Questa lettera prende parte alla campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste per denunciare la violenza di genere e nominarla.

Lettere a inGenere. Nominare le cose

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nominare cose

Avevo quattordici anni quando iniziò. Era l’estate fra la terza media e il primo anno di liceo. 

Lui aveva gli occhi azzurri e poco da dire, io credevo che dietro ai suoi silenzi si celasse chissà quale mistero. E così m’innamorai.

Avevo compiuto ventitré anni da circa cinque mesi quando riuscii a liberarmi e riprendermi la vita, e non era scontato che ci riuscissi. I fili in cui ero invischiata erano sottilissimi; invisibili, ma ben saldi. Ho tentato in numerose occasioni di allontanarmi da lui. Alla fine ritornavo, o meglio, lui tornava a prendermi in qualche modo, e io mi arrendevo sempre.

Mi ero fatta carico della sua interiorità. Come ha scritto bene Giulia Caminito sulla Stampa qualche giorno fa in merito ai rapporti di potere che si generano all’interno delle coppie, io ero nella categoria della donna-specchio, riflesso di emozioni indicibili sommerse e taciute, e in quella della donna-testimone, spettatrice di fallimenti inaccettabili e nascosti, continue scuse e giustificazioni per rimandare un’irrimandabile assunzione di responsabilità. 

Non potevo riprendere la mia individualità e smettere di svolgere quella funzione. Ero funzione. Quando provavo a tornare persona scatenavo la sua violenza, prima psicologica giocata a colpi di ricatti e insulti, poi alla fine, anche fisica.  

Per molto tempo sono stata cieca. Ho creduto fosse amore (quante volte lo abbiamo sentito dire?): la presenza assidua nel pub scozzese in cui lavoravo; in platea per tutte le repliche degli spettacoli che facevo in teatro; davanti al cancello di scuola durante la ricreazione di metà mattina; all’improvviso a passo veloce, avanti e indietro, davanti alla vetrata di una sala da tè che dava sulla piazza, durante un colloquio di lavoro in zona Prati a Roma. 

Ricordo che se inavvertitamente mi si scopriva la schiena, perduta in un suo abbraccio, lui, svelto, mi abbassava il maglione, mi copriva. Quest’attenzione mi confondeva; in fondo si prendeva cura di me, mi voleva bene, quando mi seguiva per proteggermi dagli altri uomini e quando mi riparava dai malanni e dal freddo abbassando quel maglione.

Quando ero un’adolescente le regole vigevano ferree a casa mia: il pomeriggio dovevo rientrare prima che facesse notte (nella stagione invernale significava alle 17 al massimo) e quindi prima di tutti. Non mi era permesso di cenare o dormire fuori casa, dovevo fare attenzione alla lunghezza della gonna, non ho avuto il motorino (a differenza di mio fratello). 

Ho ricevuto, in compenso, molte domande: Cosa esci a fare? Dove vai? Ma che ci vai a fare?, che comportavano dover trovare un motivo (o meglio, una giustificazione) per quella voglia insana di stare fuori, di fare esperienza, di vivere. 

Il peso più opprimente era il non-detto, il giudizio sotteso che intuivo nello sguardo di mio padre e il suo silenzio punitivo se non aderivo a una sua aspettativa. La lezione completa che ho acquisito nei miei anni di formazione: la donna accoglie e comprende, ascolta, parla poco, è calma e ricettiva, non ha grilli per la testa, studia, è brava a scuola, non si espone, non si mostra. Sono cresciuta in una famiglia patriarcale. In una società  patriarcale. Ecco qui l’origine della mia cecità. 

Non ricordo quando è stato che ho aperto gli occhi, che ho visto per la prima volta; ma so che quello che ho visto non aveva ancora nome. Non c’erano le parole per dirlo. 

Si discute spesso sulla necessità – e sull’urgenza o inutilità e gratuità – dell’uso dei femminili professionali. Anche se molti sono forme previste dal nostro sistema morfologico, c’è chi afferma che il ricorso a tali espressioni linguistiche denoti un ingiustificato accanimento, e che sono i fatti a essere veicolo di trasformazione, non le parole. 

Come se le due cose fossero in contrasto, in antitesi, si escludessero a vicenda e non potessero viaggiare in parallelo. In una puntata del podcast Amare parole, la sociolinguistica Vera Gheno racconta delle obiezioni che ha rilevato intorno all’uso e alla diffusione di questi termini: "insopportabile cacofonia", "assonanze che sfiorano il ridicolo" – architetta fa rima con tetta, dimenticandoci di altre assonanze decisamente meglio tollerate come culatello, rinculo, bocchino per sigaretta, cappella Sistina, solo per dirne alcune –, oppure "il pericolo di incappare nella polisemia" – grafica può significare anche la grafica di una pagina web. 

Come se lo stesso non valesse per la figura professionale del grafico – che può essere inteso anche come schema, in effetti. Pare quindi che vi sia una sensibilità particolare verso certi aspetti della lingua che riguardano i femminili professionali; una sensibilità e un’insofferenza che non percepiamo verso altri lemmi della nostra lingua. 

Nonostante tutte le resistenze, Gheno incoraggia l’uso dei femminili professionali proprio per sottrarli allo svilimento delle associazioni errate, in quanto veicolo e sentinella di un cambiamento sociale in atto. Le parole possono creare un circolo virtuoso. Dare il nome alle cose, ai fatti, ai luoghi significa ri-conoscerli, acquisirli, farsene carico; nominare è un atto generativo e un gesto di responsabilità collettiva.

Quando ho vissuto la persecuzione da cui sono partita in questo scritto, ormai circa venti anni fa, non c’erano le parole per definire quei fatti. Non quelle giuste. Non era possibile nominare quegli eventi. Non si parlava ancora di stalking, violenza di genere sistematica, femminicidio. C’era un alone opaco intorno alla questione.

Si diceva di uomini gelosi, troppo innamorati; brav’uomini, in fondo, che perdevano le staffe dopo un goccetto di troppo o per la lingua troppo lunga di certe donne, che con le parole ti mandano al manicomio. Si parlava di gelosia, se finiva in tragedia di raptus. Le parole che c’erano erano quelle sbagliate.

Nel saggio Sulla lingua generale e sulla lingua dell’uomo, Walter Benjamin si sofferma a lungo sulla facoltà di nominare, che consente di dare volto e contenuto alle cose. Nominare illumina il nostro vissuto e ci salva. A volte ci permette anche di perdonarci (finalmente), e di andare avanti. 

Francesca Palmas, ricercatrice e docente di lettere a Roma