L'affidamento familiare è pubblicamente considerato una misura indispensabile per tutelare le persone minorenni, ma nella pratica in Italia è ancora subordinato alla disponibilità delle risorse locali. Per riconoscerne davvero il valore sociale servono investimenti strutturali e azioni di monitoraggio nazionale delle politiche
L'affidamento
è un bene
Nel dibattito contemporaneo sul welfare, un filone crescente di letteratura ha messo in discussione la riduzione della cura a prestazione individuale o a servizio standardizzato, proponendo una lettura delle relazioni di cura come infrastrutture sociali essenziali e, in quanto tali, come beni di rilevanza pubblica. In questa prospettiva, le relazioni non sono un effetto accessorio delle politiche sociali, ma una dimensione costitutiva del loro funzionamento, da cui dipendono il benessere, lo sviluppo delle capacità e la coesione sociale.
Questa impostazione consente di restituire alla dimensione relazionale uno statuto politico, in cui le relazioni di cura non sono semplicemente strumenti attraverso cui erogare interventi, ma si configurano come condizioni abilitanti senza le quali gli stessi interventi perdono efficacia.
Applicata al campo della tutela minorile, in particolare per il ruolo dell’affidamento familiare, questa cornice teorica permette di problematizzare in modo più radicale la configurazione delle misure di accoglienza, spostando l’attenzione agli assetti di responsabilità pubblica che le sostengono e alle priorità implicite che orientano le scelte di policy.
Nel contesto italiano, l’affidamento familiare è normativamente riconosciuto come misura prioritaria rispetto all’inserimento in comunità (L. 184/1983 e s.m.i.), ma continua a occupare una posizione minoritaria nelle pratiche di intervento. L’affidamento familiare rappresenta una forma di protezione fondata sulla costruzione di una relazione significativa e continuativa con la famiglia affidataria, all’interno di un progetto di tutela che può prevedere, laddove compatibile con l’interesse della o del minore, il mantenimento di rapporti con la famiglia d’origine.[1] Proprio per questo costituisce un osservatorio privilegiato delle ambivalenze del welfare contemporaneo.
Studi empirici condotti in Italia hanno documentato aspetti rilevanti dell’esperienza di affido familiare. Le indagini qualitative hanno mostrato come bambini, bambine, ragazze e ragazzi in affido siano attivamente impegnate e impegnati nella costruzione dei legami familiari e dei confini di appartenenza, attribuendo significati relazionali alle esperienze vissute nel contesto familiare accogliente.
Altri studi, basati su indagini con famiglie affidatarie, indicano che l’affido familiare può essere percepito dalle persone che svolgono il ruolo di caregiver come in grado di offrire alla o al minore un ambiente sano, sicuro e stimolante, associato a maggiore fiducia in sé e a una percepita inclusione sociale.
Infine, altri studi mostrano che l’affidamento familiare risulta più probabile quando le difficoltà vengono intercettate in una fase iniziale e presentano un livello di complessità contenuto, mentre l’inserimento in comunità è prevalentemente adottato in situazioni più gravi o con minori più grandi. In questo senso, la collocazione fuori famiglia riflette non solo una valutazione dell’interesse della persona minore, ma anche il momento e le condizioni organizzative in cui il sistema di tutela interviene.
Nonostante ciò, le politiche pubbliche faticano a tradurre tale riconoscimento in un investimento strutturale coerente. Ne deriva un paradosso del welfare italiano per cui l’affidamento è valorizzato sul piano dei principi e del discorso pubblico, ma marginalizzato sul piano delle risorse, delle priorità organizzative e della programmazione di medio-lungo periodo.
I dati più recenti del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali confermano questa tensione. Al 31 dicembre 2024 risultano in carico al servizio sociale professionale 345.083 minorenni, includendo i minori non accompagnati (mna). Nello stesso perimetro informativo, le persone minorenni accolte nei servizi residenziali sono 30.237, che scendono a 20.592 al netto dei minori non accompagnati, mentre le persone minorenni in affidamento familiare sono 15.870, pari a 15.075 escludendo i minori non accompagnati. Tra le persone minorenni che non rientrano nella categoria di minori non accompagnati collocati fuori dalla famiglia, la residenzialità supera dunque l’affido di circa 5.500 unità. Questo squilibrio non può essere interpretato come una mera fotografia dei “bisogni” delle persone minorenni coinvolte, ma va letto come l’esito di scelte istituzionali che incidono sulla concreta disponibilità delle diverse opzioni di tutela. Il sistema, in altri termini, contribuisce a definirne i confini operativi, rendendo alcune soluzioni più praticabili di altre.
