La recente decisione del Bangladesh di includere nel calcolo del Pil il lavoro domestico e di cura rappresenta un passo avanti per l'economia femminista, che da tempo attribuisce un valore al lavoro non retribuito per la vita delle comunità. Ne parliamo con Nancy Folbre, professoressa emerita di Economia all'Università del Massachusetts Amherst 

Misurare la cura.
Intervista a Nancy Folbre

di Redazione

Con una decisione politica storica, il governo ad interim del Bangladesh ha annunciato che a partire dall'anno fiscale 2025-2026, il lavoro domestico e di cura non retribuito svolto dalle donne sarà ufficialmente incluso nel calcolo del Prodotto interno lordo (Pil) del paese.

Abbiamo chiesto a Nancy Folbre, economista, di analizzare le implicazioni della decisione del Bangladesh attraverso la lente dell’economia femminista. Folbre è professoressa emerita di Economia all'Università del Massachusetts Amherst, dove avrà luogo la prossima conferenza annuale dell'Associazione Internazionale per l'Economia Femminista (International Association for Feminist Economics, IAFFE), in programma dal 3 al 5 luglio 2025. 

Nancy Folbre è anche direttrice del Programma su genere e lavoro di cura presso il Political Economy Research Institute (PERI). Nelle sue ricerche, l’economia politica si interseca con la teoria femminista, con un’attenzione particolare al valore economico del lavoro di cura e alle disuguaglianze che lo caratterizzano. Attualmente Folbre sta ultimando un nuovo libro, Making Care Work: Why Our Economy Should Put People First, che sarà pubblicato dalla University of California Press nel 2026

Nancy Folbre
Nancy Folbre

La decisione del Bangladesh di includere il lavoro domestico e di cura non retribuito nelle stime del prodotto interno lordo (Pil) rappresenta un passo importante in termini di una maggiore visibilità del contributo delle donne all'economia. Qual è, secondo lei, l'aspetto più significativo di questa azione?

Esprimo il mio sincero apprezzamento nei confronti del Bangladesh per aver dichiarato pubblicamente che includerà nel Pil una stima del valore del lavoro domestico non retribuito. Quest’azione aumenta la pressione sulle agenzie statistiche degli altri paesi, affinché assumano impegni simili. Le femministe sostengono da oltre un secolo che il lavoro non retribuito ha un innegabile valore economico, perché se chi fornisce assistenza non retribuita – per lo più le donne – smettesse di farlo, sarebbe necessario pagare qualcun altro per svolgere gli stessi compiti. Tuttavia, l'idea che il lavoro non retribuito sia “improduttivo” semplicemente perché non viene convertito direttamente in denaro, è profondamente radicata sia nella teoria economica tradizionale che nei conteggi del reddito nazionale. Per decenni sono stati fatti sforzi congiunti per mettere in discussione questa convinzione, insistendo sull'importanza di realizzare rilevazioni dettagliate sull'uso del tempo per quantificare le ore di lavoro non retribuito e, successivamente, fornendo delle stime di quanto costerebbe sostituirlo. A gettare le basi per l’azione del governo del Bangladesh è stata una ricerca accademica basata su una recente indagine sull'uso del tempo nel paese. 

Includere il lavoro di cura non retribuito nelle stime del Pil è un’azione dall’importante valore simbolico, ma quali sono i limiti di questo approccio?

Molti paesi (tra cui Stati Uniti e Francia) forniscono oggi delle stime del valore nazionale del lavoro non retribuito attraverso i cosiddetti “conti satellite”, che possono essere utilizzati per integrare la misurazione convenzionale del Pil. Tuttavia, queste stime sono espresse in un linguaggio altamente tecnico, raramente ottengono visibilità, e vengono perlopiù ignorate da chi decide a livello di politiche. Di conseguenza si pone un grande problema, perché spesso le persone si chiedono che differenza faccia. La risposta è "molto poca", a meno che queste stime non vengano utilizzate per far leva su un maggiore sostegno pubblico al lavoro non retribuito volto a produrre, sviluppare e mantenere le capacità umane. 

Nella misurazione del lavoro è fondamentale la metodologia, in particolare la scelta del metodo di valutazione, come il salario di sostituzione.[1] Perché è così importante e perché, oltre a dare risalto alle stime nazionali, dovremmo iniziare a sottolinearne incongruenze e implicazioni?

