Spesso pensiamo alla cittadinanza come a un diritto scontato e automatico, non è così per tante persone giovani nate in Italia da genitori stranieri. Cittadine e cittadini all'atto pratico ma non formalmente, che non potranno andare a votare l'8 e il 9 giugno 2025, per un referendum che invece le riguarda in prima persona
Cittadine
di fatto
La cittadinanza è uno di quei diritti che è facile dimenticarsi di possedere, se lo si possiede.
Come scriveva Virginie Despentes a proposito delle persone bianche razzializzate, questa “possibilità di dimenticare” – dimenticare di essere bianca, nel suo e nel mio caso, perché se si è bianche difficilmente si è oggetto di commenti razzisti – è una delle definizioni più semplici di privilegio.
Il privilegio è quindi quello stato di cose che mi permette di dimenticare di avere un determinato diritto, se per l’appunto ce l’ho. Diventa per me ovvio, quasi banale.
Non è una priorità difenderlo, oppure fare in modo che altre persone lo acquisiscano, proprio perché per me è scontato averlo, non riesco a immaginare quale impatto potrebbe avere sulla mia vita non averlo più, o non averlo mai avuto.
Noi, cittadine e cittadini italiani, ad esempio, tendiamo a non interrogarci sul fatto di esserlo: diamo questa condizione per scontata perché la acquisiamo alla nascita, senza alcuna azione o intenzione da parte nostra o dei nostri genitori. È un dato oggettivo con cui iniziamo il nostro percorso nella vita (nella società, nei rapporti con l’amministrazione) e tendiamo a non dare molta importanza al fatto che ci consente di possedere uno status e un documento d’identità che ci garantisce tutele, ci offre tranquillità e ci permette di muoverci nel mondo liberamente, con opportunità pressoché illimitate.
Anche le nostre figlie e i nostri figli non si interrogano sul loro essere cittadine e cittadini italiani, quando lo sono. Loro però, più spesso di noi, hanno nella loro cerchia di amicizie, tra compagni e compagne di scuola, persone che cittadine non lo sono. E quindi, più facilmente di noi, si accorgono dell’importanza del diritto alla cittadinanza. Soprattutto quando, per qualche ragione pratica, operativa, si scontrano con la durezza e l’irrazionalità degli impedimenti che non possedere la cittadinanza comporta.
Prendiamo il caso di Brendha, che non può partecipare al torneo interregionale di basket perché la sua famiglia è arrivata dal Brasile quando lei aveva undici anni e, anche se ne sono passati 10, per la Federazione non rientra nell’eccezione prevista per lo ius soli sportivo. O quello di Francisco, che ha bisogno di un visto dell’ambasciata per partecipare alla gita scolastica in Irlanda – e il visto costa, e il visto arriva tardi, e alla fine non arriva in tempo – perché Francisco è boliviano, anche se in Bolivia non ci è mai stato.
Poi c'è Oussama, che non può diventare arbitro perché non è cittadino italiano e chissà se lo sarà mai, perché in questi 18 anni in cui ha vissuto in Italia le estati le ha passate quasi sempre in Tunisia con la nonna, qualche volta fermandosi lì per quasi 3 mesi, compromettendo così senza accorgersene la necessaria continuità. E Fatima, che frequenta il collettivo della scuola ed è una delle persone più attive, ha una forte coscienza politica e conosce bene il territorio ma non può candidarsi né votare perché non è cittadina e il diritto di voto lei non ce l’ha.
Brendha, Francisco, Oussama, Fatima che sono in classe insieme dalla materna, che parlano italiano con la stessa cadenza dialettale, che giocano nelle squadre giovanili di quartiere da quando riuscivano a stento a camminare, figuriamoci andare a canestro, che sembrano uguali ai nostri figli e alle nostre figlie ma non lo sono. Perché, al di là di tutti gli ostacoli e le discriminazioni con cui fanno i conti tutti i giorni (e che noi possiamo decidere di non riconoscere, di attribuire a una loro ipersensibilità, perché in Italia il razzismo non si misura e quindi non esiste) quando si tratta di tirar fuori le carte, i documenti, le evidenze, loro “uguali” – cioè cittadini e cittadine – non lo sono.
E l’aspetto veramente assurdo, quello che i nostri figli e le nostre figlie faticano a capire, e noi con loro, è che per chi nasce in Italia da persone che non hanno la cittadinanza italiana il tempo di attesa per ottenerla è legalmente più lungo (almeno 18 anni) che per chi in Italia arriva da adulto (10 anni) o per chi si sposa con una persona che ha la cittadinanza italiana (2 o 3 anni).
Quasi che conoscere il paese, assimilarne la cultura, frequentarne le scuole, viverne le contraddizioni fosse un limite, anziché un vantaggio.
La distinzione tra chi ha la cittadinanza e chi non ce l’ha può sembrare un tema di poca importanza (soprattutto agli occhi di chi la cittadinanza già la possiede), ma ha il potere di creare una spaccatura terribile che, di fatto, esclude da una piena partecipazione alla vita sociale, civile e politica tantissime persone, soprattutto tantissime ragazze e ragazzi che fanno già parte delle nostre vite e di quelle delle nostre figlie e dei nostri figli.
Una distinzione che compromette anche la nostra possibilità di credere nelle istituzioni, nella veridicità di certe affermazioni di principio quando dalla comunità cui si appartiene si escludono per questioni formali persone che nei fatti ne sono parte.
Acquisire il diritto di cittadinanza quando non è un privilegio scontato, è un percorso lungo e difficile, fatto di burocrazie, infinite attese, giornate e risorse perse a cercare di dimostrare formalmente un legame con una comunità, un territorio, che all'atto pratico già esiste: è già fatto di partecipazione, frequentazioni assidue, legami costruiti nel tempo, rapporti di vicinanza, parole e affetti che magari non hanno un timbro, ma hanno un grande valore.
Del referendum sulla riforma del diritto di cittadinanza dell’8 e 9 giugno 2025 si parla poco, le notizie bisogna andare a cercarle.
Le persone maggiormente interessate non potranno andare a votare, proprio perché per votare è necessario essere cittadine e cittadini italiani.
Però noi, che cittadini e cittadine lo siamo, possiamo andare a votare, e dobbiamo farlo, per iniziare a riformare una normativa che crea barriere e costruisce muri laddove servirebbe invece costruire ponti, momenti di incontro, cercare insieme soluzioni per un futuro migliore. Per noi e soprattutto per le nostre figlie e i nostri figli.
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