Dalle Veneri anatomiche del Settecento alle assistenti vocali, il modo in cui interagiamo con le macchine è modellato sullo stereotipo della femminilità come tendenza alla disponibilità e all'accoglienza, un filtro che rende le tecnologie culturalmente addomesticabili. La sfida per il futuro sarà quella di immaginare linguaggi che sappiano liberarsi dalle oppressioni su cui è costruita la nostra idea di umanità
Femminile
artificiale
Alexa, spegni la luce. Imposta un timer di 10 minuti. Riproduci musica rilassante.
Alexa, da buona assistente digitale, spegne, imposta e riproduce, efficiente e precisa. Ma noi avremmo la stessa disinvoltura nell’impartire ordini se, invece, dovessimo chiamarla Alex?
La domanda, tutt’altro che retorica, trova una risposta diretta in un report Unesco del 2019: no, saremmo molto meno a nostro agio nel dare ordini a un assistente vocale che si esprime con voce maschile, e anche per questo aziende come Apple, Microsoft e Amazon hanno scelto un'identità femminile per Siri, Cortana e Alexa.
Il titolo del report, I’d blush if I could (“Se potessi, arrossirei”), riprende una risposta standard di Siri davanti agli insulti sessisti. Nella premessa al documento, gli autori e l'autrice sottolineano come questo atteggiamento remissivo rinforzi l’immagine di una sottomissione programmata associata al femminile, che normalizza l’abuso verbale promuovendo risposte scherzose, evasive e flirtanti. Anche se le aziende affermano di essersi basate su ricerche di mercato per scegliere il genere da attribuire agli assistenti vocali, il discorso sembra mancare di una premessa sostanziale: nessuno si è chiesto cioè perché la maggior parte delle persone preferisce la voce femminile a quella maschile, né se sia opportuno assecondare questa preferenza nell’ottica di un impegno per abbattere gli stereotipi di genere.
Secondo il report, la preferenza è legata al fatto che le donne sono più inclini a essere percepite socialmente come disponibili e collaborative, caratteristiche ideali per un’assistente domestica. Il proliferare di case in cui per accendere la TV o regolare la luminosità della stanza è sufficiente urlare un ordine a una voce femminile, tuttavia, contribuisce a rinforzare la connessione culturale tra la voce femminile e un atteggiamento servile, alimentando, soprattutto nei bambini, l’idea che le donne siano programmate per rispondere a comando e che possano tollerare toni ostili con grazia e gentilezza.
Dietro quella che è stata presentata come una scelta estetica o di marketing si nasconde una logica progettuale più profonda: perché il progetto funzioni in modo fluido, la voce femminile diventa un attributo privilegiato. Gli stereotipi associati alla femminilità assumono così il ruolo di interfaccia umano-macchina, fino a diventare parte del servizio stesso. In questa prospettiva, la femminilità viene messa al lavoro come infrastruttura tecnica: una voce che media, traduce, esegue.
Il sogno di progettare un’interfaccia con sembianze femminili che possa rispondere in modo malleabile a qualsiasi esigenza umana affonda le radici in una tradizione culturale ben più antica dell’Internet of Things: basti pensare alla Maria meccanica di Metropolis, l’androide (ginoide, per la precisione) a cui nel film di Fritz Lang del 1926 vengono attribuite le sembianze di una donna vera per piegare le sue azioni e la sua influenza alle esigenze dei padroni. O, tornando ancora più indietro nel tempo, a Hadaly, la ginoide creata dall’immaginazione dello scrittore francese Villiers de l’Isle-Adams nel romanzo Eva futura (1886). Anche in quest’opera, compito di Hadaly è incarnare virtù femminili idealizzate per simulare una donna vera, l’attrice Alicia Clary, la cui bellezza non compensa, agli occhi dell’uomo che si dice innamorato di lei, una presunta inadeguatezza intellettuale.
Nei corpi artificiali di Maria, Hadaly e di tante altre ginoidi della storia della letteratura e del cinema la femminilità è una funzione progettata, un dispositivo al servizio dello sguardo maschile.
In realtà, la riduzione della femminilità a funzione “tecnologica” nasce ancora prima della modernità industriale. Prima ancora di prestare le sembianze e la voce a macchine immaginarie o reali, è stato il corpo femminile a essere spesso sezionato, analizzato e reso disponibile come dispositivo di conoscenza. Le Veneri anatomiche – modelli in cera di corpi femminili smontabili usati nel Settecento per lo studio dell’anatomia – ne rappresentano un caso emblematico.
