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Affetti solitari - Fausta Garavini

Una prosa elegante, dove abbondano termini desueti e l'attenzione per paesaggi, quadri e città d’arte. Al centro, vite di donne che decidono di stare da sole, uomini inquieti o perdenti, mondi interiori, e oggetti che arrivano da lontano e parlano la lingua dell'infanzia

Grande traduttrice di Montaigne, autore al quale ha dedicato molti studi; autrice di saggi su Moliére e sul libertinismo, Fausta Garavini da anni accompagna la propria attività di studiosa di letteratura francese e occitanica con la scrittura di romanzi: Gli occhi dei pavoni (1979), Diletta Costanza (1996), In nome dell’Imperatore (2008) fino al recente Vite di Monsù Desiderio (2014), finalista al Campiello, elegante ricostruzione di paesaggi cinque-secenteschi tra una Roma brulicante di botteghe d’arte e una Napoli malinconicamente irresistibile, nonché esercizio di vera e propria ‘pittura descritta’. 

Qualche anno fa, Garavini ha pubblicato Storie di donne (Bompiani, 2012): 15 racconti che ruotano intorno al tema della solitudine. Narrate in una prosa elegante, dove abbondano termini desueti e l'attenzione per paesaggi, quadri e città d’arte, sono soprattutto - ma non soltanto - vite di donne che decidono di stare da sole. Giunte ad età matura, non si pentono della scelta fatta, anche se raramente sono felici. Qualcuna ha avuto un’esistenza moderatamente agiata, un fidanzato, convivenze, anche il matrimonio divenuto un ingombro da cui ha preferito prendere le distanze. Un’altra è andata avanti pensando di avere tempo per prendere una decisione su cosa fare della propria vita; poi si è accorta che il tempo non bastava più, ma ormai era troppo tardi per cambiare. Pur percorrendo strade malinconiche e appartate, in fondo se la cavano discretamente; meglio dei loro amici e compagni.    

L’uomo protagonista di Double-face condivide molte inquietudini con le donne narrate negli altri racconti; la sua vita sembra emblematica di una diffusa condizione maschile fatta di insicurezze, disperazione, incapacità di orientarsi (“non sapevo leggere il mondo che mi circondava”). Chi legge queste Storie di donne ha l’impressione che siano gli uomini i principali perdenti a mano a mano che gli anni scivolano via e sfuma inesorabilmente la possibilità di capire cosa fare della propria esistenza (“mi sfugge il segreto della vita”). 

Le donne descritte sono figure familiari del presente: insegnanti, bibliotecarie, redattrici, professoresse; c’è anche un breve cammeo su una giovane sposa del secolo XVI. Scelgono l’autonomia non per convinzioni ideologica - il femminismo è descritto con ironico distacco, pur essendo ampiamente condivisi modelli e comportamenti suggeriti – ma per inseguire pulsioni e desideri non ancora bene individuati. Alcuni oggetti verso cui si prova intensa attrazione riescono a rispecchiare il mondo interiore composto di sogni e fantasie che spesso portano a compiere gesti impetuosi; sono ciò che alla fine garantisce un forte rapporto con la realtà. Specchiere a cui rivolgersi per conversare, cavalletti se si desidera dipingere, l’incredulo stupore che accompagna il ritrovamento casuale di un manoscritto raro, sedie e tavoli di un self-service prediletto, il computer estraniante e sempre acceso nelle notti insonni. Nelle pagine che descrivono una vecchia signora in perfetta salute a 96 anni che aspetta di morire (“Per ingannare l’attesa”), la morte si manifesta attraverso la scomparsa di tutti gli oggetti intorno, al punto che “le cresceva intorno l’assenza”. 

Emblematico in tal senso il bel racconto su “La consolle”, l’antico mobile a cui la protagonista parla. Fin da bambina le piaceva ragionare con il proprio doppio riflesso, di cui vengono ricostruite le vicende dei cambiamenti di proprietà, i sacrifici per riacquistare la specchiera, collocarla nel posto d’onore di una casa adattata al fine di poter “considerarla con amicizia”. Il prezioso arredo, compagno di vita e consolazione alla solitudine, racchiude una biografia intera: “Questi oggetti che ci vengono da lontano, dalla nostra infanzia e da altre infanzie che abbiamo interiorizzato, hanno voci che parlano di un passato che ci appartiene e parlano a noi soltanto, nella nostra lingua madre”.