Rubricain poche parole

Susan Sontag. Odio sentirmi una vittima

Traduzione italiana di una lunga intervista rilasciata allo scrittore Jonathan Cott nel 1978 e pubblicata sulla rivista Rolling Stone. È un’ottima introduzione non solo alla scrittura critica di Sontag, scintillante per intelligenza e creatività, ma alla cultura statunitense degli anni ’50 e ’60. Stimolata dalle acute domande di Cott, Sontag ripercorre alcuni momenti importanti della propria vita, a cominciare dalla diagnosi di un cancro. Scrive allora Malattia come metafora, libro che poneva in primo piano l’insieme di immagini, modi di dire, miti, obiettivi scientifici, ideologie mediche, che compongono l’insieme di narrazioni intorno al cancro. Sontag è la prima a mettere in discussione l’insieme di luoghi comuni e credenze intorno alla malattia. Così come nell’ottocento erano state la tubercolosi e la sifilide, e poi la leucemia, a rappresentare il male del secolo, il primato ora spetta al cancro.

A cominciare da un discorso sulle immagini. Sontag discute con il suo intervistatore il significato della stampa che ha scelto per la copertina del suo libro: Ercole e l’Idra

Il libro di Sontag doveva rimanere per oltre un decennio un unicum nella discussione sul cancro. Una svolta si verifica dagli anni ’80 in poi, in cui si avverte una proliferazione di discorsi e analisi, in particolare quelli sul tumore al seno. Spiccano i Cancer diaries di Audre Lorde (1980), gli scritti di Eve Kosofsky Sedgwick negli anni ’90, e altri più recenti.

L’intervista è ricca di riflessioni sulla sessualità, la fotografia, la morte, che si alternano a commenti sulla vita in California o a New York. Domina su tutto il libro la visione della responsabilità critica dell’intellettuale, tipica di quei decenni battaglieri. Così conclude questa formidabile pensatrice:

Ho detto che compito dello scrittore è prestare attenzione al mondo, ma penso che compito dello scrittore, così come lo concepisco per me stessa, sia anche assumere una posizione antagonistica e combattiva rispetto a ogni sorta di falsità…. […] Ma la cosa più terribile per me sarebbe accorgermi che sono ancora d’accordo con quello che ho già scritto e detto – è la cosa che mi renderebbe più infelice, perché vorrebbe dire che ho smesso di pensare. (p.151)

Susan Sontag, Odio sentirmi una vittima, Il Saggiatore, 2016