare nel ricercare e nell'accettare o no un determinato impiego, e che ne condizionano la mobilità. Lo studio, che si focalizza sui paesi o"ccidentali", dove l'uguaglianza di genere è ancora un obiettivo da raggiungere, nasce dalla volontà di comprendere le possibili conseguenze delle disuguaglianze di genere che si verificano nel mercato del lavoro sulla crescita economica e di far luce sulle eventuali ripercussioni di una crescita più rapida sulle disuguaglianze stesse. In sintesi, se una maggiore uguaglianza sul mercato del lavoro può favorire la crescita, solo una crescita inclusiva favorirà la futura riduzione delle disuguaglianze presenti.
Si fanno necessarie perciò politiche “attive”, che incidano sulla riduzione di quei vincoli - spesso dovuti al lavoro di cura non pagato che ancora le donne svolgono nei nuclei familiari - che rendono l'offerta di lavoro delle donne meno mobile e più rigida, e che quindi riducono la possibilità di scelta delle lavoratrici.
Il premio Erasmus mundus master’s degree ha visto vincitrice la catalana Rut Guinarte-Mencia (Barcellona, Vigo), della University of Hull (dipartimento di Scienze sociali) con “On the ideological manipulation of resistant gendered discourses in audiovisual translation (supervisori Fruela Fernández e Gilberta Golinelli). La tesi analizza le “rielaborazioni” spesso normalizzanti che subiscono i discorsi di genere nel processo di doppiaggio da una lingua all’altra, in questo caso dallo spagnolo all’italiano e viceversa, e nel parallelo doppiaggio nell’inglese parlato. I casi analizzati riguardano tre film diretti da registe: Viaggio sola (2013), in spagnolo Viajo sola (2014), diretto da Maria Sole Tognazzi, A mi madre le gustan las mujeres (2002), in italiano A mia madre piacciono le donne (2004) di Inés París-Bouza e Daniela Fejerman, Te doy mis ojos (2011), in italiano Ti do i miei occhi (2013) di Icíar Bollaín Pérez-Mínguez. Obiettivo, quello di “mettere in luce come il lavoro di traduzione, anche in culture linguistiche vicine, possa modificare la presentazione del genere per renderlo più affine alle aspettative nazionali”. Le conclusioni avvalorano l’ipotesi che film non allineati alle ideologie normative di genere siano “particolarmente vulnerabili a riscritture ideologiche”, a volte inconsapevoli o dovute a consolidate pratiche di discriminazione linguistica e a mancanza di conoscenza specialistica, ciò vale per l’uso dei titoli professionali femminili e le retoriche della femminilità e dei comportamenti sessuali maschili. Ad esempio, in uno degli “esercizi di scambio” linguistico riguardante il comportamento sessuale maschile durante un rapporto sessuale, nel passaggio dallo spagnolo all’italiano viene significativamente rafforzata la componente machista. In particolare, appare normalizzato nelle traduzioni ogni aspetto di opposizione ai pregiudizi sull’omosessualità e sulla violenza di genere.
Le tesi premiate saranno consultabili presso la Biblioteca italiana delle donne di Bologna.
In conclusione, questa prima ricognizione ci offre interessanti ricadute degli studi di genere, grazie al lavoro costante e di qualità svolto ormai da due generazioni di studiose e studiosi e a un appassionato lavoro di squadra, interdisciplinare, compiuto attraverso il team di ricerca integrata Alma Gender.
Se il problema della crisi economica e politica in cui ci dibattiamo sta nella mancanza o nella non adozione di nuovi strumenti di analisi e di nuove prospettive da cui guardare la realtà, la ricerca scientifica, specie se declinata secondo l’ottica di genere, può proporre sguardi capaci di illuminare il presente e di indicarci nuove, possibili, percorribili vie d’uscita. Sguardi giovani e da sostenere.