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Colmare il gender health gap significa considerare la salute come un'infrastruttura sociale che parte dai corpi e arriva ai dati attraversando sistemi sanitari, farmaci, cultura. Ne parliamo con Ida Tin, imprenditrice danese, pioniera dell'innovazione e inventrice dell'espressione FemTech

Nel FemTech
con Ida Tin

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Credits Unsplash/Rapha Wilde
Nel FemTech con Ida Tin

A livello globale, la salute delle donne non è ancora una priorità. Dietro traguardi significativi come l'aumento dell'aspettativa di vita, che negli ultimi due secoli è passata da 30 a 73 anni, si celano disuguaglianze di genere profonde e persistenti che penalizzano le donne. È per tentare di colmare questo divario – noto come gender health gap – che nel 2016 sono nate le prime app per il monitoraggio del ciclo mestruale come Clue, l'applicazione creata dall'imprenditrice danese Ida Tin, con oltre 10 milioni di utenti in tutto il mondo.

Pioniera dell’innovazione per la salute femminile, Ida Tin ha coniato il termine FemTech (abbreviazione di Female Technologies), oggi riconosciuto a livello globale per indicare le tecnologie, le innovazioni e i servizi dedicati alla salute e al benessere delle donne. La sua esperienza, che ha contribuito ad aprire la strada a un nuovo approccio alla salute femminile basato su dati, innovazione e consapevolezza, continua a ispirare imprenditrici, startup e stakeholder in tutto il mondo.

In occasione della sua partecipazione all'evento Tech4Fem Future Health alla Rome Future Week 2025, abbiamo rivolto a Ida Tin alcune domande per mettere a fuoco le potenzialità e il futuro del FemTech e della salute femminile.

Ida Tin
Ida Tin

Nel 2016 hai coniato il termine FemTech, e sei considerata una delle pioniere di questo segmento dell’innovazione. Se dovessi darne una definizione oggi, quale sarebbe, e in che modo il significato di questa espressione è cambiato negli anni in cui il settore ha attraversato una crescita significativa a livello globale?

Credo che il significato del termine FemTech si sia ampliato nel tempo. Da un lato, il FemTech continua a essere associato alle tecnologie pensate per rispondere ai bisogni specifici delle donne, legati alla nostra biologia, ma ora c’è una comprensione più ampia di cosa questo realmente includa. Se all’inizio era legato principalmente alla salute riproduttiva, oggi il FemTech abbraccia anche ambiti come le malattie cardiovascolari, la salute mentale, cerebrale, ossea, e tutte quelle patologie da cui le donne sono colpite maggiormente o in misura diversa rispetto agli uomini, ad esempio alcune malattie autoimmuni o neurodegenerative come l’Alzheimer.

Secondo il rapporto 2024 del World Economic Forum e del McKinsey Health Institute, le donne vivono in condizioni di salute più precarie durante tutto l’arco della loro vita, soprattutto negli anni di maggiore produttività lavorativa, e questo si ripercuote negativamente su libertà, lavoro e partecipazione sociale. Perché, secondo te, quella di nascere in un corpo biologicamente femminile continua a essere un’esperienza che non viene messa al centro dalla scienza, dalla cultura e dalla tecnologia, nonostante i dati dimostrino che colmare il gender health gap potrebbe generare fino a 1 trilione di dollari di crescita annua del Pil globale?

È una domanda davvero importante. Una delle ragioni, credo, è che la salute femminile viene ancora percepita come qualcosa che riguarda “solo le donne”, mentre dovremmo cominciare a intenderla come “infrastruttura sociale”. Mettere le donne nelle condizioni di canalizzare la loro energia vitale nella società è qualcosa di fondamentale, perché quando questa infrastruttura (cioè il nostro corpo, i sistemi sanitari, i farmaci che usiamo, la cultura in cui siamo immerse) non funziona, la nostra energia non riesce a fluire. Detta in altro modo, se pensiamo all’energia umana come alla capacità di partecipare alla vita attiva, di contribuire, di realizzare il nostro potenziale, è evidente quanto sia costoso per le donne non poterlo fare. Inoltre, è costoso per la società in termini economici, per via del carico che ricade sulle cure di cui molte donne hanno bisogno. È urgente uscire dall’idea che la salute femminile sia solo un problema delle donne e far passare il messaggio, all’interno della cultura dominante, che è invece un tema cruciale a livello sociale, globale, planetario, e che riguarda anche gli uomini.

