Insieme alla rivoluzione digitale, le logiche del commercio internazionale incentrate sul profitto hanno effetti diretti sul lavoro e sulle democrazie, accentuando le disuguaglianze a livello globale. Ne parliamo con Sheba Tejani, economista femminista al King's College di Londra e nel consiglio direttivo dell'International Association for Feminist Economics

Mondo disuguale.
Intervista a Sheba Tejani

di Claudia Bruno, Martina Marzi

L'economia femminista è in grado di offrire soluzioni e risposte ai profondi cambiamenti in atto nel momento storico che stiamo vivendo, segnato dalla rivoluzione digitale e da una crisi globale della democrazia. Spesso, però, gli ostacoli verso una piena affermazione degli approcci e dei metodi di ricerca adottati dalle economiste femministe provengono dall'interno della disciplina stessa, ancora fortemente dominata dai metodi quantitativi e da bias patriarcali.

Ne abbiamo discusso con Sheba Tejani, economista femminista, docente presso il Dipartimento di Sviluppo internazionale del King's College di Londra e nel consiglio direttivo dell'Associazione Internazionale per l'Economia Femminista (International Association for Feminist Economics, IAFFE).

La ricerca di Tejani si concentra in particolare sugli effetti del commercio internazionale e sui cambiamenti economici nei paesi in via di sviluppo, con un’attenzione alle disuguaglianze legate al genere, alla tecnologia e all’automazione – fra i temi principali della conferenza di IAFFE, che nell'estate del 2024 si è svolta alla Sapienza Università di Roma, e di cui inGenere è stata media partner

Perché è importante parlare di economia femminista e quali sono, secondo lei, le principali sfide che l’economia femminista si trova ad affrontare oggi?

L’economia femminista aspira a un mondo dove ci siano uguaglianza tra le persone, giustizia sociale, condizioni di vita dignitose per tutte e tutti, e in cui i diritti umani siano tutelati. Oggi, parlare di economia femminista – e adottarne alcuni principi – è ancora più urgente, dato che stiamo vivendo un momento segnato da minacce diverse e interconnesse. In tutto il mondo stiamo assistendo a un’ascesa di governi autoritari di destra. Un fenomeno che non è circoscritto all’Europa, ma che riguarda anche numerosi paesi del Sud globale: l’India ne è un esempio, così come la Turchia. È in atto uno smantellamento dei risultati storicamente ottenuti dai movimenti femministi – basti pensare all’abolizione della sentenza Roe v. Wade e al conseguente arretramento del diritto all’aborto negli Stati Uniti. Ma non stiamo semplicemente tornando indietro: stanno emergendo nuove forme di disuguaglianza, esclusione e marginalizzazione, in un contesto globale caratterizzato dall’indebolimento delle istituzioni democratiche e dalla quarta rivoluzione industriale.

Rivoluzione digitale e crisi della democrazia stanno mettendo a dura prova sistemi economici e sociali a livello globale, perché uno sguardo femminista può cambiare radicalmente il nostro modo di guardare le cose?

Invece di considerare la tecnologia come una panacea, cosa che spesso accade nell’economia tradizionale, come economiste femministe abbiamo un approccio molto più critico nei confronti delle tecnologie digitali: dobbiamo comprendere in che modo queste tecnologie stanno trasformando le relazioni sociali, non solo nel mercato del lavoro, ma in senso più ampio, anche dal punto di vista politico. Siamo ben consapevoli del fatto che le tecnologie digitali stanno rendendo possibili nuove forme di sorveglianza pervasiva e di violenza. Allo stesso tempo, queste tecnologie stanno trasformando profondamente l’organizzazione del lavoro, con impatti che dobbiamo ancora comprendere appieno. Per questo abbiamo bisogno dello sguardo dell’economia femminista: perché mette al centro le relazioni di potere e ha un obiettivo esplicitamente politico, ovvero generare maggiore uguaglianza, difendere i diritti e rendere il mondo un luogo più giusto.

Tejani
Sheba Tejani (Fonte: sdgs.un.org)

Cosa resta della "neutralità della scienza"?

