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La violenza digitale di genere non è una "tempesta perfetta" a cui non possiamo fare altro che arrenderci, ma un fenomeno sociale. Riconoscerla e sradicarla significa soprattutto interrogare l’architettura degli spazi in cui si produce e si amplifica, imparare a disinnescarne gli squilibri di potere. Ridefinire il concetto di consenso e puntare sull'alfabetizzazione tecnologica sono passaggi inaggirabili di una trasformazione culturale che deve partire dall'educazione delle persone più giovani

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Credits Unsplash/Suhendro Purnomo
Fuori dalla tempesta

In Italia il legame tra violenza digitale e sistemi di disuguaglianza di genere è ancora lontano dall’essere pienamente riconosciuto, sia sul piano culturale che su quello politico. Questo è, in sintesi, il risultato generale a cui è giunto il progetto Cyber-VAWG, dopo due anni di ricerca dedicati allo studio delle rappresentazioni sociali della violenza di genere agita tramite le tecnologie digitali (in inglese, technology-facilitated gender-based violence, tfgbv). Il progetto, coordinato dall’Università di Bologna e realizzato in sinergia con l’Università del Salento e l'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche Sociali (Irpps) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), ha indagato in che modo nel nostro paese la violenza di genere agita tramite le tecnologie digitali viene costruita come problema sociale, proponendo un’analisi integrata delle politiche pubbliche, delle narrazioni giornalistiche e mediali e dei discorsi delle giovani generazioni rispetto alla loro esperienza negli ambienti digitali.

In linea con quanto rilevato da altri studi, la parte della ricerca che ha coinvolto 105 persone tra i 13 e i 22 anni ha fatto emergere come la grande familiarità delle persone giovani rispetto a pratiche quali la diffusione non consensuale di immagini intime, il body shaming o le molestie online non si traduca necessariamente nella capacità di riconoscere la dimensione strutturale che caratterizza questo tipo di abusi. Nei discorsi che sono stati raccolti e analizzati, la violenza di genere agita tramite le tecnologie digitali viene spesso raccontata come un effetto quasi “naturale” dello stare online, più che come l’espressione di rapporti di potere tra i generi. 

Ancora più significativa è la normalizzazione delle pratiche di controllo mediato dalle tecnologie nelle relazioni affettive. La richiesta di password, l’accesso ai dispositivi del partner, il monitoraggio tramite geolocalizzazione sono comportamenti riconosciuti come largamente diffusi, ma solo in parte percepiti come problematici, finendo spesso per essere reinterpretati come segni di attenzione, interesse o cura. In questo slittamento tra protezione e controllo emerge uno dei nodi più critici messi in luce dalla ricerca: la difficoltà di nominare come violente pratiche che si presentano come ordinarie e reciprocamente accettate, ma che riproducono dinamiche di asimmetria e sorveglianza radicate nella disuguaglianza di genere.

Anche il modo in cui funziona il settore dell’informazione e in cui viene articolato il discorso pubblico nei media mostrano una generale difficoltà nell’affrontare il tema. I dati raccolti mettono in luce come la violenza digitale di genere riceva uno spazio estremamente limitato nel dibattito mediatico, con l’attenzione giornalistica che si concentra sulle scelte o sui comportamenti di chi la subisce, più che sulle responsabilità di chi la mette in atto o sulle radici culturali del fenomeno. 

Sul piano politico e normativo, poi, la risposta appare in larga parte frammentata e orientata alla punizione di singole condotte. Si interviene per colmare vuoti giuridici, ma raramente con strumenti pensati in modo organico per la specificità socio-tecnica della violenza di genere agita tramite le tecnologie digitali. Ne deriva un impianto prevalentemente securitario, che fatica a integrare prevenzione, educazione e regolazione delle piattaforme. Infine, le politiche restano fortemente concentrate sulla violenza contro le donne, riconoscendo correttamente che ne sono il principale bersaglio, ma incontrando difficoltà nel tradurre questo riconoscimento in un approccio di genere più ampio e trasformativo. Le dinamiche di potere, le norme culturali e le esperienze delle soggettività Lgbtqia+ rimangono ai margini del discorso, rendendo più complesso affrontare la violenza digitale come fenomeno strutturale e non solo come sommatoria di episodi.

Il progetto Cyber-VAWG non ci ha però unicamente consegnato una mappa delle rappresentazioni della violenza digitale di genere in Italia, ci ha anche lasciato con indicazioni importanti su ciò che manca e ciò che è necessario fare o continuare a fare.

