Da Betty Friedan ad Andrea O’Reilly, pratiche e linguaggi per diventare madri, vivere la maternità e attraversare tutte le contraddizioni di questa condizione con un approccio radicalmente femminista
La maternità può
essere femminista
Benché possa ancora oggi apparire come qualcosa di paradossale, quasi un cortocircuito deliberatamente provocatorio, un pensiero femminista della maternità è esistito, esiste e resiste. In questo testo intendo offrire alcune coordinate per orientarsi nella teoria femminista anglofona, in particolare nordamericana: una riflessione plurale, spesso dissidente e coraggiosa.
Tracciarne una possibile genealogia, al di là di uno sguardo radicato nel contesto italiano, permette infatti di illuminare un panorama in cui si sono articolate, talvolta con maggiore radicalità e anticipo, alcune delle domande più urgenti e scomode sulla maternità, sul lavoro di cura e sul rapporto tra corpo e identità femminile. Seguendo il suggerimento della studiosa statunitense Elaine Tuttle Hansen, proverò dunque a raccontare la storia del pensiero femminista nordamericano della maternità come un “dramma in tre atti”.
Il primo atto è quello del ripudio: il rifiuto matrifobico che anima le femministe della seconda ondata, tra gli anni Sessanta e Settanta. In questa fase storica, essere madre ed essere femminista rappresentano realtà inconciliabili. La maternità viene subita e respinta in quanto pilastro della più ampia “mistica della femminilità” – secondo la definizione di Betty Friedan, attivista femminista e saggista statunitense – che assegna alle donne un destino biologico ineluttabile, fondato sul sacrificio, la dedizione e la subalternità.
Ciò che viene temuto, infatti, non è solo l’essere madri – da qui la rivendicazione del diritto all’aborto – ma soprattutto il diventare come le proprie madri: ingranaggi, spesso inconsapevoli, dell’istituzione patriarcale. Donne soggiogate da quella forma più subdola di controllo che è il "maternalismo", secondo cui non solo la donna sarebbe naturalmente votata alla maternità, ma, una volta diventata madre, le spetterebbe un ruolo civico di guida morale.
Una posizione che si traduce in una celebrazione ideologica ed essenzialista della maternità e, insieme, in una sua invisibilità politica. Se dovessi indicare una sola voce da ascoltare in questo primo atto sarebbe quella dell’attivista radicale Shulamith Firestone, che nel 1970 pubblica lo straordinario The Dialectic of Sex, nel quale immagina una possibile emancipazione del corpo sessuato femminile dai gioghi biologici della procreazione e della gestazione: affidare tali processi a uteri artificiali.
Il secondo atto è quello del recupero: esso ha una data di inizio ben precisa. È il 1976 e Adrienne Rich pubblica Of Woman Born, il primo testo in cui si articola con forza una distinzione semplice, eppure capace di tracciare un solco profondo e duraturo, tra maternità come motherhood e maternità come mothering.
La prima rappresenta l’istituzione: un insieme di norme, ruoli e aspettative costruiti dal patriarcato per regolare e controllare i corpi e i desideri femminili. La seconda, invece, è esperienza vissuta, pratica quotidiana, possibilità di riappropriazione, per le madri, del proprio potere generativo. È in questo spazio che si apre la possibilità di pensare ed esercitare la maternità non come gabbia identitaria, bensì come atto trasformativo, come momento di autoaffermazione femminista.
Numerose sono però le voci che si affollano in questo atto. Tra esse spicca quella di Sara Ruddick che, con Maternal Thinking (1989), compie un gesto teorico fondamentale: separare la maternità biologica e gestazionale dalla maternità sociale, riconoscendo il lavoro materno come un insieme di pratiche razionali, apprese e agite nel tempo. Ruddick propone una politica della cura che non è intrinsecamente femminile, ma disponibile a chiunque la scelga entro il proprio progetto etico ed esistenziale, uomini inclusi.
Centrale è, inoltre, il contributo del femminismo afroamericano, che critica la miopia del femminismo bianco e borghese della seconda ondata. Quel femminismo che aveva denunciato la maternità come trappola, senza considerare come, per molti corpi razzializzati, indigeni o colonizzati, il problema fosse esattamente l’opposto: la negazione sistematica del diritto a essere madri. In contesti segnati da programmi di sterilizzazioni forzate, la maternità non è, infatti, imposta, ma sottratta. In questa cornice risuona la voce di bell hooks che, già nel 1984, parla di revolutionary parenting: una genitorialità rivoluzionaria, fondata su una pratica di cura condivisa e politicizzata, in cui la maternità femminista si intreccia con una più ampia trasformazione delle relazioni affettive e sociali, inclusiva delle figure paterne e comunitarie.
