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Un alfabeto di fili - Maria Lai

Maria Lai e la sua poetica tutta tesa a cucire, collegare, unire gli esseri umani al mondo materiale delle cose e alla natura

Scomparsa a 93 anni nel 2013, Maria Lai – vissuta sempre lontana dal circuito mondano, commerciale e mediatico che caratterizza tanta parte della produzione artistica contemporanea – viene riconosciuta come una grande protagonista della cultura italiana degli ultimi decenni. 

Figlia di un veterinario, di salute cagionevole da bambina viene affidata agli zii e trascorre gli anni dell’infanzia nella pianura di Gairo, nell’Ogliastra. Studia dapprima a Cagliari, con il maestro Salvatore Cambosu che asseconda la sue inclinazioni artistiche; nel 1939 frequenta il liceo artistico di Roma dove incontra Marino Mazzacurati e successivamente si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia sotto la guida dello scultore Arturo Martini. Nel 1957, inaugura a Roma una prima mostra personale di disegni a matita; fa amicizia con lo scrittore cagliaritano Giuseppe Dessì e approfondisce l’interesse per miti e leggende della tradizione sarda. Dopo un prolungato periodo di inattività, alla fine degli anni ’60 inizia a produrre opere relative alla memoria ancestrale dell’isola natia e nel 1971 espone i primi Telai. Pochi anni più tardi conosce Angela Migliavacca, a capo della galleria Arte Duchamp di Cagliari, per decenni amica e curatrice delle mostre di Lai.   

Ha lasciato un’opera assai ricca, distesa tra le grandi tele e i libri cuciti, i pani di terracotta, disegni e sculture, istallazioni all’aperto, collages, piccoli oggetti di sughero, legni, fiabe sarde rivisitate, giochi per bambini. La sua poetica, tutta tesa a cucire, collegare, unire gli esseri umani al mondo materiale delle cose e alla natura, culmina nella grandiosa performance collettiva del 1981 Legarsi alla montagna, preparata nella nativa Ulàssai (Ogliastra): 26 chilometri di nastro azzurro che annoda ogni abitante al proprio vicino e congiunto, alla casa, alla montagna e alle rocce. A chi le aveva chiesto un monumento ai caduti, Lai ha risposto con la proposta di un lavoro per i vivi, attività che deve legare luoghi e persone tra di loro. Come ha raccontato: “il paese, da sempre minacciato da frane, violentato dal vento e anche dai rancori, poteva essere metafora del mondo” … E aggiungeva: “Credo che l’arte sia generata dalla paura, dalla coscienza di un abisso. È un segno del nostro tempo. Ma credo che in ogni tempo l’artista abbia sentito il bisogno di costruire un ponte attraverso il vuoto, per non caderci dentro”. 

Sempre al centro della sua opera, i fili tra cose e persone finiscono per coincidere con i segni grafici tracciati sui muri, ricamati su  libri e lenzuola, incisi e disegnati nel museo a cielo aperto di Ulassai, nella Casa delle Inquietudini e nel Gioco del volo dell’oca, del Museo dell’Olio di Castelnuovo di Farfa. Sono come un alfabeto immaginario, fatto di parole ancora da inventare, che conserva le tracce di memorie infantili sempre presenti.  

La bellissima foto di Lai sulla copertina del volume e audio-cassetta postumo dedicato al rapporto/dialogo con Gramsci – Maremuro, 2014 - la ritrae con le mani in primo piano, assorta a esaminare un lungo filo annodato a un capo che allaccia le dita e i polsi di una mano con l’altra. L’espressione è concentrata sul gioco tra dita, mani e fili; questi ultimi si tendono in direzione diagonale, verticale e orizzontale creando un intreccio senza inizio né fine. L’essenzialità del gesto solo in apparenza semplice di congiungere mani e fili, è una rappresentazione della forza e insieme della fragilità dei vincoli esistenti tra umanità, paesaggio e ambiente, vita e materia; le labbra accennano un sorriso, mentre osserva le dita legate ai fili come una burattinaia esperta. “L’arte sembra una frivolezza; – aveva detto - non dà certezze ma indica una direzione di salvezza.”