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Dialogare e partecipare - Esther Shalev-Gerz

La relazione costante con tutti coloro che prendono parte al processo creativo. Gli oggetti della memoria e del lavoro. La ricerca che si oppone all'idea di una realtà permanente e statica

Artista e scultrice nata in Lituania, Esther Shalev-Gerz è cresciuta e ha studiato in Israele negli anni ’60 e ’70. Dopo alcuni periodi di lavoro a Berlino e Stoccolma, da tempo si è stabilita a Parigi. La sua intensa attività artistica è caratterizzata dalla ricerca di una pratica comunitaria con coloro cui è destinato il proprio lavoro. Shalev è impegnata in un dialogo permanente con visitatori di musei, passanti, residenti delle case, dei quartieri, operai dei luoghi e degli spazi aperti dove le sue opere saranno sistemate. Le opinioni, esperienze e ricordi scaturiti durante questi scambi costituiscono un elemento chiave del prodotto finale, nel quale sono registrate la firma, la voce o la foto di coloro che hanno preso parte al processo creativo. 

Uno dei suoi primi lavori, del 1986, concepito insieme a Joachen Gerz, è un Monumento contro il fascismo, commissionato dal municipio della città di Hamburg. Diventata in poco tempo uno straordinario esempio di ‘contro-monumento’ che riguarda il presente anziché rivolgersi al passato. L’opera consiste(va) di una colonna di piombo posta in una piazza lentamente affondata nel terreno, con accanto un pannello e uno stilo di acciaio per scrivere. Un testo in sette lingue diverse (inglese, francese, tedesco, russo, turco, arabo ed ebraico) invitava i passanti a incidere il proprio nome: “allo scopo di impegnare noi stessi a rimanere vigili. A mano a mano che le firme si aggiungeranno su questa barra di piombo alta 12 metri, essa affonderà lentamente nel terreno. Un giorno scomparirà del tutto e il luogo di questo monumento contro il fascismo sarà vuoto. Alla lunga, soltanto noi stessi possiamo opporci all’ingiustizia”. Tra il 1986 e il 1993 la colonna, del peso di 7 tonnellate, con le sue 70.000 firme, è sprofondata otto volte e tutto quel che attualmente ne resta è una placca di piombo sul terreno insieme ad alcune foto. 

Nell’ultimo decennio si è concentrata sugli oggetti della memoria e del lavoroThe Human Aspect of Objects (2004-06), una istallazione collocata nel Memoriale del campo di concentramento di Buchenwald, è nata a partire da alcuni oggetti appartenuti ai deportati e rinvenuti sul luogo: pettini, bracciali, scatole, anelli. Comprende cinque interviste video prive del sonoro nelle quali gli impiegati del Memoriale (uno storico, un archeologo, un fotografo, un restauratore, il direttore) presentano un oggetto e descrivono il proprio rapporto con esso. Mentre parlano, le storie vengono dette, immaginate e inventate; intanto, lo spettatore ascolta attraverso gli auricolari, e si crea una immediata intimità tra chi parla e chi ascolta. 25 grandi fotografie ricavate dai video mostrano un oggetto tra le mani di una persona; una lunga panca rossa sottostante invita a sedersi, mentre un filtro colorato sui vetri altera la percezione della luce esterna e provoca un senso di disorientamento quando si esce. Anche qui, come in tutto il resto della sua produzione, Shalev si oppone all’idea di una realtà permanente e statica. 

Describing Labor, la mostra inaugurata nel dicembre 2012 presso la Florida International University Wolfsonian, a Miami Beach, raccoglie una serie di martelli e guanti di vetro disegnati dall’artista, ispirati agli oggetti depositati nel museo Wolfsonian dal 1885 al 1945. Distribuiti sulle pareti nello spazio dell’esposizione, accanto ai martelli, si allineano dipinti, manifesti, foto e sculture di quel periodo rappresentanti operai al lavoro, con il contributo di artisti e critici di Miami che commentano le immagini. La mostra documenta la storia del lavoro di un’epoca – quella tra i due conflitti mondiali – in cui la fabbrica, la miniera, la fornace, erano al centro del prorompente capitalismo a ovest e della vittoriosa rivoluzione a est. I gesti e gli oggetti appartenenti a quel periodo si offrono alla vista e all’udito degli spettatori in stridente contrasto con il mondo attuale dominato da un potere finanziario nascosto, invisibile, virtuale. “Quando ho cominciato a esaminare la raccolta del Wolfsonian – ha raccontato Shalev in una intervista - sono stata colpita dalle immagini degli operai, e dal fatto che questa gente non viene più rappresentata. Oggi siamo circondati da immagini, ma gli artisti non rappresentano più coloro che costruiscono le cose intorno a noi. Perché continuiamo a vivere in un mondo che non ha un volto?”.