L’affidamento familiare si configura come un intervento ad alta intensità relazionale e organizzativa e richiede, per cui, processi strutturati di reclutamento e formazione delle famiglie affidatarie, un accompagnamento strutturato e continuativo e sostegni economici e psicosociali capaci di sostenere la durata e l’incertezza dei progetti. In assenza di tali condizioni, l’affido tende a restringersi ai casi percepiti come più “gestibili”, mentre la comunità residenziale diventa la risposta ordinaria per tutte le situazioni che eccedono la capacità operativa dei servizi territoriali. La qualità stessa del dato disponibile (con una copertura dichiarata del 98,2% degli ambiti territoriali sociali) rafforza l’interpretazione strutturale di questo assetto: siamo di fronte a un pattern nazionale consolidato che segnala una difficoltà sistemica nel sostenere interventi ad alta intensità relazionale.
L’inclusione dei minori non accompagnati nei conteggi consente inoltre di rendere visibili le logiche di categorizzazione che attraversano il sistema di tutela. La residenzialità risulta fortemente influenzata dalla componente mna (30.237 contro 20.592), mentre l’affidamento varia in misura molto più contenuta (15.870 contro 15.075). Considerato che la quasi totalità delle e dei minori stranieri non accompagnati ha tra i 16 e i 17 anni, la prevalenza dell’accoglienza residenziale riflette una gestione dell’intervento orientata alla prossimità della maggiore età e alla transizione all’autonomia, più che alla costruzione di legami familiari di lungo periodo. Tuttavia, il fatto che l’affidamento familiare resti minoritario anche tra le persone minorenni nate in Italia segnala che la sua marginalità indica un nodo qualitativo e temporale in cui il welfare interviene prevalentemente in fasi tardive della traiettoria biografica di bambini, bambine, ragazze e ragazzi, e tende a trattare le relazioni come una risorsa residuale e non come un diritto garantibile lungo l’intero percorso di tutela.[2]
A questa fragilità si aggiunge una criticità di natura istituzionale e valutativa: l’affidamento familiare è raramente inserito in modo strutturale nei processi di programmazione sociale territoriale e non dispone di sistemi di valutazione degli esiti e dell’efficacia comparabili e longitudinali, che ne consentano il monitoraggio nel tempo. Questa invisibilità valutativa contribuisce a rafforzarne la marginalità, perché ciò che non è misurato, standardizzato e monitorato difficilmente diventa oggetto di investimento strutturale. Al contrario, l’accoglienza residenziale è sostenuta da dispositivi amministrativi e finanziari più stabili e tracciabili, che ne facilitano il monitoraggio e la programmazione e contribuiscono a orientare le scelte di policy verso l’utilizzo dell’offerta esistente.
Questa configurazione va letta alla luce del quadro politico-istituzionale attuale. Le riforme in corso – dalla definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni sociali (Leps) al rafforzamento degli Ambiti territoriali promosso dal Pnrr – hanno posto un’enfasi significativa sulla governance e sulla capacità amministrativa dei territori.[3]
Tuttavia, l’affidamento familiare continua a non essere riconosciuto come infrastruttura prioritaria della tutela minorile, come dimostra la sua assenza tra i livelli essenziali delle prestazioni sociali e la mancanza di standard nazionali vincolanti in termini di programmazione, finanziamento e valutazione degli esiti, a fronte di una maggiore stabilità istituzionale dell’accoglienza residenziale.[4]
L’assenza di standard nazionali vincolanti in materia di sostegni economici, accompagnamento dei percorsi e continuità dei progetti di affido contribuisce a determinare una forte disomogeneità territoriale e a limitare l’utilizzo dell’affidamento familiare, con il rischio di trasformare una misura fondata sull’universalità del diritto in un’opzione dipendente dalle risorse locali. In assenza di un riequilibrio esplicito delle politiche, le riforme in atto rischiano di rafforzare indirettamente le soluzioni più facilmente programmabili e rendicontabili, senza incidere sulla qualità relazionale degli interventi.
