Come cambiano amore e sesso nell'era delle dating app, dove le logiche degli algoritmi rispecchiano la visione del mondo di chi li progetta e fare un uso consapevole degli strumenti disponibili significa anche tener conto del fatto che nessuno di questi è (ancora) in grado di riprodurre quella parte di imprevedibilità alla base di tutte le relazioni umane
L'algoritmo
dell'amore
Quando alla fine degli anni Novanta guardavamo Sex and the City dai nostri schermi analogici, e ci perdevamo a seguire Carrie e le sue amiche girare per New York alla ricerca del grande amore (o anche solo di una notte di buon sesso), eravamo bellamente incoscienti di essere le ultime testimoni della fine di un’epoca.
Stavamo assistendo, quasi senza accorgercene, alla morte lenta di un secolo che aveva sdoganato l’amore libero, portato il desiderio, e soprattutto il desiderio delle donne, in primo piano, accolto le gioie e gli eccessi della liberazione dei corpi.
Il tutto nella ferma, e per noi ovvia, convinzione che per l’amore (e soprattutto per il sesso) la compatibilità dei corpi fosse un punto di partenza necessario.
Eravamo consapevoli di vivere in un tempo in cui (anche se ormai con qualche timore) le persone conservavano la curiosità di guardarsi, annusarsi, sfiorarsi per capire come e se (con reciproco consenso) fosse possibile andare oltre.
E potevamo ancora illuderci che ogni incontro nella luce soffusa di un night a Manhattan – o più prosaicamente in un centro sociale di Garbatella – fosse accompagnato dai buoni auspici del fato e fosse il preludio di una storia nuova, con una persona nuova, con un corpo ignoto.
Perché certo, anche in quegli anni ognuna di noi aveva i suoi gusti, le sue preferenze, e magari anche i suoi pregiudizi, (condizionati dalla propria educazione, cultura, appartenenza di classe) ma potevamo far finta di non averli, limitarci a discuterne sommessamente con le amiche più intime, sicure di non lasciarne traccia e che nessuno avrebbe potuto leggere in modo sistematico queste tracce.
Oggi però lo scenario è completamente diverso. La maggior parte degli incontri avviene attraverso app, ovvero è mediata da un algoritmo, e uno dei primi requisiti che serve all’algoritmo per renderci un servizio soddisfacente – far scoccare la scintilla tra profili compatibili – è proprio profilarci, capire i nostri gusti, rinforzare con suggerimenti coerenti le caratteristiche che abbiamo dichiarato o dimostrato di preferire.[1]
Perché a differenza delle nostre nonne che agivano da combinatrici seriali di matrimoni sulla base dell’intuito (o della valutazione a spanne del presunto patrimonio dei pretendenti) le app di incontri hanno a disposizione dati precisi su chi scegliamo e su chi scartiamo, perché non soltanto ci chiedono di esprimere in modo puntuale le nostre preferenze (sesso, età, colore della pelle, orientamento sessuale) ma registrano, per affinare le loro proposte, i nostri comportamenti. Ogni volta che, sulla base della valutazione veloce di una selezione ristretta di requisiti visibili, scegliamo o scartiamo un profilo, l’algoritmo traccia e registra la scelta, raccogliendo in modo sistematico, per la prima volta nella storia degli stereotipi (che è antica quanto quella degli esseri umani) dati a conforto dei nostri comportamenti discriminatori.
Come ci fa notare Aurélie Jean nel suo bellissimo Le code a changé. Amore e sessualità ai tempi degli algoritmi (Poche, 2026), parlare di amore oggi implica includere nell’equazione gli algoritmi (e la visione del mondo di chi li progetta). Gli algoritmi, di cui spesso non conosciamo il funzionamento, entrano nelle nostre relazioni amorose e sessuali e condizionano i nostri rapporti con le altre persone, la nostra percezione delle emozioni e la nostra ricerca dell’amore. Sono gli algoritmi che scelgono per noi, che ci suggeriscono i profili che dovremmo incontrare, i match che più si confanno a noi. Sulla base di una certa idea dell’amore, che come ci ricorda Jean, dovrebbe aiutarci ad avere quello che non abbiamo, a completare noi stessi e nell’intento di perfezionare meccanismi che sono difficilmente ottimizzabili nella vita reale. Perché mentre gli algoritmi si propongono di comprendere il mondo rendendolo oggettivo e di regolare in modo standard i processi necessari a rispondere a situazioni problematiche (in questo caso, la ricerca di compatibilità amorosa tra due persone) l’amore non sarebbe, non è, una scienza esatta.
