In Spagna, come in Italia, la crisi economica e un modello tradizionale di assistenza hanno pesato soprattutto sulle donne. Tre economiste si sono chieste cosa accadrebbe con un cambio radicale di prospettiva, adottando il modello svedese

Se la Spagna adottasse
il modello svedese

di Marina Turi

Il modello nordico di assistenza agli anziani e alle persone non autosufficienti sarebbe applicabile in Spagna

Nel 2018 le economiste Rosa Martínez, Susana Roldán e Mercedes Sastre, ricercatrici dell'Istituto di Studi Fiscali del Ministero delle Finanze spagnolo, hanno provato a rispondere a questa domanda con un’analisi del modello di assistenza della popolazione anziana e non autosufficiente in Spagna.[1] 

Le autrici partono dall'assunto che in Spagna l'attuale sistema per l'autonomia e la cura delle persone non autosufficienti sia carente e non soddisfi adeguatamente la domanda presente e futura. 

Il paese invecchia rapidamente: secondo le proiezioni pubblicate alla fine del 2018 dall'Istituto nazionale di statistica spagnolo (Ine) entro trent'anni una persona su quattro avrà più di 64 anni, rispetto ai circa 9 milioni attuali. Fra 10 anni le persone ultra sessantaquattrenni saranno più di 12 milioni. 

Il rischio di trovarsi in una situazione di non autosufficienza riguarda tutte e tutti, ma solo una minoranza avrebbe i mezzi economici necessari per garantirsi un'assistenza adeguata. In Spagna l'assistenza e la cura delle persone anziane o non autonome è uno dei servizi pubblici più colpiti dalla crisi, sebbene sia fondamentale per la società nel suo insieme, soprattutto rispetto a una popolazione che invecchia rapidamente.

Già alla fine del 2016 il sistema di assistenza spagnolo copriva il 7,2% del totale della popolazione considerata, oltre 620.000 persone con più di 65 anni, mentre circa 270mila persone della stessa fascia di età che avevano il diritto di ricevere assistenza restavano bloccate in lista d'attesa. Secondo l'Indagine sulle condizioni di vita nel 2016 erano 928mila le famiglie con bisogni non coperti dall'aiuto domiciliare, che non ricevevano nulla o non ricevevano abbastanza ore di attenzione settimanale. Diversi sondaggi mostrano che in Spagna l'assistenza è percepita come insufficiente o inaccessibile dalla grande maggioranza delle persone che ne avrebbe diritto.

Il deficit dell'attuale sistema di assistenza è ricaduto in buona parte sulle spalle delle famiglie, principale fonte di aiuto e sostegno per persone anziane e non autosufficienti, e in particolare sulle donne.

Sempre secondo l'Indagine sulle condizioni di vita del 2016 circa l'80% delle persone anziane con gravi limitazioni e il 74% di quelle con limitazioni moderate, vengono accudite principalmente dal proprio partner o da altri componenti della famiglia. L'assistenza informale, più economica e meno professionale, impone un peso importante alle famiglie e in particolare alle donne. Secondo l'Indagine Europea sulla salute in Spagna realizzata dall'Ine nel 2014, il profilo di un caregiver non professionista corrisponde a una donna tra i 45 e i 64 anni. Il pregiudizio di genere aumenta passando a situazioni di assistenza maggiore: i dati sulle condizioni di vita del 2016 rivelano che il gruppo che dichiara di badare contemporaneamente a persone all'interno e all'esterno della propria casa, dedicando almeno 20 ore a settimana del proprio tempo, in maniera informale, è composto per l'87% da donne, contro un 12,5% degli uomini che svolgono stessi compiti di cura.[2] 

I modelli culturali tradizionali, molto presenti come in Italia anche in Spagna, assegnano soprattutto alle donne il ruolo di cura e assistenza primaria per persone anziane non autosufficienti e non solo per loro.  

La seconda parte dello studio propone dunque un cambiamento radicale del modello assistenziale attualmente in vigore. Le ricercatrici esaminano la possibilità di implementare sul territorio spagnolo un modello nordico di assistenza alle persone anziane o non autosufficienti, che prevede alti livelli di coinvolgimento del settore pubblico, anche per le persone che hanno bisogno di un aiuto importante, cercando di rispettarne il desiderio di continuare a vivere nella propria casa o, qualora non fosse possibile, presso centri specializzati. 

Come modello nordico di riferimento è stato scelto quello della Svezia, un sistema dove l'assistenza è considerata un diritto universale, con  finanziamento completamente pubblico, per garantire il diritto alla cura e i diritti di tutte le persone coinvolte – le persone assistite, chi lavora per loro e lo stesso ambiente familiare – e per assicurare l'autonomia funzionale alle persone non autosufficienti, senza ricorrere al coinvolgimento diretto della famiglia.