Cosa possiamo fare per avviare un cambiamento in questo senso?

È difficile, ma dobbiamo continuare a creare consapevolezza e raccontare le nostre esperienze. Molto di ciò che viviamo nel nostro corpo in quanto donne è ancora invisibile nella nostra cultura. Le donne devono trovare il coraggio di aiutare gli uomini a comprendere cosa significhi davvero vivere in un corpo femminile, con tutti i cambiamenti e le sfide che questo comporta, e gli uomini devono iniziare a fare domande, con curiosità.

Oggi, mentre da un lato viene raccolta una quantità senza precedenti di dati sanitari, dall’altro cresce anche la preoccupazione verso un loro uso etico. Quali principi dovrebbero guidare le aziende nella gestione dei dati delle utenti? E quali azioni dovrebbero essere messe in atto nel FemTech per non replicare gli stessi meccanismi dell’ambito tecnologico tradizionale?

Sono d’accordo sul fatto che il modo in cui usiamo, condividiamo e proteggiamo i dati rappresenta un aspetto cruciale. Infatti sto lavorando a delle linee guida etiche per chi sviluppa tecnologia in ambito FemTech, che sia una singola persona o un’azienda, proprio perché credo che manchi una visione condivisa di cosa significhi essere un’azienda etica dal punto di vista della gestione dei dati, o di come dovrebbe comportarsi un’azienda che gestisce dati sensibili. E questo è un aspetto distinto da quello della regolamentazione – che è fondamentale, ma serve anche che le persone con potere decisionale abbiano una sorta di bussola etica interna, che sappiano riconoscere cosa è giusto fare. E le utenti dovrebbero poter orientarsi, scegliere aziende e servizi che condividono determinati valori e offrano garanzie di trasparenza, sostenibilità del modello di business, e così via. Anche la sede legale delle aziende, e quindi la normativa di riferimento, ha un ruolo. È un progetto educativo enorme, e credo che il punto di partenza debba essere la definizione di cosa sia davvero una “buona pratica”.

Hai identificato il monitoraggio ormonale continuo come una delle sfide e delle opportunità più significative per il futuro del FemTech. In che modo questa tecnologia potrebbe aprire nuove strade per la salute delle donne?

Abbiamo molti dati su diverse funzioni del nostro corpo (sonno, cuore, glicemia, movimento) ma pochissimi su ciò che fanno i nostri ormoni, e ancor meno sull’impatto che hanno su patologie come l’endometriosi. L’idea è che, se avessimo più dati, potremmo davvero iniziare a capire meglio come funziona il nostro corpo. Potremmo fare ricerca più approfondita, incrociare i dati ormonali con quelli genetici o con i pattern delle malattie, e magari individuare dei fenotipi per patologie come la sindrome dell’ovaio policistico. Potremmo rendere la medicina più precisa, somministrando, ad esempio, terapie ormonali sostitutive non “alla cieca”, ma in base al profilo ormonale delle singole persone. Lo stesso vale per la contraccezione, ma potremmo anche usare i dati ormonali per intercettare segnali precoci di sindromi come la preeclampsia o la depressione post-partum, o per aiutare le donne a capire meglio il legame tra ormoni e benessere mentale – qualcosa che molte di noi sperimentano nell’arco della loro vita – e fare chissà quante altre cose. È una tecnologia potenzialmente rivoluzionaria, che potrebbe avere un’applicazione sistemica ed entrare in moltissime aree del sistema sanitario, il che la rende particolarmente affascinante.

Quali ostacoli bloccano lo sviluppo di questa tecnologia?

