Registe, sceneggiatrici, montatrici. Le donne che fanno cinema si misurano con un settore ancora prevalentemente gestito dagli uomini, non solo a livello di contenuti, ma anche di finanza e di distribuzione. Ne parliamo con Antonietta De Lillo, che nel suo ultimo lavoro, presentato a Venezia, racconta cosa significa per una donna fare film in Italia
Nell'industria
del cinema
Ci siamo chieste come stanno le donne che fanno cinema, lavorando in prima linea dietro e accanto alla macchina da presa. Ne abbiamo parlato con Antonietta De Lillo, regista e sceneggiatrice di talento, tra le ospiti lo scorso settembre a Venezia della sesta edizione del Seminario sulla parità di genere e l’inclusione nell’industria cinematografica promosso da La Biennale, Eurimages e WIFTM Italia, in un panel dedicato alla circolazione e all'invisibilità dei film italiani a direzione femminile.
I dati diffusi a Venezia ci dicono che in Italia le donne rappresentano il 21% delle direzioni di lungometraggi nel 2023, e il 30% delle persone che lavorano a sceneggiature e montaggi. Sono dati incoraggianti?
La distanza fra i film a direzione maschile e quelli a direzione femminile si sta sempre di più accorciando e i dati diffusi durante il panel a cui ho partecipato a Venezia sono stati confortanti. In questo preciso momento storico credo che abbiamo bisogno di visioni al femminile più che al maschile. Ma quello che determinerebbe una vera inversione di tendenza non è tanto avere più registe quanto più figure apicali nell'industria del cinema e audiovisiva, in cui c’è una netta maggioranza di uomini. Guardiamo insomma non tanto a chi dirige i film, quanto a chi dirige i flussi finanziari, che determinano poi la realizzazione dei film, e dunque anche del gusto.
Il Rapporto Gender Balance presentato alla Mostra di Venezia Balance in Italian Film Crews del Ministero della Cultura-Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, sottolinea la tendenza costante delle donne a operare di più nelle produzioni a basso budget e ad avere una preferenza con il documentario…
Certo, i dati dicono questo. E basta guardare, del resto, anche alla mia storia: nel momento in cui il sistema non mi ha dato più opportunità di lavorare, sono riuscita comunque lo stesso a continuare a essere produttiva, però con documentari, quindi con basso budget, con un’autoproduzione. Detto questo, secondo me le donne non sono percepite come meno brave, ma come meno malleabili. Per un produttore è importante avere fiducia nel regista, e la nostra storia ha sempre dimostrato che siamo responsabili, sapendo portare avanti le baracche, piccole o grandi che siano. Quindi credo ci sia proprio una paura da parte dell’altro genere, di sé stessi, che proiettano su di noi. Il timore di essere scalzati. Però bisogna poi anche ricordare che, per esempio, Paola Cortellesi alla regia di C’è ancora domani ha avuto un enorme gradimento; che nei festival sempre di più vincono donne per merito, e che una delle serie che quest’anno ha messo d’accordo un po’ tutti è stata quella con la regia di Valeria Golino, L’arte della gioia. Insomma, mi pare che i fatti stiano segnalando un cambiamento.
Restiamo ottimiste?
Certo, anche se va detto che ci sarebbe bisogno di un maggiore accompagnamento culturale. Agli autori dico che è necessario riprendere la nostra funzione primaria che è quella di disegnare, suggerire e immaginare una società migliore. A livello produttivo, ricordo che il problema non sono i film piccoli o medi, quelli che hanno una funzione culturale, o sperimentale dove lo Stato può anche rischiare. Il problema sono quei film sempre fatti dalle major che costano milioni di euro, e che non incassano veramente nulla, nonostante la loro forza commerciale.
Lei è stata l’ideatrice di un format molto interessante: il film partecipato. Nel 2011 ha messo a punto con Marechiaro Film Il pranzo di Natale, in qualità di ideatore e curatore del progetto. Il lavoro è stato presentato fuori concorso al Festival Internazionale del Film di Roma. Quattro anni dopo arriva il suo secondo film partecipato, Oggi insieme, domani anche, premiato con un Nastro d'argento speciale alla regia. Alla base, c'è stato il progetto di creare un film documentario attraverso contributi e racconti filmati di autori differenti. Ci racconta?