Come economiste femministe, non abbiamo la pretesa di essere oggettive e neutrali, anzi: siamo profondamente coinvolte rispetto a quello che succede nel mondo e abbiamo una posizione politica chiara. Il femminismo stesso è una dichiarazione politica. Ed è proprio questa la peculiarità dell'economia femminista: noi affermiamo che il mondo è disuguale, che le donne sono subordinate agli uomini. Chiaramente il genere non è un concetto binario, ma un continuum, e nell’attuale sistema patriarcale ci sono persone di altri generi che subiscono forme di oppressione ancora più marcate. Questa consapevolezza è parte integrante della nostra identità, e rappresenta la lente attraverso cui analizziamo la società e l’economia, con l’obiettivo di decostruirle e trasformarle.

Quali sono, secondo i suoi dati e le sue ricerche, le conseguenze più gravi dei pregiudizi patriarcali radicati nella teoria economica dominante, in termini di giustizia sociale e condizioni di vita?

Uno degli aspetti più critici a livello globale oggi riguarda l’adozione, da parte di molti paesi, di agende politiche fondate sull’austerità. Alla base c’è una visione tradizionale dell’economia dell’offerta, secondo cui la stabilizzazione macroeconomica si ottiene “restringendo” l’economia, riducendo la spesa pubblica e il ruolo dello stato. Come sappiamo, queste politiche colpiscono duramente le fasce più fragili della popolazione, cioè le persone che vivono di welfare, che hanno bisogno di supporto. Le politiche di welfare, l’istruzione e la sanità – strumenti fondamentali per garantire equità e pari opportunità – sono sotto attacco. E tutto ciò chiaramente ha effetti devastanti sulle persone che vivono già in condizioni di marginalizzazione per via di fattori come appartenenza etnica, casta, genere o classe sociale.

Come impatta questo assetto sulla divisione tradizionale dei ruoli di genere nelle famiglie?

Le economiste femministe hanno da sempre posto l’accento su come le norme di genere impongano alle donne il ruolo di “angeli del focolare”, facendone le responsabili principali della cura dei figli e del lavoro domestico. Rispetto agli uomini, le donne svolgono lavoro domestico non retribuito tre volte tanto. Questo ha un impatto diretto sulla loro possibilità di accedere al mercato del lavoro, avere un salario ed essere economicamente indipendenti. Allo stesso tempo, non significa che avere un lavoro sia la soluzione a tutti i problemi: sappiamo che molte donne sono occupate in settori ad alto impiego di manodopera, caratterizzati da salari bassi, scarse tutele, alti livelli di sfruttamento e precarietà. Inoltre, spesso le donne restano intrappolate in occupazioni meno diversificate rispetto a quelle svolte dagli uomini. Le norme di genere, quindi, ci intrappolano in diversi modi.

Tra i temi al centro delle sue ricerche ci sono le conseguenze del commercio internazionale e le trasformazioni nei paesi in via di sviluppo. Che impatto sta avendo la finanziarizzazione dell’economia globale sulla vita delle persone?

Le istituzioni finanziarie e le operazioni speculative hanno assunto un peso crescente sia a livello globale che all’interno dei singoli paesi: rappresentano una quota sempre più ampia del Pil, e influenzano in misura sempre maggiore le decisioni politiche. Questo processo di finanziarizzazione ha degli effetti molto profondi. Studiosi e studiose di economia hanno osservato come le imprese siano sempre più focalizzate sul riacquistare azioni e remunerare gli azionisti, piuttosto che sulle esigenze dei propri stakeholder o sull'obiettivo di costruire un mercato del lavoro più equo, e questo focus sui profitti distorce l’intero sistema. Inoltre, le istituzioni finanziarie esercitano un potere enorme sui paesi indebitati. Pensiamo a casi come quelli dell’Argentina o dello Sri Lanka, che hanno dovuto accettare condizioni molto rigide in cambio dei prestiti dal Fondo monetario internazionale. Questo ci riporta a quello di cui parlavamo all’inizio, ovvero di come il potere delle istituzioni finanziarie stia influenzando le politiche a livello nazionale, limitando la sovranità politica ed economica dei singoli stati.

Potremmo dire che la finanziarizzazione è modellata su logiche patriarcali?

