Recensionestorie

Neshat la regista
vestita di verde

Cinema. Shirin Neshat dedica il suo film "Donne senza uomini" a tutte le vittime del potere in Iran.  Una storia di abiti e di politica, dalla modernizzazione autoritaria all'integralismo. E di tutti gli oppressori  la violenza maschile, nelle sue diverse pieghe caratteriali e umorali, è complice e ispiratrice

L'abito e la politica. Mai come in questo momento, e mai come in Iran, l'accostamento è cruciale, doloroso, distante da ogni frivolezza o bozzettismo descrittivo. “Donne senza uomini”, della regista iraniana espatriata Shirin Neshat , è un film di abiti e di politica.

Anche di emozioni, di sogni e di molto altro, ma a questo arriveremo.

Shirin Neshat stessa indossa il suo pensiero. A Venezia, nel settembre 2009, al momento di ritirare il Leone d'argento, mentre i ragazzi iraniani manifestavano e cercavano la libertà dalla cappa di furore settario di Ahmadinejad, la regista vestiva il verde della loro bandiera cucito in un abito femminile e “scandaloso”, sbracciato, allegro, dalla scollatura profonda.

Nel film, ambientato nel 1953, alla vigilia del colpo di stato che porterà lo Scià Reza Pahlavi al potere, le protagoniste portano gli abiti incantevoli e leggeri che ricordano, in tutto il mondo, l'uscita dalla guerra, dalla fame e dalla paura. Fiori, ampi nelle gonne e ripiegati nelle plissettature dei corpetti sottili. Sottane larghissime, a corolla, sostenute da sottogonne inamidate. Princesses scollate a barchetta e scivolate lungo i fianchi, che faranno più tardi il mito di Audrey Hepburn e Jacqueline Kennedy. Bandeaux di capelli asimettrici che ombreggiano una sola guancia e foulard annodati sulla nuca “alla maniera di Ava Gardner”, come farà notare un corteggiatore a Fakhir, la bella matura signora che raccoglierà intorno a sé, alla sua casa e al suo giardino, tutte le protagoniste del dramma. I chador, gli orribili drappi neri, ci sono e non ci sono, scivolano, spariscono, vengono rifiutati.

Rifiutati soprattutto nelle manifestazioni politiche, frequenti in quell'anno decisivo. Si chiude infatti nel 1953, dopo soli due anni, la stagione di Mohammed Mossadeq primo ministro. Un nazionalista liberale, con tratti socialisti, che si oppone al rinnovo della convenzione con la Gran Bretagna per lo sfruttamento del petrolio e punta alla nazionalizzazione della risorsa più importante del paese attraverso la “National Iranian Oil Company”. E' un esponente di una stagione felice. Negli stessi anni molti leader dei paesi in via di sviluppo tentano di dar vita a un movimento laico, anticolonialista, orgoglioso di sé e autonomo dalle due superpotenze: Nehru in India, Nasser in Egitto, la signora Bandaranaike in Shri Lanka, per citare i più famosi. Tra i loro, il destino di Mossadeq è il più doloroso: destituito dopo una stagione brevissima di illusioni e speranze, viene rovesciato da un colpo di stato ordito dai servizi americani e inglesi e sostituito dallo Scià, tanto vanesio nella ricerca delle radici autoctone del suo potere, quanto subalterno all'occidente e ai suoi disegni economici e di potere. Dalla sconfitta di Mossadeq in poi – sembra dire Shirin Neshat che dedica il film a tutte le vittime del potere in Iran, da allora all'attuale Onda verde – per l'Iran la barbarie non ha fine: prima la modernizzazione autoritaria e violenta, poi l'integralismo degli aiatholla. Di tutti gli oppressori – è ancora il film a suggerirlo - la violenza maschile, nelle sue diverse pieghe caratteriali e umorali, è complice e ispiratrice: il generale marito di Fakhir anticipa i modi dei gerarchi dello Scià, il fratello bigotto e autistico di Munis prefigura l'ottusa misoginia degli uomini delle moschee.

Le quattro protagoniste del film, si ritrovano, si perdono, stanno fra la vita e la morte in una sollecitudine reciproca che le rende talvolta simili, talvolta enormemente diverse, ma accomunate in un unico cerchio (a proposito: non va dimenticato che Jafar Panahi, il regista eroe del movimento dell'Onda verde, nel 2000 ha diretto un film, “Il cerchio”, intessuto di otto storie di donne connesse fra di loro).

Munis incarna la passione politica: figura onirica, suicida nella prima sequenza, talvolta invisibile, sempre disperatamente anelante alla libertà e viva come un sogno e un ideale, fino a che il suicidio, nell'ultima sequenza, si ripete identico alla prima volta.

Fazeh, splendida nei lunghi scandalosi boccoli neri sparsi sulle spalle, patisce il dolore dello stupro e, attraverso di esso, il paradossale affrancamento della passione d'amore che l'ha dominata. Zarin, prostituta smunta, dalle scapole sporgenti, incontrata sul letto di un bordello, triste e pensosa come in un quadro di Hopper, si ferisce a sangue, come fosse una santa che impugna il cilicio; sembra incarnare la passione buia dell'autodistruzione.

Fakhir, bella,matura e accogliente, impersonerebbe, in un giardino luminoso e segreto, l'ospite e la madre di tutte le altre protagoniste, se vivessero in un mondo in cui alle donne fosse data la libertà. Tutte e ciascuna a suo modo si muovono leggere fra realtà e sogno. Talvolta, soprattutto nella festa finale nella villa del giardino segreto, pare di cogliere qualche citazione di Fellini e di Bunuel, di registi in cui la festa è lo snodo risolutivo di molti simboli che hanno percorso il film. Ma qui le note dominanti sono la malinconia, il lutto, la paura che per le donne e per il paese non ci sia futuro.

Quanto lontano pare il film semplice e ottimista di Babak Payami, “Il voto è segreto”, la storia di una ragazza indomita che, con il suo inseparabile chador in testa, giungeva con l'urna elettorale in un'isola sperduta e rimbrottava i capitribù maschi, che non volevano lasciar votare da sole le loro donne, spiegando con fermezza che, appunto, il voto è segreto. Non a caso era il 2001, l'anno in cui Khatami fu eletto con il 77,4% dei voti e per una stagione si pensò a una via iraniana alla democrazia e persino a qualche scampolo di libertà femminile.

Oggi Shirin Neshat, insieme alla Marjane Satrapi di “Persepolis”, alla Azar Nafisi di “Leggere Lolita a Teheran” e a tante altre, popola il nostro immaginario e le nostre letture. Nutre una diaspora di talenti femminili che non si arrendono all'idea di diventare apolidi, ma chissà mai se veder rifiorire la democrazia nel loro paese sarà un sogno realizzabile per le donne di questa generazione.

Allegati: 
Image icon neshat.jpg