L’idea del film partecipato nasce con la voglia e l’idea di realizzare un film attraverso un tema e nello stesso tempo di aiutare i giovani cineasti. Direi che il format è caratterizzato dalla mia capacità di mettermi al servizio della storia in tutto e per tutto, accompagnandoli. Ora in preparazione c’è il film partecipato L’Uomo e la bestia: l’obiettivo è sempre quello di narrare l’Italia di oggi. E in questo credo che non ci sia niente di meglio del rapporto dell’uomo e dell’animale.
A proposito dell’Italia di oggi, lei si è anche battuta attivamente perché un problema centrale come quello della distribuzione del prodotto cinematografico, spesso difficoltosa, venga fatto oggetto di discussione. Dopo che il suo lungometraggio, Il resto di niente, del 2004, accolto con favore dalla critica e dal pubblico, fu distribuito solo in 20 copie, e sollevò la questione: l’Istituto Luce, che ne era il distributore, per tutta risposta imboccò la strada della citazione per diffamazione e di una richiesta di risarcimento danni di 250mila euro. Ne nacque una vicenda giudiziaria lunghissima, la cui storia è stata raccontata nel suo ultimo film.
L’occhio della gallina è stato presentato al festival di Venezia nella sezione Giornate degli autori della rassegna Notti Veneziane, ed è un autoritratto in cui ripercorro la mia esperienza all’interno dell’industria cinematografica. Nel film sono raccontate le conseguenze disastrose di dire semplicemente quello che si pensa, o quello che può essere migliorato. Ormai è un sistema: chiunque ha, non dico il coraggio, ma la spontaneità di parlare viene cacciato dal "paradiso terrestre", nel cinema, così come nella sanità o nelle scuole. In Italia, va detto, non siamo stati mai per un primato di giustizia e di equità, ma negli ultimi vent'anni le cose in questo senso sembrano essere parecchio peggiorate. Il mio è anche un film sul lavoro, perché porta in scena appunto un lavoro negato, all’apice della carriera. L’ho girato per invitare tutti noi ad avere più fiducia nella nostra capacità di contrastare ciò che non funziona. Per dimostrare che nella vita non bisogna sempre voltare la faccia da un’altra parte, abbassare la testa, far finta di non vedere, stare per forza dalla parte dei più forti. Non ci porta bene né da un punto di vista individuale né da un punto di vista collettivo. Ed è senza dubbio un film pieno di energia.
Ripercorrendo la controversia giudiziaria, l'istituto Luce ha perso in primo e in secondo grado. Dopo questa vicenda, che si è chiusa nel 2016, lei però ha raccontato della sua difficoltà nel continuare a fare cinema…
Vengo da una famiglia di genitori che non facevano cinema. Agli inizi della mia carriera mi sono semplicemente presentata al Ministero, portando una buona sceneggiatura che è stata finanziata. L’ultimo prodotto culturale che mi hanno permesso di girare è stato appunto Il resto di niente, che ha avuto un finanziamento pubblico e che ha richiesto sette anni di lavoro. Da allora più niente, solo per avere detto che il mio film è stato mal distribuito. Il punto è che ci sono dei film che vengono fatti soltanto per il percorso, per la produzione, senza prevedere che il prodotto possa poi andare bene, arrivare davvero al pubblico. L’occhio della gallina è comunque un film che chiede un dialogo con la controparte perché, se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo farlo tutti insieme.
Pensa che la componente di genere possa aver contribuito alle difficoltà lavorative che ha incontrato sulla sua strada?
Certamente, ha inciso anche la componente di genere: se ai vertici della mia controparte ci fossero state delle donne, e delle donne autonome, libere e forti, non avremmo avuto una storia così lunga e così poco edificante per le istituzioni, ma si sarebbe trovato un modo di dialogare. Ai vertici invece c'erano tutti uomini e c’è stata una mancanza di empatia, di voglia di essere paritari con le donne che non ha portato alla risoluzione del problema ma anzi ne ha fatto diventare un caso eccezionale.
Che accoglienza ha sentito per il suo film presentato a Venezia?
Sono stata a Venezia e ho avuto delle critiche bellissime. C’è un’altra parte di società che ha voglia di cambiare. Fare un autoritratto è un doppio salto mortale: alla fine so esattamente cosa ho realizzato soltanto quando il film viene dato in pasto ai critici e al pubblico. Lo sguardo e le osservazioni su L’occhio della gallina, sia da un punto di vista cinematografico sia nei contenuti, mi hanno fatto davvero bene. Ho capito che è stato compreso e apprezzato. E credo che sia importante per il pubblico sentire che un film in qualche modo lo riguardi.