Fondamentale, in questo senso, anche il pensiero di Patricia Hill Collins, che nei suoi numerosi studi evidenzia come, per le donne afroamericane, la maternità possa diventare occasione di empowerment proprio in virtù di forme relazionali alternative, come l’othermothering e la maternità collettiva. Queste pratiche, radicate nella comunità e nella solidarietà intergenerazionale, si pongono in aperta opposizione ai modelli normativi e individualistici dell’istituzione patriarcale.
Il terzo e ultimo atto è quello, ancora in divenire, della rivoluzione. Nel 1994, a Chicago, alcune attiviste afroamericane fondano il movimento per la reproductive justice, uno dei più straordinari tentativi di sintesi e dialogo all’interno della coralità del femminismo contemporaneo. Questo movimento si fonda sulla consapevolezza che sia piuttosto ingenuo pensare che, in ambito riproduttivo, ogni scelta possa compiersi in modo pienamente libero e autonomo, come celebrato da una certa retorica pro-choice.
Al contrario, ogni decisione è inevitabilmente condizionata, spesso in modo invisibile, da sistemi di potere e disuguaglianza più ampi, legati, tra gli altri, a fattori di razza, classe, religione, orientamento sessuale e status socioeconomico. I diritti riproduttivi devono essere ripensati oltre l’orizzonte della libertà individuale, come giustizia riproduttiva, adottando una prospettiva dichiaratamente intersezionale. Inoltre, questo movimento dimostra l’esistenza di un’interconnessione indissolubile tra il diritto a essere madri, il diritto a non esserlo, e il diritto a vivere la maternità in modo dignitoso. Nessuna di queste dimensioni deve essere gerarchizzata o contrapposta alle altre: al contrario, tali istanze si rafforzano vicendevolmente.
A chiudere, momentaneamente, questo terzo atto è la voce di Andrea O’Reilly, studiosa canadese che nel 2016 elabora il concetto di matricentric feminism: un femminismo delle madri, per le madri. Un paradigma in cui idealmente convergono molte delle suggestioni fin qui evocate. Anche per O’Reilly, la maternità è un verbo, una pratica, che può e deve essere de-genderizzata. La maternità normativa e patriarcale può essere non solo resistita, ma attivamente decostruita.
Ciò avviene, ad esempio, quando la maternità viene vissuta all’interno di geometrie relazionali che esulano dalla famiglia nucleare eterosessuale, oppure quando l’educazione antisessista della prole e l’attivismo materno mettono in discussione l’imperativo patriarcale secondo cui la maternità è un compito esclusivamente biologico e privatamente domestico. O’Reilly, inoltre, invita a considerare la maternità anche come categoria interiezionale; io, che sono donna e madre, subisco specifiche forme di oppressione in quanto donna, ma anche in quanto madre: oppressioni che si intrecciano, si sovrappongono, e richiedono un’elaborazione politica autonoma.
In conclusione, se la maternità è stata a lungo, e spesso continua a essere, una delle questioni più irrisolte e divisive all’interno del femminismo, è proprio nel pensiero femminista che possiamo e dobbiamo trovare un bagaglio di strumenti teorici, pratiche e linguaggi per confrontarci con essa.
Pensare e agire maternità femministe oggi significa, anche e soprattutto nel contesto italiano, contrastare le pericolose appropriazioni populiste e conservatrici del discorso sulla maternità e sul femminismo stesso. Significa, in definitiva, rivendicare il potere di sottrarre la maternità al silenzio, alla retorica e al controllo, per restituirla al pensiero critico, alla prassi e all’immaginazione femminista.
Riferimenti
P.H. Collins, The Meaning of Motherhood in Black Culture and Black Mother/Daughter Relationships, in M.M. Gergen, S.N. Davis (a cura di), Toward a New Psychology of Gender: A Reader, New York, Routledge, 1997, pp. 327-342.
S. Firestone, The Dialectic of Sex: The Case for Feminist Revolution, New York, Farrar, Straus and Giroux, 1970.
B. Friedan, The Feminine Mystique, New York, W. W. Norton, 1963.
E.T. Hansen, Mother Without Child: Contemporary Fiction and the Crisis of Motherhood, Berkeley, University of California Press, 1997, p. 5.
bell hooks, Revolutionary Parenting, in Feminist Theory: From Margin to Center, Cambridge (MA), South End Press, 1984, pp. 133-145.
A. O’Reilly, In (M)other Words: Writings on Mothering and Motherhood, 2009–2024, Coe Hill (ON), Demeter Press, 2024.
A. Rich, Of Woman Born: Motherhood as Experience and Institution, New York, W. W. Norton, 1976.
L. Ross, R. Solinger, Reproductive Justice: An Introduction, Oakland, University of California Press, 2017.
S. Ruddick, Maternal Thinking: Toward a Politics of Peace, Boston, Beacon Press, 1989.