Riposizionare l’affidamento familiare come bene pubblico implica dunque un cambiamento di scala e di statuto nelle politiche sociali. Significa includerlo pienamente nei Leps, renderlo oggetto di monitoraggio nazionale, investire in modo strutturale nella sua sostenibilità organizzativa e riconoscerne il valore non solo come misura di protezione individuale, ma come dispositivo centrale di welfare relazionale. Senza questo passaggio, l’affido continuerà a occupare una posizione marginale, che limita la capacità di incidere sistemicamente sulle traiettorie di tutela di bambini, bambine, ragazze e ragazzi fuori famiglia, facendo venire meno la capacità del welfare italiano di includere le relazioni di cura tra gli ambiti di intervento pubblico esplicitamente programmabili e sostenuti nel tempo.
Note
[1] L’affidamento familiare persegue l’obiettivo di tutelare il diritto della persona minore a crescere in un ambiente familiare, attraverso un intervento temporaneo che sostituisce, integra o supporta la funzione genitoriale della famiglia d’origine quando questa risulta temporaneamente compromessa, in un’ottica prioritariamente orientata al rientro del bambino o del ragazzo nel proprio nucleo familiare, laddove ciò risulti compatibile con il suo interesse preminente.
[2] Questa dinamica va letta anche alla luce di fattori culturali e organizzativi più ampi. Da un lato, il familismo e il bionormativismo che caratterizzano la cultura italiana contribuiscono a rendere socialmente meno pensabile l’affidamento familiare come risorsa ordinaria e diffusa, soprattutto quando non orientato a modelli familiari considerati “tradizionali”. Dall’altro, la limitatezza e la precarietà delle risorse umane e temporali dei servizi territoriali incidono sulla capacità di intercettare precocemente le situazioni di fragilità e di attivare percorsi di affido complessi e ad alta intensità relazionale. A ciò si aggiunge una formazione disomogenea e spesso insufficiente dei potenziali affidatari, che limita ulteriormente l’ampliamento e la diversificazione della platea delle famiglie disponibili.
[3] I Leps definiscono prestazioni e servizi sociali che devono essere erogati in modo uniforme sull’intero territorio nazionale, con l’obiettivo di superare le disomogeneità locali e garantire diritti sociali fondamentali. Questo processo richiede una governance coordinata tra livello centrale e ambiti territoriali sociali, in cui si articolano le responsabilità di programmazione e attuazione. Nel quadro del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), in particolare nella Missione 5 – Componente 2 “Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore”, è previsto un investimento significativo nei servizi sociali territoriali, con risorse dedicate allo sviluppo dei servizi di prossimità e alla rete dei servizi sociali (inclusi quelli gestiti dagli Ambiti Territoriali Sociali).
[4] L’espressione “infrastruttura” è qui utilizzata per indicare una misura stabilmente integrata nei dispositivi di programmazione, finanziamento e valutazione delle politiche pubbliche. Si vedano le relazioni dell'anno 2023 e 2025 del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali.
Riferimenti
C. Sità, L. Mortari, Rethinking “the Family” in Foster Care in Italy. The Perspective of Children in Care and of Foster Parents’ Children, in Italian Journal of Sociology of Education, 15, 1, 2022, pp. 98–117.
C. Coggi, P. Ricchiardi, L’affidamento familiare: le strategie educative elaborate dagli affidatari, in ECPS – Journal of Educational, Cultural and Psychological Studies, 24, 2021, pp. 147-172.
F. Corradini, Foster Care and Residential Care: What Factors Affect the Type of Placement of Children? An Italian Study, in Relational Social Work, 1, 2, 2017, pp. 71-91.
G. Esping-Andersen, The Incomplete Revolution: Adapting to Women’s New Roles, Cambridge, Polity Press, 2009.
Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, I minorenni e neomaggiorenni in carico ai servizi sociali, in affidamento familiare e accolti nei servizi residenziali attraverso i dati SIOSS. Anno 2024 (Quaderno della Ricerca Sociale n. 66), Roma, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2025.
Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, I minorenni in affidamento familiare e nei servizi residenziali attraverso i dati SIOSS – Anno 2023 (Quaderno della Ricerca Sociale n. 61), Roma, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2024.
S. Sevenhuijsen, Citizenship and the Ethics of Care. Feminist Considerations on Justice, Morality, and Politics, London, Routledge, 1998.
J.C. Tronto, Caring Democracy. Markets, Equality, and Justice, New York, NYU Press, 2013.