Se da un lato l'analisi si concentra sulla domanda effettiva, calcolata applicando il più precisamente possibile l'attuale scala di valutazione per la condizione di non autonomia; dall'altro, fa una simulazione della domanda considerando il livello di copertura del sistema di assistenza svedese.

Il risultato mostra che la copertura in Spagna, rispetto ai dati registrati per il 2016, dovrebbe estendersi fino a riguardare il 18% delle persone anziane, circa 1,6 milioni di utenti, un 78% in più di quelli con diritto di assistenza attualmente riconosciuto e più del doppio di coloro che già ricevono assistenza dal servizio pubblico. 

Inoltre, si dovrebbero aumentare i servizi forniti per ogni persona beneficiaria e modificare la struttura stessa di questi aiuti, eliminando gli aiuti economici e sostituendoli con servizi diretti per le persone a carico, come l'assistenza domiciliare, quella residenziale, quella nei centri diurni/notturni. Indispensabile, poi, sarebbe rafforzare tutti i servizi complementari come la tele-assistenza e i servizi di sostegno all'autonomia della persona, come per esempio il servizio di lavanderia e i pasti a domicilio.[3]

Ovviamente, l'applicazione in Spagna di un sistema di assistenza sul modello svedese comporterebbe un aumento significativo del finanziamento previsto: lo studio valuta necessario un investimento superiore ai 17mila milioni di euro per anno, circa 12mila milioni in più rispetto al 2016 (quando si erano spesi circa 5.800 milioni di euro).  Per fare fronte all'aumento di persone aventi diritto, si calcola anche una crescita di oltre mezzo milione di persone impiegate a tempo pieno, contro le 155mila circa coinvolte nell'anno di riferimento. 

Per una assistenza adeguata bisognerebbe prevedere anche un aumento dei posti nelle strutture residenziali pubbliche che forniscono accoglienza. Secondo il modello su cui si basa la ricerca sarebbe necessario un aumento dai 113mila posti pubblici o convenzionati abilitati nel 2016, anno di riferimento, per le persone di età superiore ai 65 anni,  a circa 400mila. Un aumento che richiederebbe un importante investimento anche per migliorare la attuale bassa qualità delle strutture

Lo studio in realtà non analizza in modo esaustivo i possibili metodi di finanziamento per il nuovo sistema di assistenza, ma valutandone la fattibilità secondo una attuazione progressiva nel tempo, ne indica alcuni con un ritorno diretto, come l'eliminazione dall'imposta sul reddito delle persone fisiche di determinati incentivi fiscali associati all'età, alla disabilità e alla non autosufficienza. Infatti con un efficiente sistema di assistenza pubblica il trattamento fiscale preferenziale non sarebbe più necessario, generando un risparmio di circa 1.700 milioni di euro.

Inoltre si avrebbe un aumento delle entrate proveniente dai contributi della previdenza sociale per l'occupazione generata, corrispondente a un rendimento calcolato di circa 5mila milioni di euro, perché il lavoro di cura e assistenza informale diventerebbe lavoro formale e per questo soggetto a tassazione, generando risparmi dovuti alla prevedibile diminuzione della spesa per eventuali sussidi di disoccupazione.

I numeri si adatterebbero, quindi, in termini economici fino a rendere fattibile il modello. Ma lo studio non vuole dimostrare il ritorno economico diretto o indiretto della proposta, questo deve essere il compito delle autorità pubbliche coinvolte. Invece del sistema attuale, il cui pilastro fondamentale è l'assistenza spesso fornita dalle famiglie e dalle donne in condizioni precarie, questo studio si propone di universalizzare il diritto a un'assistenza efficiente e di qualità da parte dei servizi pubblici.

Il pregio di questo lavoro è di collocare il dibattito sul modello di assistenza necessario per soddisfare i bisogni crescenti,  garantendo nel contempo i diritti di tutte le persone coinvolte indipendentemente dalla loro storia lavorativa e dalla loro situazione finanziaria e patrimoniale, una socializzazione della cura e dell'assistenza con benefici per tutte e tutti.

Note

[1] La atención a la Dependencia en España, 2018.

[2] Si suppone se retribuito,al nero e quindi non quantificabile come contributi corrispondenti. si parla di caregiver informale.

[3] In questa seconda parte dello studio sono state utilizzate l'Indagine Europea della salute in Spagna (dati al 2014), ossia la parte spagnola della European Health Interview Survey coordinata da Eurostat, e l'Indagine su salute, invecchiamento e pensionamento in Europa, Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe (dati al 2015).

 


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