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Precarie all'ombra
del fordismo

Foto: Unsplash/ Austrian National Library

Studiare il lavoro partendo dai margini, una riflessione a partire dai libri Precari e precarie: una storia dell’Italia repubblicanaLe ombre del fordismo di Eloisa Betti

I due libri di Eloisa Betti (Precari e precarie: una storia dell’Italia repubblicana, Roma, Carocci, 2019 e Le ombre del fordismo, Bononia UP, 2020) segnano una tappa importante nel processo che, dagli anni Novanta del Novecento, ha allargato i confini della storia del lavoro rispetto alla stagione di studi degli anni Settanta. Sulla scia dell’industrializzazione e dei successi delle battaglie per i diritti del lavoro dei cosiddetti Trenta gloriosi, questi si erano concentrati sugli operai di fabbrica, visti attraverso il filtro di una lettura marxista e operaista: l’operaio maschio adulto, figura chiave, nelle fabbriche metalmeccaniche, dell’accumulazione capitalistica, era il rappresentante di una classe operaia divenuta classe generale, motore del progresso politico.

L’interesse storiografico per la sfera del lavoro è stato poi marginalizzato, non solo a causa della deindustrializzazione e dell’indebolirsi della cultura di sinistra, ma anche per la svalutazione della storia sociale da parte della “nuova storia culturale”. Fino ad anni recenti, la poca storia del lavoro capace di superare questa contrapposizione ha fatto leva sulla categoria di genere, indubbiamente culturale. Proprio per questo, essa è rimasta a lungo ai margini del mainstream storiografico.

In ambito sociologico, invece, le ricerche sull’economia periferica hanno allargato, già negli anni Settanta, i confini del concetto di lavoro, sulla scia della scoperta dell’economia “periferica” e della cosiddetta “terza Italia”. La parzialità del paradigma fordista è stata messa in luce da economisti non mainstream e dalla sociologia italiana. Massimo Paci, con il suo gruppo di ricerca marchigiano, molto femminilizzato, ha guardato al ruolo della famiglia e delle donne nella manifatturiera decentrata, evidenziando il nesso fra sviluppo di piccola impresa e lavoro a domicilio, e accogliendo un’idea di produttività del lavoro di cura derivata dagli studi delle intellettuali femministe padovane (Maria Rosa dalla Costa, Alisa Del Re).

I lavori di Eloisa Betti partono dalla proposta della storia delle donne di studiare il lavoro partendo dai suoi margini. Più che una storia di genere, la sua è una storia generale della precarietà, nel cui quadro le donne, rappresentate con empatia, figurano come protagoniste delle forme di lavoro più pesanti. Altri riferimenti dell’autrice sono gli studi sulla terza Italia e alcune riflessioni più recenti: dalla visione ampia del lavoro della Global Labour History, proposta negli anni Novanta dagli storici di Amsterdam, alla lezione degli studi postcoloniali, che hanno sottolineato l’eccezionalità della storia dell’Occidente, caratterizzata nei Trenta gloriosi da culture politiche democratiche, dal potere dei sindacati, dal peso dei partiti di sinistra, dalla normalizzazione del lavoro stabile.

Betti valorizza nei due libri, che in questo senso rappresentano un progetto unitario, il contributo produttivo delle lavoratrici precarie o senza contratto. A cavallo fra queste due condizioni emerge il lavoro a domicilio, declinazione estrema della precarietà. Si distacca dunque dal retaggio operaista e marxista che identificava la produttività del lavoro con un’alta produttività quantitativa e preannunciava per le attività a domicilio un destino di riassorbimento nella fabbrica.

Nel primo libro, Precari e precarie, l’attenzione si concentra sulla storia dei contratti di lavoro. Altre ricerche hanno chiarito che il contratto a tempo determinato, normato come modalità esclusiva nei codici civili borghesi, post-napoleonici, aveva lo scopo originario, in teoria progressivo, di liberare il lavoro dalle servitù corporative. Il contratto a tempo indeterminato iniziò la sua storia con le aperture ai diritti del lavoro successive alla prima guerra mondiale, ma solo per gli impiegati, e come tale fu confermato dal fascismo.

