Dalla Fed allo spread
Di Annamaria Simonazzi - Il passaggio di consegne alla Federal Reserve avviene in un momento assai delicato per la scena finanziaria internazionale. Il prudentissimo inizio, lungamente annunciato, del “tapering” (cioè graduale riduzione dell’espansione della liquidità), per un ammontare assai contenuto, è stato sufficiente a scatenare una bufera finanziaria nei paesi emergenti: massicce svendite di titoli e corrispondenti uscite di capitali hanno portato a svalutazioni violente e repentine dei tassi di cambio. Le grandi iniezioni di liquidità portate avanti per diversi anni dal presidente uscente della Fed, Ben Bernanke, (note con il termine di “quantitative easing” 1, 2, 3 a denotare le diverse fasi di espansione monetaria) avevano creato una enorme liquidità, che si era riversata sui mercati dei paesi emergenti, alla ricerca di rendimenti più elevati, senza discriminare tanto sul grado di solvibilità dei debitori. Il semplice annuncio dell’inversione di politica ha determinato una precipitosa, e altrettanto indiscriminata, fuga dai paesi emergenti. Quello che sta succedendo non è diverso da quanto avvenuto nel passato sui mercati valutari. La storia mostra infatti come lunghe fasi di disinflazione nei paesi centrali (in Inghilterra fra il 1873 e il 1896 e negli Stati Uniti fra il 1980 e il 2000), attuate attraverso un inasprimento della politica monetaria in una situazione ben lungi dalla piena occupazione, furono accompagnate da un aumento della frequenza e dell’intensità di crisi finanziarie nei paesi della periferia[1]. Tutto funziona dunque come ai vecchi tempi, nonostante i paesi emergenti si fossero preoccupati di accumulare riserve e di diversificare le fonti di finanziamento. L’inizio della restrizione nel paese centrale ha fatto crollare i mercati finanziari nei paesi periferici, costringendo una banca centrale dopo l’altra - India, Turchia, Sud Africa … - ad alzare i tassi di interesse nel (vano) tentativo di arginare la fuga di capitali e la caduta dei tassi di cambio. Yellen si trova dunque a dover fronteggiare una scelta difficile: prestare attenzione alle conseguenze della politica americana sui mercati emergenti e sospendere la politica restrittiva, ma rischiare così di perdere “credibilità”, o continuare nella politica di “tapering”. Quale decisione verrà presa ci interessa assai da vicino, perché avrà ripercussioni importanti anche per l’Europa, per due vie. La prima, più diretta, deriva dall’integrazione dei mercati finanziari: l’abbondante liquidità creata dalla Fed aveva beneficiato anche i paesi europei, che ora traggono vantaggi anche dai capitali in fuga dai paesi emergenti che si sono in parte indirizzati verso i mercati dei paesi europei, portando a una caduta dello spread dei paesi periferici dell’Europa e all’apprezzamento dell’euro. Ma se la politica di restrizione monetaria della Fed continua, non è escluso che si inneschi, anche per i paesi europei, lo stesso processo di selezione dei debitori che potrebbe portare al rarefarsi dell’afflusso di capitali ai paesi della periferia. Lo spread allora potrebbe riallargarsi, e potrebbero dunque riacutizzarsi i problemi di finanziamento del debito, solo in parte compensati da un possibile indebolimento dell’euro. Continua a leggere su Pagina99
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[1] Andrea Ginzburg e Annamaria Simonazzi “Disinflation in Industrial countries, Foreign Debt Cycles and the Costs of Stability”, Centro di Ricerche e Documentazione “Piero Sraffa”, Quaderno di Ricerca no. 4, Università degli Studi Roma Tre, Roma, 2004, ripubblicato in R. Ciccone, C. Gehrke, and G. Mongiovi (eds.), Sraffa and modern economics, Routledge, London 2011