Recensionestorie

Il dono di Martina
all'uomo che verrà

Nelle sale un film che accende una luce. Giorgio Diritti rimette al mondo la storia della strage di Marzabotto con un racconto fresco e cristallino come fosse narrato per la prima volta. Con gli occhi e le parole della sorellina, la seconda donna che fa nascere l'uomo che verrà

Fresco e cristallino come fosse narrato per la prima volta. E' questo il dono raro che ci viene dal racconto di Giorgio Diritti sulla strage di Marzabotto, “L'uomo che verrà”.

Si tratta di un regista unico nel panorama italiano, per grazia, delicatezza, genio espressivo. Eppure rimette al mondo a suo modo un storia scritta, detta e pianta mille volte, quella dell'eccidio di 770 persone, in gran parte civili, nell'area di Monte Sole durante i rastrellamenti tedeschi iniziati il 29 settembre 1944.

E accende la sua luce nel panorama cinematografico italiano di questo momento, di un buio desolante, che solo l'indulgenza dei critici – forse responsabilizzati oltre misura per via della crisi economica – riesce a rappresentare come se fosse degno di qualche interesse. Ogni volta ci si maledice per averli ascoltati. Ogni volta tranne questa.

Il titolo può trarre in inganno, indurre a chiedersi perché parlare del film su queste pagine. Ma è un nato di donna “l'uomo che verrà”, nato due volte, dalla madre che lo partorisce e da Martina, la sorellina di otto anni che lo nutre, lo ninna, lo nasconde, scappa con lui e il fagotto che lo avvolge fra alberi e colline, lo rimette al mondo per la seconda volta sottraendolo alla strage tedesca.

E' il punto di vista di Martina, infatti, che snoda il racconto. Il punto di vista di una creatura precocemente ammutolita da un trauma (la morte di un altro fratellino) e testimone afasica di di una crudeltà sconfinata. Ma il regista non si fa prendere la mano dal simbolo della parola congelata di fronte all'orrore. Non c'è nulla di allegorico. Anzi, Martina è così espressiva negli occhi, nel volto, nelle movenze, che è quasi il suo corpo intero a parlare. A parlare una lingua primordiale come il dialetto emiliano ruvido e fiabesco dei suoi parenti contadini. Solo lorsignori parlano l'italiano, oltre ai tedeschi che lo arrotano e lo storpiano.

Insieme a Martina c'è una comunità di donne tenere e aspre nello stesso tempo. Fattive e devote, attraversate da onde alterne di coraggio, di orgoglio e di paura. Beniamina, anticonformista, pudica, e nel finale eroica, è di tutte la più fascinosa.

Ma la protagonista assoluta del film è la natura. Placida, arata, nutrita dal lavoro, mossa da monti e colline, bordata da boschi fantastici, fitti di nascondigli e di alberi cavi, la campagna è la vita e la pace. Gli uomini armati che la traversano di continuo somigliano a stupratori. Tre caschi tedeschi, visti dalla finestra della cascina prima che i corpi di chi li indossa siano riconoscibili, somigliano a tre enormi scarafaggi mostruosi.

Il film è anche un lavoro di compassione. Assorti, poco più che adolescenti, belli e potenzialmente innocenti se la storia glielo avesse concesso, sono sia alcuni tedeschi che alcuni partigiani. Martina li spia, coglie i loro lampi di umanità, impietrisce quando un soldato tedesco, che le ha offerto una bella fetta di pane bianco, sarà costretto a scavarsi la fossa con le sue mani. Gli ha sorriso, al tedesco, come sorride sempre all'unica cosa che saggiamente capisce, la tenerezza umana. Perché della guerra – confesserà in un tema alla sua maestra – tutto le è incomprensibile.

Martina è bambina, così come è bambino Pin, il protagonista del “Sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino. Molte sono le similitudini fra i due racconti: anche Pin non capisce i giochi crudeli dei grandi. Anche Pin impara dalla guerra partigiana verità e ambiguità che vanno oltre l'iconografia. Ma Pin, sfrontato, spaccone, fratello di prostituta, piccolo briccone dei caruggi liguri, si è già messo addosso, per sopravvivere, la maschera ribalda del maschio per obbligo. E la tiene ben ferma quasi sempre, tranne che nel tenerissimo finale. Girano mail sulla bellezza di questo film. Vale la pena di farne girare altre. Mi dicono che il precedente lavoro di Giorgio Diritti ,“Il vento fa il suo giro” (2005), ha resistito un anno e mezzo nel cineclub Mexico di Milano grazie al passa parola della rete. Nessun grande distributore infatti lo aveva accettato. Forse, se l'entusiasmo per questo secondo lavoro continua, rivedremo nelle sale anche la strana storia dei montanari piemontesi spaventati dal nuovo e del diverso.