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Tra scelte non lineari e ambienti ancora oggi a prevalenza maschile, Alessandra Zanut ci racconta il suo lavoro all'Università di Padova, dove guida un progetto che integra nanotecnologie, elettrochimica e biosensori per sviluppare strumenti capaci di leggere segnali biologici e ambientali invisibili. Un percorso in cui la commistione fra esperienze internazionali e multidisciplinari si è rivelata la chiave per trasformare la ricerca scientifica in innovazione concreta

Misurare l'invisibile
con Alessandra Zanut

8 min lettura
Credits Unsplash/Uriel SC
Misurare l'invisibile

“Nella scienza, essere donna significa spesso imparare a orientarsi senza mappe, costruendo il proprio percorso man mano che lo si compie”. È una consapevolezza che nasce sul campo, tra scelte non lineari, cambi di direzione e ambienti ancora oggi a prevalenza maschile. Per Alessandra Zanut ha significato tracciare una traiettoria propria, senza riferimenti già dati, trasformando anche l’incertezza in direzione.

Oggi professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze chimiche all’Università degli studi di Padova e vincitrice di uno Starting Grant dello European Research Council (ERC), Zanut lavora al confine tra chimica, fisica e nanotecnologie. Il suo obiettivo è chiaro: sviluppare strumenti capaci di leggere segnali biologici e ambientali invisibili. Un esempio di ricerca di base che può diventare una leva di innovazione concreta.

La sfida della misura invisibile

Il cuore della sua ricerca è tanto semplice da enunciare quanto complesso da realizzare: vedere l’invisibile. “Mi occupo di biosensori e dello sviluppo di metodi per misurare sostanze che possono essere marker ambientali o biomarcatori medici” spiega Zanut. “Lo faccio usando segnali di elettrochemiluminescenza, cioè luce generata da uno stimolo elettrochimico” precisa.

Dietro questa definizione si nasconde una sfida tecnica enorme. Molte delle informazioni più importanti, in medicina come in campo ambientale, sono contenute in tracce minime: molecole presenti in quantità così basse da essere difficili da rilevare con precisione. Per esempio, i marcatori precoci di una malattia nel sangue che permettono di individuarne la presenza prima che i sintomi siano evidenti. In questo contesto, il lavoro di Zanut consiste nel progettare sistemi capaci di intercettare segnali debolissimi e amplificarli fino a renderli leggibili e affidabili. 

Le nanotecnologie giocano un ruolo decisivo: attraverso la nanostrutturazione dei materiali, è possibile aumentare drasticamente la sensibilità dei dispositivi. “Studio come ottimizzare questi segnali per ottenerne di molto intensi anche quando ciò che cerco è presente in concentrazioni estremamente basse”.

Il progetto finanziato dall’ERC – della durata di cinque anni – si inserisce esattamente qui. L’obiettivo è sviluppare piattaforme elettrochimiche nanostrutturate in cui ogni parametro, dalla geometria alla chimica della superficie, sia controllato in modo preciso. Non solo per migliorare le prestazioni, ma per comprendere finalmente cosa accade a livello fondamentale.

“Per anni si è osservato il segnale senza sapere davvero cosa succedesse all’interfaccia del sistema. Era una tecnologia già utilizzata, anche su larga scala, ma con una comprensione parziale dei meccanismi”. Zanut assieme al suo team di ricerca lavora a nuovi metodi per studiare questi fenomeni in modo molto più dettagliato. “L’idea è ottenere informazioni nuove e usarle per ottimizzare ulteriormente la tecnica” spiega. Non si tratta solo di costruire un dispositivo migliore, quindi, ma di offrire alla comunità scientifica un nuovo modo per leggere e controllare i segnali elettrochemiluminescenti con una precisione mai raggiunta prima.

Un percorso non lineare e senza confini 

Alessandra Zanut
Alessandra Zanut, professoressa associata all'Università degli studi di Padova

La traiettoria che ha portato Zanut fin qui è tutt’altro che lineare. Ed è proprio questa discontinuità a rappresentare uno degli elementi più interessanti del suo profilo. “Ci sono arrivata un po’ per caso” ammette sorridendo. “Sono una biotecnologa medica, non una nanotecnologa”.

La sua formazione iniziale è infatti lontana dal campo in cui lavora oggi. Dopo una tesi magistrale in farmacogenetica, si era trovata in una fase di incertezza, senza una direzione definita. L’occasione è arrivata quasi inaspettata: un dottorato alla Scuola di nanotecnologie di Trieste, un ambiente interdisciplinare in cui chimica e fisica si intrecciano. Ma “l’inizio di tutto è stato il dottorato” racconta la ricercatrice. È durante questo periodo che avviene il primo vero spostamento di traiettoria. E soprattutto durante un soggiorno di ricerca a Bordeaux, in Francia, dove entra in contatto con l’elettrochimica e la luminescenza. “Quello è stato il punto zero, la prima volta in cui ho iniziato a occuparmi espressamente di questi temi”.

Da lì, il percorso si sviluppa attraverso una serie di passaggi che combinano opportunità, incontri e scelte personali. Dopo il dottorato, approda all’Università di Bologna, in un gruppo altamente specializzato in queste tecniche. “È stato un ambiente molto dinamico, con molte opportunità. Due anni di formazione e ricerca molto importanti”. Poi, un nuovo cambio di rotta: New York. Una scelta dettata anche da motivi personali, ma che la costringe a uscire nuovamente dalla sua zona di comfort. 