La metodologia è semplice, poiché il valore della produzione domestica non retribuita è determinato in gran parte dal valore del lavoro non retribuito, calcolato moltiplicando il totale delle ore di lavoro non retribuito per una retribuzione oraria – solitamente quella di una lavoratrice che si colloca nella fascia più bassa della distribuzione salariale, ad esempio una collaboratrice domestica. Molto dipende da come viene misurato il lavoro non retribuito: la maggior parte delle indagini tiene conto solo del lavoro di cura “attivo” nei confronti dei e delle bambine piccole, delle persone malate o disabili e delle persone anziane fragili. Tuttavia, le responsabilità di cura (che sono diverse dalle attività di cura) spesso necessitano che chi presta assistenza sia presente e “reperibile” nel caso in cui sia necessaria un'assistenza attiva. Ad esempio, nella maggior parte dei paesi, lasciare un neonato o un bambino o una bambina piccola incustodita per un lungo periodo di tempo è considerato abuso sui minori. 

Quando si tratta di attribuire un valore monetario al lavoro non retribuito, in che misura la scelta del salario (o tasso) di sostituzione influisce sul quadro complessivo?

Il tasso di sostituzione ha un peso importante. Ad esempio, raddoppiandolo e mantenendo invariato l'orario di lavoro, il valore totale del lavoro non retribuito raddoppia. La maggior parte dei paesi, compreso il Bangladesh, applica un tasso di sostituzione molto basso, trattando esplicitamente il lavoro non retribuito come “non qualificato”. Questo viene fatto ignorando sistematicamente le competenze specifiche delle persone e i legami emotivi, che ovviamente ne aumenterebbero il “valore aggiunto”. Il risultato è che, nella migliore delle ipotesi, questa metodologia fornisce una stima molto bassa del lavoro domestico non retribuito. Sicuramente rappresenta un miglioramento rispetto all'assegnargli un valore pari a zero, ma il suo contributo effettivo resta ancora fortemente sottostimato. 

Ci sono altri paesi che hanno adottato misure concrete per includere il lavoro non retribuito nei propri conti nazionali? Se sì, come si colloca l'iniziativa del Bangladesh rispetto a queste esperienze, e cosa ci insegnano?

Sulla base delle informazioni a mia disposizione, le stime del Bangladesh sono molto generiche, ma il governo le ha rese pubbliche in modo più efficace e assertivo rispetto ad altri paesi. 

In Europa, e in particolare in Italia, il lavoro di cura non retribuito continua a essere in gran parte assente dal dibattito economico mainstream. Qual è la situazione negli Stati Uniti? E perché, secondo lei, la questione fatica a ottenere riconoscimento, nonostante le forti azioni di sensibilizzazione portate avanti dal femminismo e le sempre più numerose evidenze a livello statistico?

Sì, su questo tema c’è un silenzio assordante. A mio avviso, la resistenza deriva non solo dalla cosiddetta "ideologia del gender" (che comunque gioca un ruolo estremamente significativo), ma anche da un interesse consolidato nel definire il successo economico solo in termini di risultati di mercato. Attribuire un valore monetario al lavoro non retribuito – così come al deterioramento del clima a livello globale e dell'ambiente in generale – minaccia l'egemonia ideologica e politica del mercato capitalista. 

Che lezioni possiamo trarre dall'approccio del Bangladesh in paesi come l'Italia – dove, secondo l'Istituto nazionale di statistica (Istat), le donne dedicano oltre cinque ore al giorno al lavoro non retribuito, che rimane invisibile negli indicatori economici fondamentali? Quali misure concrete dovremmo promuovere in futuro?

L'Italia dispone di un'indagine nazionale sull'impiego del tempo, utilizzare questi dati per fare una stima del valore minimo del lavoro domestico non retribuito non dovrebbe essere difficile. In effetti, ricercatrici italiane come Antonella Picchio e Tindara Addabbo, tra le altre, si sono avvicinate a questo risultato. Forse può essere strategicamente utile applicare un salario di sostituzione molto basso, ma suggerisco anche di fornire una stima “massima” utilizzando il salario medio dell'economia nel suo complesso. Tuttavia, come dicevamo, penso che sia anche importante spiegare perché dovremmo andare oltre il Pil come misura del successo e concentrarci su priorità più urgenti, come la sostenibilità economica e demografica. 

Note

[1] Il salario di sostituzione, o tasso di sostituzione, è un indicatore che misura, in termini percentuali, il rapporto fra l’importo del sussidio di disoccupazione (o di equivalente sostegno assistenziale) e quello dell’ultimo salario o stipendio percepito da un lavoratore o una lavoratrice, che consente di capire se l'assegno pensionistico sarà sufficiente a mantenere lo stesso tenore di vita che si aveva quando si era ancora attivi nel mondo del lavoro.

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