Alcuni nodi emersi dalla ricerca affondano le radici in questioni che precedono il digitale. La principale riguarda il riconoscimento delle dinamiche di potere che sottostanno alla violenza di genere agita tramite le tecnologie digitali. Finché la violenza online verrà letta come problema individuale o come effetto collaterale inevitabile dello stare in rete, resterà invisibile la sua matrice strutturale. La dimensione di genere, intesa come sistema di aspettative, ruoli, gerarchie e asimmetrie di potere, deve situarsi al centro di qualsiasi forma di azione o discussione pubblica attorno al tema. Senza questo passaggio, ogni intervento rischia di limitarsi a gestire in maniera emergenziale un fenomeno che invece è profondamente sistemico.

Un secondo aspetto riguarda la dimensione queer e intersezionale. Le esperienze di soggettività Lgbtqia+, così come quelle di persone razzializzate, disabili o migranti all’interno degli spazi digitali restano troppo spesso ai margini del discorso istituzionale e nelle strategie di risposta. Eppure, proprio negli spazi digitali queste vulnerabilità si intrecciano, producendo forme specifiche di esposizione all’odio e alla violenza. Un’agenda programmatica non può limitarsi a un approccio women-oriented in senso stretto, ma deve interrogare in modo più ampio il rapporto tra genere, sessualità, identità, corpi e tecnologia.

C’è poi il tema, cruciale, del rapporto tra agency, tecnologia e violenza. Le tecnologie non sono strumenti neutri, ma ambienti progettati secondo logiche economiche e culturali. Questo significa che la responsabilità non può ricadere esclusivamente su questa o quella persona, ma deve coinvolgere il design delle piattaforme, i modelli di governance, le scelte algoritmiche. Parlare di violenza digitale di genere significa anche interrogare l’architettura degli spazi in cui si produce e si amplifica e imparare a sviluppare pratiche di resistenza al loro potere.

Fronteggiare la violenza di genere agita tramite le tecnologie digitali ci pone spesso davanti alla sensazione di trovarci a tentare di navigare in una “tempesta perfetta”, in cui nessuna risposta è sufficiente a contenerne la devastazione. Ma questa tempesta non si affronta solo con misure di contenimento. Occorre lavorare a monte, costruendo condizioni diverse. 

Questo implica necessariamente investire sulla digital literacy. Non una generica alfabetizzazione digitale, ma una formazione che tenga insieme competenze tecniche e lettura critica delle relazioni di potere. Nei focus group, le persone giovani hanno chiesto riconoscimento e strumenti: vogliono capire cosa è violenza e cosa no, vogliono competenze per orientarsi, vogliono adulti e istituzioni capaci di nominare ciò che accade. La stessa richiesta viene dalle attiviste e dalle operatrici dei centri antiviolenza, che raccolgono quotidianamente le esperienze di chi subisce abusi digitali e denunciano la necessità di formazione specifica e risorse adeguate.

A dover essere affrontato urgentemente è inoltre il tema del consenso digitale. Cosa significa consenso in un ambiente in cui i contenuti possono essere copiati, manipolati, rilanciati all’infinito? Come si costruiscono pratiche relazionali che non trasformino la trasparenza in sorveglianza, la cura in controllo? È nella risposta a quesste domande che si gioca una partita culturale decisiva.

Infine, occorre immaginare e sostenere la costruzione di spazi alternativi. Spazi digitali e social in cui la partecipazione non sia condizionata dalla paura della violenza, in cui le soggettività possano esprimersi senza dover continuamente negoziare la propria legittimità. Non si può smettere di fare, educare, creare cultura. La violenza digitale di genere non è qualcosa a cui dobbiamo arrenderci: è un fenomeno sociale. E come tale può essere trasformato, se si ha il coraggio di riconoscerlo fino in fondo e di agire di conseguenza.

Questo articolo nasce dall'intervento tenuto in occasione del convegno Ctrl+Shame, Canc. La Cyberviolenza di genere tra rappresentazioni, riconoscimenti e resistenze, che si è tenuto il  4 dicembre 2025 presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'università di Bologna.

Per approfondire

Chiara Gius, Valentina Cremonesini, Angela M. Toffanin (a cura di), Genere e cyberviolenza. Media, politiche e narrazioni giovanili, Carocci, 2026