Da un punto di vista tecnico, sviluppare questi strumenti è molto complesso, e i team di ricerca fanno fatica a raccogliere i fondi necessari per processi così lunghi come quello necessario per sviluppare i biosensori. Inoltre, c’è poca collaborazione tra le realtà del settore, anche a causa del modello di finanziamento tipico del venture capital, che non incentiva la cooperazione.

Durante il tuo intervento all’evento organizzato dall'associazione Tech4Fem a Roma, hai descritto la salute delle donne come “un’infrastruttura sociale cruciale” e hai detto che non stiamo costruendo un sistema che permetta alle donne di prosperare.

Credo che serva un cambio di paradigma profondo, che passa per il riconoscimento del fatto che siamo sistemi biologici parte di un ecosistema planetario e che non rispettiamo né il nostro ambiente naturale né i nostri corpi. In un certo senso, che non rispettiamo il fatto stesso di avere un corpo: non progettiamo luoghi di lavoro adatti ai nostri ritmi biologici, né strutture culturali o sociali che riflettano esperienze concrete come quella di avere una famiglia. Quando smetteremo di accettare che le donne debbano convivere con il dolore – fisico, mentale, emotivo – perché il mondo non è pensato per i loro corpi e ne progetteremo uno migliore, che si adatti meglio alla loro esperienza, potremo sprigionare un’enorme quantità di energia e iniziare a ripensare tanti aspetti del nostro modo di vivere.

Cosa cambierebbe se davvero dessimo priorità ai corpi femminili nelle politiche, nel design e nell’innovazione?

Le donne sarebbero in grado di contribuire maggiormente a plasmare il mondo, il che sarebbe qualcosa di molto sano, dal momento che, come sappiamo, la diversità è un principio chiave per lo sviluppo della vita. Laddove mancano le donne – nei luoghi di lavoro, nei ruoli di leadership, nei sistemi politici – manca quella diversità di pensiero che serve per trovare soluzioni che facciano funzionare l’intero sistema, le società, il pianeta. Se costruissimo un mondo più adatto anche al femminile, cambierebbero gli equilibri di genere, le donne avrebbero una posizione più paritaria rispetto agli uomini e gli uomini stessi ne trarrebbero beneficio. Potremmo avere un mondo che valorizzi il femminile – inteso non come sinonimo di “donna”, bensì di un approccio alla vita che può appartenere anche agli uomini, un approccio più incarnato.

Che aspetto avrebbe, secondo te, questa nuova infrastruttura?

Sarebbe fatta di tecnologie, di tutto un insieme di tecnologie pensate per rispondere ai nostri bisogni, di un sistema sanitario che ascolti e non ignori o sminuisca le esperienze delle donne, di cure e farmaci basati sui dati femminili, e non solo maschili, di politiche che non svantaggino le donne. E molto altro ancora.

Puoi raccontarci qualcosa di più del progetto FemTech Assembly?

Volevo creare un think tank che aiutasse il mondo a riconoscere il legame tra salute delle donne, tecnologia e sviluppo economico. Investire nella salute femminile è una gigantesca opportunità di business, e allo stesso tempo è un modo per costruire un pianeta più sano, nel senso che di cui parlavo prima. C’è un’interconnessione semplice ma potente fra queste due componenti, che però non è ancora entrata nella cultura dominante. La salute delle donne non è vista, per definizione, come uno dei settori più redditizi in cui investire. Eppure, sappiamo che per ogni euro investito in salute femminile, se ne ottengono 26 di ritorno. Questo potrebbe diventare un modello d’investimento per tutti: dagli investitori privati ai fondi pubblici, ai bilanci nazionali.

Che ruolo speri possa avere il think tank nell’innovazione tecnologica femminista del futuro

Mi piacerebbe che il think tank diventasse anche un sistema aperto, una piattaforma che chiunque voglia avviare un progetto in ambito FemTech possa usare come una sorta di contenitore, una piattaforma per nuove idee. Non ho ancora una visione definitiva, ma l’idea è che non sia un think tank tradizionale, di quelli che produce un report all’anno. È ancora in fase di costruzione, ma vorrei che fosse qualcosa di più partecipativo, più simile a un movimento sociale.

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