In Italia le adozioni sono diminuite anche perché non viene ancora riconosciuta la nuova forma delle famiglie, in nome di quella tradizionale basata sul matrimonio. Un'occasione mancata, che nega a tante persone il diritto alla genitorialità, in un paese dove si fanno sempre meno figli

Adozioni per
nuove famiglie

di Carla Forcolin

Attualmente, l’Italia condivide con Malta e la Spagna il primato di paese europeo con meno nascite. Contemporaneamente, è calato anche il numero bambini e bambine adottate tramite adozione nazionale ordinaria: nel 2001 erano 1.290, mentre vent’anni dopo, nel 2021, 866, con un andamento di riduzione numerica progressiva e lenta, ma inesorabile. Dal 2015 il numero è sceso sotto le mille unità. Sono rimaste invece stabili, negli ultimi vent’anni, le cosiddette adozioni in casi particolari (art. 44 L-184/83), che prevedono la possibilità di adottare una bambina o un bambino anche al di fuori del matrimonio, e che oscillano attorno alle 650 unità.

Il problema non sono le poche disponibilità all’adozione, anche se queste ultime sono comunque fortemente calate. Per ogni bambino o bambina adottata, ci sono infatti ancora circa dieci dichiarazioni di disponibilità da parte di coppie. Tuttavia, bambine e bambini bisognosi di adozione e persone adulte disponibili a formare una famiglia non riescono a incontrarsi: tra loro c’è il sistema dei servizi sociali e dei tribunali, che non funziona come dovrebbe. 

La banca dati delle e dei minori adottabili e delle persone adulte disponibili fu creata solo dopo una sentenza del Tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio nel 2013, a distanza di dodici anni da quando la legge 149/01 ne aveva deciso la costruzione. La sua gestione è attribuita al capo dipartimento della Giustizia minorile, che riceve i dati dai tribunali, ma non è consultabile se non dai tribunali stessi, e non è noto quale sia il numero di bambini, bambine e adolescenti adottabili in Italia.

Un tempo si sarebbe detto che non erano adottabili molte e molti minorenni che avevano qualche rapporto con la famiglia d’origine, che però non aveva la capacità di crescerli. Dichiarati non adottabili a causa di quel rapporto, molti bambini e bambine erano costretti, di fatto, a crescere senza famiglia. 

Nel 2023 c’è stata però un’importante sentenza della Corte Costituzionale – la n. 183 –, in base alla quale un bambino o una bambina può mantenere un rapporto affettivo con qualche membro della famiglia d’origine e divenire figlio o figlia di un’altra famiglia, che può prendersene cura. Un rapporto affettivo non impedisce il rapporto giuridico. Di conseguenza, il bambino o la bambina dovrebbe poter essere adottabile.

Scopo della sentenza è liberare dalla famiglia d'origine, non vincolare il o la minore a quest'ultima. Come ha dichiarato in merito l'ex giudice e giurista Luigi Fadiga: "la Corte ha perciò affermato che non è precluso al giudice verificare in concreto se risulti nel preminente interesse del minore mantenere significative, positive e consolidate relazioni socio-affettive con componenti della famiglia d'origine che non possono sopperire allo stato di abbandono del minore stesso".[1]

Le sentenze non sono leggi e probabilmente ci vorrà molto tempo perché bambini e bambine, che hanno diritto ad avere una famiglia, possano essere adottati, pur avendo qualche rapporto con i familiari entro il quarto grado. Ma volendo, non è impossibile. Sembra che sia proprio la volontà a mancare.

La sentenza n. 183/23 va a intaccare il dogma per cui la famiglia, per i bambini e le bambine, dev’essere una sola: quella d’origine, se possibile, o quella adottiva. Si tratta di una sentenza rivoluzionaria, che estende ai bambini e alle bambine lo stesso diritto che le persone adulte hanno già da molto tempo: quello di avere più di una famiglia. 

Una madre divorziata con un figlio nel primo matrimonio può avere un secondo figlio da una nuova unione. Le famiglie ricostruite sono tante, e le figlie e i figli per legge sono tutti uguali, che siano nati dentro o fuori dal matrimonio. Per mettere fine alla ingiusta distinzione tra figlie e figli nati nel matrimonio (legittimi) e fuori (illegittimi) è infatti stata votata nel 2012 la legge n. 219, che, di fatto, è nata proprio dal riconoscimento dell’esistenza di diverse forme di famiglia, quelle non basate sul matrimonio.