Anche se è una relazione che, nelle diverse epoche, è stata codificata in modi differenti, con una forte influenza del contesto sociale, della classe economica e sociale di appartenenza, l’amore ha le sue ragioni che gli algoritmi ignorano. In un incontro tra due persone nel mondo fisico e reale, il numero di informazioni che ci scambiamo (in modo esplicito ed in modo implicito) è nettamente superiore alle informazioni puramente superficiali sulla base delle quali “scegliamo” i profili su Tinder. Una persona che non è il nostro tipo – e che quindi in una interazione online verrebbe scartata a priori dall’algoritmo, o scartata successivamente da noi, sulla base del colore dei suoi capelli, del suo lavoro o dei suoi gusti musicali – potrebbe rivelarsi come una persona di grande fascino, con la quale è piacevole conversare e che ci lancia irresistibili segnali sensuali, sotto forma di feromoni o altri impulsi chimici messi a punto in anni di evoluzione. Una persona incontrata per caso, che non avremmo mai pensato ci potesse piacere, si rivela più compatibile con noi di quanto avremmo mai potuto immaginare; quante volte abbiamo sentito questa storia?
Eccoci di fronte a quello che Aurélie Jean chiama “il paradosso di Tinder”, che ci aiuta a capire come mai un’app il cui obiettivo è quello di farci incontrare il grande amore, di fatto contribuisce ad allontanarci da questo ogni giorno di più. Un po' perché se Tinder davvero funzionasse, noi smetteremmo di usarla (e sappiamo che alla fine lo scopo principale di chi programma l’algoritmo è farci rimanere sull’algoritmo, spingerci a usarlo ogni giorno di più), un po' perché nei fatti quello che la app fa è proporci una selezione di profili che rafforza i nostri stereotipi, contribuendo a chiuderci nella nostra bolla, dove non troviamo la felicità.
In The dating divide. Race and desire in the era of online romance (University of California Press, 2021), le autrici mettono in evidenza come i siti di incontri siano discriminanti sulla base dell’etnicità, rendendo di fatto invisibili alcuni gruppi etnici o rafforzando i pregiudizi che abbiano verso altri (ad esempio troviamo molte donne asiatiche, percepite come “sensuali”, e pochi uomini asiatici, percepiti come “poco virili”) mentre Jean ci ricorda come nei fatti l’algoritmo si costruisca su quello che chiama “autocentrismo” , ovvero la nostra volontà di scegliere chi ci somiglia, discriminando chi è diverso da noi.
E se per un breve periodo abbiamo potuto pensare che le nuove tecnologie potessero aiutarci a superare le distanze e gli stereotipi permettendo a persone appartenenti a mondi lontani di incontrarsi, in Race after techology (Polity, 2019) Ruha Benjamin ci ricorda come non solo le tecnologie amplificano le discriminazioni del mondo reale ma, anzi, per la prima volta le rendono visibili e tracciabili.
A tutto ciò si aggiunga anche il rischio del cosiddetto "effetto ELIZA", che così bene ci ha mostrato il film HER (2013) di Spike Hoze: in questo delirio di autocentrismo potremmo arrivare a innamorarci di un algoritmo, a trasferire emozioni umane, rese cieche dalla capacità che l’algoritmo sembra avere di simulare in modo molto efficace queste emozioni e di offrirci, con un effetto specchio, esattamente quello che vorremmo e che una persona reale non riuscirebbe a darci mai, perché nella sua autodeterminazione sarebbe, è, comunque diversa da noi e dalle nostre proiezioni sul desiderio, sull’amore, sul sesso.
E così Jean ci parla di un altro paradosso, quello di un mondo che non è mai stato così interconnesso ma anche così abitato da persone sole, che preferiscono relazioni asincrone (mandiamo messaggi di testo invece che telefonare alle amiche, per avere il tempo di mediare le nostre e loro reazioni) e vivono in un mondo di relazioni virtuali che contribuisce a generare insicurezze. In questo scenario non sappiamo più definire una relazione e neanche un tradimento, parliamo di micro-tradimento quando questo si consuma solo online, magari con un chabot dall’altra parte del video, e non sapendo se è reale o virtuale non sappiamo come inserirlo nelle nostre cartografie amorose. Per non parlare dei dati che le app raccolgono su di noi, sui nostri comportamenti, informazioni che diventano ancora più intime se decidiamo di utilizzare sex robot di qualsiasi tipo che per funzionare meglio memorizzano le nostre preferenze – e chi conserva questi dati, e quale uso ne viene fatto?
Insomma, se l’amore e il sesso sono sempre più condizionati dagli algoritmi non ci resta che chiedere maggiore trasparenza a chi li disegna e nel frattempo acquisire sempre più consapevolezza su come funzionano. Dobbiamo imparare questo nuovo codice, per capire come influenza le nostre relazioni e fare un uso consapevole degli strumenti che abbiamo a disposizione. Allo stesso tempo, però, dobbiamo ricordarci che la sorpresa, l’ambiguità e l’irrazionalità fanno parte dei nostri comportamenti amorosi e sessuali e che si tratta di elementi di una tale complessità che (al momento) nessun algoritmo è grado di riprodurre.
Note
[1] Le app di incontri come Tinder, Bumble o Meetic sono diventate i principali luoghi (virtuali) in cui si intrecciano nuove conoscenze. Matrimonio.com, parte del gruppo internazionale The Knot Worldwide, ha confermato l’enorme crescita di questi strumenti digitali, che permettono di abbattere le distanze e superare i limiti imposti dalla quotidianità. Le app non sono più solo un’opzione per chi cerca una relazione fugace, ma anche per coloro che cercano qualcosa di duraturo.