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Lettere a inGenere. Domande sui vaccini

Foto: Unsplash/ Marjan Blan

In questo percorso a tentoni verso la copertura vaccinale abbiamo assistito a molteplici tentativi di gestione dei processi decisionali sulla base dei dati relativi all’incidenza degli effetti collaterali. Questo criterio, oggettivo e razionale, ha portato all’esclusione dalla somministrazione di fasce omogenee per età.

Alla luce dei dati sugli effetti negativi dei vaccini Astra Zeneca e Johnson&Johnson che stanno imprimendo una preoccupante battuta d’arresto sulle campagne vaccinali dei paesi che se le possono permettere, tuttavia, l’applicazione di questo criterio sembrerebbe essersi “inspiegabilmente” inceppata. Mi riferisco, in particolare, alla valutazione dei dati disaggregati per genere e al loro utilizzo a fini decisionali.

Le percentuali di trombosi sulle giovani donne sembrerebbero infatti surclassare quelle che colpiscono gli uomini. Eppure, eccezione fatta per la Francia che in un primo momento aveva escluso questo segmento della popolazione dalle vaccinazioni con Astra Zeneca, una decisione o per lo meno un dibattito in merito all’opportunità di operare delle scelte in tal senso non sembrerebbero essere stati avviati in Italia.

Tantomeno si è ritenuto necessario giustificare il motivo della mancata presa in considerazione di un approccio di genere, in presenza di evidenze così eclatanti. Perché, a seguito dell’emersione di dati che rivelano controindicazioni particolarmente critiche per una determinata parte della popolazione accomunata da caratteristiche anagrafiche, si può decidere di accordarle una tutela particolare, mentre lo stesso discorso non può valere quando il gruppo a rischio è caratterizzato dal genere?

E perché non ci sente in dovere di chiederlo e di spiegarlo? Questo interrogativo mi sembra particolarmente pressante se si tiene conto del fatto che il gruppo di cui stiamo parlando ha pagato e sta pagando un prezzo straordinariamente più elevato rispetto al resto della popolazione in termini di: aumento del lavoro di cura, ridotte capacità economiche e prospettive future; incremento delle violenze subite e riduzione delle risorse stanziate per la prevenzione, la gestione e la mitigazione di questi impatti.

Si parla tanto di gender data gap, ma che succede quando i dati ci sono e restano lì, nell’indifferenza generale?    

Maria Belmusto