Come ha sottolineato Paola Villa in un recente articolo su inGenere, “è utile ricordare che, secondo i più recenti dati Istat, l’insieme di coppie non coniugate, famiglie ricostituite, persone single non vedove e mono-genitori non vedovi rappresentano circa il 40% del totale dei nuclei, mentre agli inizi del millennio queste famiglie erano circa il 22%”.

In questo quadro, è estremamente contraddittorio che il requisito fondamentale per poter adottare una bambina o bambino con adozione ordinaria o legittimante (aggettivo che ormai non ha più senso alla luce della legge n. 219/2012) sia ancora il matrimonio.

E infatti, mentre le adozioni ordinarie sono in calo, quelle nei casi particolari sono stabili nel tempo. La tematica è complessa, e i casi previsti dall’art. 44 sono quattro. Fra questi, è anche prevista l'adozione da parte di persone sole, sia in caso di disabilità della o del minore, che della necessità di mantenere rapporti affettivi divenuti importantissimi per la crescita serena del bambino, della bambina o dell'adolescente. 

Ci sono poi quei casi in cui un affidamento si conclude con una dichiarazione di adottabilità, ma la persona affidataria è single. In questo caso l'adozione è consentita, per rispettare i sentimenti della o del minorenne, alla luce di una convivenza di lunga data con la persona affidataria (L. 173/2015).

Questo allargamento della possibilità di adottare, in casi particolari, alle persone non sposate ha messo la parola fine a tutte quelle separazioni traumatiche tra bambini, bambine e adulti che si volevano bene e vivevano insieme da tempo. Pur essendo stato un passo importante, di certo non ha però favorito l’allargamento sistematico delle adozioni.

Finché le bambine e i bambini non vengono dichiarati adottabili e messi nel circuito dell’adozione, non possono essere adottati, a prescindere dai requisiti degli aspiranti genitori. Questo vale sia per le adozioni nazionali, dove ci sono più di 30.000 minorenni fuori dalla famiglia (tra cui poco meno della metà in affidamento), sia per quelle internazionali.

È qui, nelle adozioni internazionali, che sembrerebbe ci sia bisogno di maggiori disponibilità all’adozione. Ci sono sicuramente più bambine e bambini abbandonati che possibili coppie disposte all’adozione: perché non aprire l’adozione anche alle persone non sposate?  

La risposta è sconcertante e complessa. Per essere adottate, le bambine e i bambini devono giustamente essere rese prima adottabili, sia in Italia che all’estero, per evitare che vengano tolte dai genitori a causa della povertà o di problemi superabili nel tempo. 

Per arrivare alla dichiarazione di adottabilità, secondo le leggi di ciascun paese e gli accordi internazionali (Convenzione dell’Aja), in caso di adozione internazionale, è necessario lavorare per quei bambini e quelle bambine. Bisogna essere sicuri, cioè, che siano davvero senza una famiglia d’origine che possa prendersene cura, e giungere alla sentenza di un tribunale qualificato. 

In caso di adozione internazionale, il paese d’origine deve mantenere rapporti con quello che accoglie l’adottato o l'adottata, con gli enti per le adozioni internazionali e, in teoria, seguire il o la minorenne anche dopo l’adozione. Tutto ciò implica lavoro, soprattutto sul piano burocratico, spese, responsabilità difficili da assumersi. 

Così in Italia, paese avanzato, non si arriva nemmeno ad avere una banca dati delle e dei minori adottabili che sia davvero utilizzabile, e non si adottano tanti bambini quanti si potrebbe perché non c’è, da moltissimi anni, la volontà politica di spendere sufficienti risorse in merito. È molto più facile affidare le bambine e i bambini alle case-famiglia o alle varie comunità che farli adottare. 

All’estero, nei paesi poveri e poverissimi, non si arriva nemmeno a mettere in piedi una commissione per le adozioni internazionali che permetta di rispettare la Convenzione dell’Aja. Bambini e bambine vengono lasciate negli istituti, o – peggio – per strada, facendo finta di non accorgersi della loro presenza.

Quando poi i paesi “donatori” sono in guerra, come la Russia o l’Ucraina, o attraversati da forti ideologie nazionalistiche, le frontiere vengono chiuse, anche per quanto riguarda le adozioni.

Ovviamente, le bambine e i bambini non hanno voce in capitolo, altrimenti deciderebbero con grande gioia di essere adottati e portati in paesi dove si vive meglio, se non altro per avere una vita meno grama.  

Note

[1] Corte Costituzionale, 28 Settembre 2023, n. 183, p. 162.


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