Direi che è più corretto parlare del dominio di un’ideologia economica ben precisa, che ha anche una matrice fortemente maschilista. Il concetto dell’homo oeconomicus razionale è alla base di buona parte della teoria neoclassica – e questo è un bias patriarcale. D’altra parte, il patriarcato non è un sistema unico: è multidimensionale, e al suo interno si intersecano altre forme di esclusione – appartenenza geografica, casta, etnia – che accentuano le disuguaglianze, soprattutto all’interno di determinati gruppi della popolazione. Negli Stati Uniti, per esempio, le persone afroamericane vivono in condizioni di salute peggiori, svolgono lavori più duri, subiscono discriminazioni sistemiche sul lavoro e quando ne cercano uno – in maniera simile a quanto accade alle persone musulmane in India, che lavorano perlopiù nei settori informali dell'economia e incontrano ostacoli enormi per accedere a un’occupazione. E molto spesso, sono le donne a subire il peso maggiore di tutto questo.

Ci sono elementi che più di altri hanno ostacolato negli anni l’economia femminista?

Durante la conferenza di Iaffe abbiamo discusso proprio delle barriere che ostacolano la diffusione delle idee femministe in economia, e anche della marginalizzazione delle economiste femministe. Questi ostacoli si presentano su più livelli. Partiamo da quello accademico e istituzionale: molte di noi – se non tutte – si sono formate secondo i metodi dell’economia cosiddetta ortodossa. Le università dove si fa ricerca e che rilasciano titoli di dottorato, sia nel Nord che nel Sud globale, sono ancora in gran parte ancorate alla teoria neoclassica, e sono spesso ostili a qualsiasi tipo di analisi femminista. L’idea che il mercato “funzioni bene” e che non si debba quindi prestare attenzione ai gruppi marginalizzati è ancora profondamente radicata. Certo, anche nell’economia neoclassica si sta iniziando a parlare di appartenenza etnica e genere, ma spesso lo si fa solo per correggere alcune “imperfezioni” del mercato, senza mettere in discussione questa idea di base secondo cui sia in grado di autoregolarsi. Quindi la formazione ortodossa è ancora molto presente, così come la resistenza rispetto all’introduzione di approcci critici alle relazioni di potere e al ruolo delle identità sociali nell’economia. L’economia femminista ha saputo evidenziare i bias maschilisti insiti nella teoria economica, che riguardano anche i metodi e gli strumenti che utilizziamo nel nostro lavoro.

Quali sono i limiti di questo scenario a livello di metodi e modelli di conoscenza? Vede margini per superarli?

Uno dei problemi dell’economia è l’idea che, per fare ricerca, solo i metodi empirici, quantitativi e i modelli matematici siano validi. Sono gli strumenti primari dell’economia, al punto da essere diventati parte dell’identità costitutiva dell’economia come disciplina, che viene definita “una scienza sociale quantitativa”. Secondo me questo è un forte limite: per comprendere appieno il mondo, abbiamo bisogno di una pluralità di metodi. In particolare, i metodi qualitativi possono aiutarci a mettere alla prova le ipotesi, a riflettere sulle assunzioni implicite e a comprendere più a fondo lo stato reale dell’economia e delle relazioni sociali al suo interno. Non usare questi strumenti ci impedisce di capire cosa succede realmente nell’economia. 

Qual è l'impatto di queste credenze sui percorsi delle studiose nelle università?

Un ulteriore ostacolo è rappresentato dalle dinamiche di avanzamento di carriera nel mondo accademico: di solito chi valuta il lavoro delle giovani studiose in campo economico è spesso legato a metodi tradizionali e considera quelli quantitativi come superiori. Per questo, molte giovani ricercatrici vengono scoraggiate dall’utilizzare la parola “femminista” nei propri lavori, a cancellarla per non subire discriminazioni, compromettere la possibilità di ottenere un posto stabile, o addirittura non essere prese sul serio come economiste. Le pressioni che riceviamo ci spingono costantemente a non parlare di disuguaglianza e femminismo. È un tentativo sistematico di dissuaderci e di disciplinarci.

Come immagina il prossimo futuro, che trasformazioni vede all'orizzonte?

Credo che un’adozione diffusa dell’economia femminista, in chiave critica, avrebbe un effetto dirompente sull’intera disciplina economica. Se iniziassimo davvero a utilizzare i metodi qualitativi, ad aprire un dialogo tra correnti ortodosse ed eterodosse, se portassimo avanti un’agenda politica femminista, l’intera impalcatura dell’economia crollerebbe e ne uscirebbe trasformata. E forse è proprio per questo che c’è tanta resistenza nei confronti dell’economia femminista.

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