“In quell’area non c’era nessun gruppo che si occupasse esattamente di quello che facevo. Ho dovuto reinventarmi”. Zanut Inizia così a lavorare su tecniche di nanolitografia e superfici biomimetiche, recuperando conoscenze acquisite in passato ma mai pienamente sviluppate. “Sembrava tutto nuovo, ma in realtà sono tornate utili cose che avevo già studiato. È una lezione importante: niente si perde davvero”. Il ritorno in Italia rappresenta un altro momento decisivo. Partecipa a un concorso all’Università degli studi di Padova, senza legami pregressi con il contesto, e lo vince. È qui che inizia il lavoro di sintesi. “Ho dovuto mettere insieme i pezzi. Tutte le esperienze che avevo fatto, anche quelle che sembravano scollegate”. 

Proprio da questa ricomposizione nasce il progetto ERC: un’idea che integra nanotecnologie, elettrochimica, chimica dei materiali e applicazioni in biosensoristica. “La multidisciplinarietà è stata fondamentale. Credo sia uno degli elementi che ha reso il progetto competitivo”. L’esperienza europea e internazionale ha avuto un impatto profondo, ma non nel senso più scontato. “Non è vero che all’estero sia sempre meglio. La differenza la fanno le persone, i gruppi, il modo di lavorare”. Allo stesso tempo, confrontarsi con sistemi diversi ha permesso di sviluppare uno sguardo più ampio. “In Europa ci sono molte somiglianze nei metodi. In America, invece, è un altro sistema: più risorse, più libertà, ma anche una struttura molto definita”. Ed è proprio questa combinazione – apertura e struttura – che cerca oggi di portare nel suo lavoro.

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© Francesca Protopapa / Ghirigori Agency

Costruire spazi, non solo carriera

Se la ricerca rappresenta il primo asse del percorso di Zanut, il secondo riguarda qualcosa di meno visibile ma altrettanto determinante: le condizioni in cui la scienza viene fatta.

Per gran parte della sua carriera, ha lavorato in contesti a prevalenza maschile. “Spesso ero l’unica donna, o comunque una delle poche”. Una condizione che, all’inizio, non sempre appare problematica. È con il tempo, e con una maggiore consapevolezza, che alcune dinamiche diventano più evidenti. “Solo dopo mi sono resa conto che certe cose avevano un peso. All’epoca non ci facevo caso, o non gli davo il giusto valore”.

Uno degli aspetti più rilevanti è stata la mancanza di modelli di riferimento. “Mi sono mancati dei role model femminili. Non sapevo come comportarmi, come gestire alcune situazioni. Questo ha generato molto stress in passato”. La questione non è solo simbolica. I modelli servono a rendere visibili possibilità, a offrire esempi concreti di come si può costruire una carriera senza rinunciare ad altre dimensioni della vita. Oggi, nella sua posizione di principal investigator, Zanut è in una fase diversa. Ha un gruppo, delle responsabilità, e la possibilità di incidere direttamente sull’ambiente di lavoro. “Cerco di essere quel modello che a me è mancato” spiega. Questo si traduce in scelte quotidiane: attenzione all’individualità, ascolto, flessibilità. “Mi impegno a dare spazio alle persone, a capire le loro esigenze, a creare un ambiente in cui possano esprimersi”. Non si tratta di eliminare le differenze o i ruoli, ma di gestirli in modo più consapevole. “C’è sempre una struttura e ha senso che ci sia, ma non deve schiacciare le persone”.

Il tema del bilanciamento tra vita privata e lavoro emerge in modo inevitabile, soprattutto nel contesto accademico. “La carriera è lunga, spesso precaria nelle fasi iniziali. Questo incide sulle scelte personali”. Per le donne, il fattore tempo assume un peso specifico diverso. “C’è anche un calendario biologico, che non si può ignorare”. Zanut stessa ha una figlia e ha vissuto in prima persona la complessità di conciliare questi aspetti. Non propone soluzioni semplici, ma insiste sull’importanza di riconoscere il problema. “Non possiamo far finta che non esista”. Il suo impegno passa anche dalla condivisione: opportunità, bandi, iniziative dedicate alla parità di genere nella scienza. “Cerco di diffondere informazioni, di rendere visibili certe possibilità“ racconta, “e soprattutto di coinvolgere tutti, non solo le donne. Perché non è un problema delle donne, riguarda tutta la società”. Un punto che sottolinea con forza, anche nel lavoro quotidiano con studenti e collaboratori. “Anche gli uomini devono essere parte della conversazione”. Parlare di questi temi, però, richiede attenzione. “Bisogna saper leggere il contesto. Non sempre è facile, e non sempre è il momento giusto”. Ma il silenzio, sottolinea, non è una soluzione. “Anche solo portare il tema nelle conversazioni è importante”. 

Nel lavoro di Alessandra Zanut, imparare a “vedere l’invisibile” non è solo una sfida scientifica. È anche una postura, un modo di stare nella ricerca e nei contesti che la rendono possibile. Dai segnali debolissimi che studia in laboratorio alle dinamiche meno evidenti che attraversano il mondo accademico, il filo è lo stesso: portare alla luce ciò che spesso resta ai margini. Perché, in fondo, orientarsi senza mappe significa anche questo: imparare a riconoscere nuove coordinate – e, quando serve, tracciarle.

 

Prossima Europa è un progetto editoriale di inGenere nato per ispirare le ragazze nella scienza. Raccontiamo storie di scienziate e innovatrici che fanno ricerca in Italia in una prospettiva europea e internazionale, e diffondiamo informazioni su opportunità di ricerca tra Italia ed Europa. Illustrazioni © Francesca Protopapa / Ghirigori Agency
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