Diffuse soprattutto tra Firenze e Bologna – una delle più famose, la Venerina di Clemente Susini, è conservata al Museo di Palazzo Poggi a Bologna – le Veneri anatomiche vennero ideate come dispositivi didattici in un contesto in cui la dissezione di cadaveri era limitata e costellata di difficoltà. L’arte della ceroplastica offriva invece la possibilità di ottenere modelli durevoli e dettagliati, progettati per rendere visibili parti del corpo che altrimenti sarebbero rimaste nascoste.
È sufficiente, tuttavia, osservare un’immagine della Venerina o di un’altra venere anatomica per accorgersi che siamo davanti a qualcosa di più complesso di un semplice strumento didattico. I soggetti rappresentati sono esclusivamente giovani donne bellissime, nude, colte in pose languide ed estatiche. Indossano spesso sfarzose collane utili a nascondere le giunture di metallo tra testa e collo, ma anche a conferire loro un ulteriore fascino. Aprendo delicatamente il loro addome, è possibile osservare i loro organi interni. Spesso all’interno dei loro uteri si nasconde un feto.
Guardare dal presente delle intelligenze artificiali a questi modelli anatomici significa prima di tutto riconoscere che il sapere che ne rendeva possibile l’esistenza si costruiva su una precisa economia dei corpi. I cadaveri usati per lo studio anatomico provenivano infatti spesso dai margini sociali: erano i corpi di donne povere, malate o giustiziate. Allo stesso tempo, questo sapere si fondava su un paradosso strutturale: per lungo tempo era stato il corpo maschile a essere assunto come riferimento implicito per l’anatomia, mentre il corpo femminile veniva studiato prevalentemente in relazione alla riproduzione.
Sebbene fossero nate con finalità didattiche, sarebbe riduttivo considerare le Veneri anatomiche come strumenti neutrali di rappresentazione del corpo umano. In questi dispositivi, il corpo femminile non era solo un oggetto di studio, ma soprattutto l’interfaccia attraverso cui una materia percepita dall’immaginario collettivo come scabrosa e disturbante diventava accettabile e gradevole allo sguardo. Una logica non così distante da quella che oggi ha reso femminili e accoglienti le voci di Alexa e Siri: in entrambi casi, il femminile ha il compito di rendere accessibile e fluido l’accesso a un sistema tecnologico o la relazione con il sapere.
Il percorso che dalle Veneri anatomiche conduce alle assistenti vocali moderne ci mostra una tendenza persistente a fornirsi degli stereotipi sulla femminilità come funzione per costruire un sapere scientifico-tecnologico che appaia più addomesticabile.
Oggi possiamo constatare che la necessità umana di attribuire un genere alla tecnologia oltrepassa il trend degli assistenti vocali e si estende anche al mondo dei chatbot basati sull'intelligenza artificiale (AI-based). Piattaforme come Reddit, ad esempio, sono popolate di thread che si chiedono se “ChatGPT è maschio o femmina”, con tanto di accurate argomentazioni a sostegno dell’una o dell’altra tesi. Questo dettaglio apparentemente insignificante ci rivela quanto è difficile immaginare un’interfaccia che sfugga a questa attribuzione: la nostra relazione con la tecnologia, a quanto pare, ha bisogno di passare attraverso una femminilizzazione per farci sentire a nostro agio nella fruizione.
La progettazione delle interfacce tecnologiche del futuro, allora, dovrebbe forse mettere in discussione l’immaginario che cerchiamo di riprodurre quando interroghiamo le macchine. Difficile non pensare al cyborg di Donna Haraway, figura che mette in crisi ogni tipo di dualismo e rifiuta il concetto di identità naturale e stabile. Il cyborg così inteso, oggi, rappresenta una sfida umana prima ancora che tecnologica: quella di immaginare tecnologie che non ereditino automaticamente i codici di genere su cui è costruita invece la nostra idea di umanità.
Riferimenti
L. Amand-Eeckhout, Gender gap in health and healthcare: Implications for women, European Parliamentary Research Service, 2025.
P. Costa, Conversing with personal digital assistants: on gender and artificial intelligence. Journal of Science and Technology of the Arts, 10(3), 59–72, 2018
D. Haraway, Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, a cura di L. Borghi, introduzione di R. Braidotti, Milano, Feltrinelli, 1995.
M. Sindoni, The femininization of AI-powered voice assistants: Personification, anthropomorphism and discourse ideologies, in Discourse, Context & Media, Volume 62, 2024, 100833, ISSN 2211-6958.
M. West, R. Kraut, H. Chew, I’d blush if I could: closing gender divides in digital skills through education, Unesco, 2019.