Betti ci racconta la sua successiva evoluzione. Durante il miracolo economico l’identificazione del contratto a tempo indeterminato con la forma contrattuale standard si affermò per piccoli passi, raggiungendo solo nel 1962 un’estensione quasi universale. L’autrice fa notare che, anche nel momento più alto della tutela della stabilità e della dignità del lavoro, raggiunto con lo Statuto dei lavoratori del 1970, la disapplicazione della legge e le eccezioni giuridiche ne limitarono la concreta influenza.

Dagli anni Ottanta il mito liberale del lavoro flessibile e del lavoratore imprenditore di se stesso, in fin dei conti di matrice ottocentesca, ha rinnovato la sua legittimità ideologica, preludio del rovesciamento del paradigma giuridico della prima modernità, trainato dalla globalizzazione, dalla restaurazione liberista, dalla caduta del muro di Berlino.

Nei settori a più alta intensità di lavoro, dall’agricoltura al lavoro intellettuale, dall’accoglienza turistica alle pulizie e al portierato, dalle spedizioni al montaggio a domicilio, i lavori a termine, in appalto e in somministrazione sono ormai fattispecie contrattuali correnti, sovraesposte al rischio di un mancato rinnovamento, come ci mostra l’emergenza della pandemia. Per non dire dell’estensione dei lavori senza contratto. Contrariamente a un’opinione diffusa, aggiungerei che non sono state solo le grandi imprese a promuovere queste forme contrattuali, che hanno raggiunto proporzioni importanti nel pubblico impiego.

Nel secondo libro, Le ombre del fordismo, l’autrice getta un fascio di luce su altre forme di lavoro che hanno vissuto all’ombra del fordismo, e in particolare al lavoro a domicilio. Betti non lo fa pensando che piccolo, precario e casalingo sia bello, ma mostrando che la sua funzione di compressione del costo del lavoro è una dimensione ineludibile dello sviluppo italiano.  

Come il primo, il secondo libro di Eloisa Betti pone importanti paletti cronologici, mostrando i cicli di espansione del lavoro a domicilio che oscillano intorno a un filo di continuità temporale. Le ondate espansive sono collocate già all’inizio del boom economico, nel 1959, dopo la crisi del 1963, e nell’onda di crescita della terza Italia fra gli anni Settanta e Ottanta. 

L’autrice traccia nei due libri, con chiarezza e precisione, una storia delle tensioni sulla regolamentazione della precarietà, basata su inchieste istituzionali, documenti politici (soprattutto del PCI) fonti sindacali; la sua ricerca valorizza, in particolare, i ricchi archivi e la rivista dell’Unione Donne Italiane. È un punto di vista più macro di quello delle ricerche precedenti, significativo per il superamento dei luoghi comuni sullo scarso peso delle leggi.

Emerge infatti il ruolo dirimente di una generazione di dirigenti di sinistra abile e attiva; si pensi al disegno di legge sul lavoro a domicilio proposto da Teresa Noce e Giuseppe Di Vittorio nel 1950, approvato solo nel marzo 1958, che vietava l’intermediazione, stabiliva le regole retributive e accomunava i lavoranti agli altri lavoratori in termini di festività, gratifiche, indennità di licenziamento, introducendo norme a tutela della maternità. Ecco il commento sulla legge del giurista del lavoro Umberto Romagnoli, scritto nel 1995:

Può ritenersi che il lavoro femminile sia entrato nella storia giuridica non tanto con la legge che tutela le lavoratrici in occasione del parto, come si ripete tralaticiamente [così nel testo N.d.A] nei manuali scolastici, quanto piuttosto con la legge del 1958 sul lavoro a domicilio, anche se la compagna di Cipputi non vi è nemmeno menzionata.

Una riflessione emerge, in conclusione, dalla lettura dei due libri. Pur facendo parte del mondo occidentale, l’impresa italiana ha costruito una base industriale fordista limitata, e l’ha presto ridimensionata. Essa si è dunque sostenuta con pratiche di contrazione dei costi nei settori ad alta intensità del lavoro. Possiamo vedere l’Italia come un paese del primo mondo il cui sviluppo si è tuttavia appoggiato su una periferia interna, con le sue relazioni sociali arretrate. In questo quadro la persistenza di forti asimmetrie di genere è stata particolarmente funzionale a un pesante sfruttamento.

Eloisa Betti, Precari e precarie: una storia dell’Italia repubblicana, Roma, Carocci, 2019; Le ombre del fordismo, Bononia UP, 2020