In Iran come in Palestina, le donne rischiano di essere trasformate in simboli astratti o strumenti narrativi, anziché riconosciute come soggetti politici attivi, con una propria storia, una propria forza espressiva e una propria capacità di azione. Mettere in discussione questo assetto significa soprattutto interrogarsi sul ruolo del femminismo internazionale come pratica politica fondata sull'ascolto, sull'amplificazione delle voci e sulla costruzione di alleanze. Una conversazione con la giornalista e attivista iraniana Shora Esmailian
Nel cuore dell'Iran
con Shora Esmailian
Oggi parlare dell'Iran significa parlare di un paese che si trova al centro di una guerra, di una crisi interna e di una lunga storia di resistenza. Negli ultimi giorni, l'escalation militare e le tensioni regionali hanno ulteriormente isolato il paese, rendendo ancora più difficile comprendere cosa stia accadendo al suo interno. La frammentazione delle informazioni e la sovrapposizione tra il conflitto armato e la repressione interna hanno reso le voci che arrivano dall'Iran ancora più rare e preziose.
Ma ciò che sta accadendo oggi non nasce nel vuoto. Da quasi cinquant'anni l’Iran è attraversato da ondate cicliche di protesta. Non si tratta di esplosioni improvvise, ma di processi storici lunghi e stratificati, che riemergono ogni volta che le promesse della rivoluzione del 1979 – libertà, uguaglianza, giustizia sociale – si rivelano, ancora una volta, promesse tradite.
Eppure, nella narrazione dominante occidentale, queste mobilitazioni vengono spesso lette come eventi eccezionali, isolati o subordinati esclusivamente agli equilibri geopolitici globali. Le persone che protestano scompaiono, sostituite da analisi strategiche, interessi statali e retoriche di intervento. Le donne iraniane, ancora una volta, rischiano di essere trasformate in simboli astratti o strumenti narrativi, anziché riconosciute come soggetti politici attivi, con una propria storia, una propria voce e una propria capacità di azione.
Questa semplificazione non è neutra, è parte di uno sguardo che riduce l'Iran a una crisi permanente e le sue lotte a un riflesso passivo di dinamiche esterne, cancellando la continuità delle resistenze interne e la complessità delle loro rivendicazioni.
Mettere in discussione questo approccio significa interrogare anche il modo in cui, in Occidente, si costruisce l’idea di solidarietà femminista internazionale. Non come proiezione dei modelli occidentali di emancipazione, né come gesto simbolico o selettivo, ma come pratica politica fondata sull'ascolto, sull'amplificazione delle voci locali e sulla costruzione di alleanze orizzontali.
Ne parliamo con Shora Esmailian, giornalista e attivista iraniana che vive in Svezia. La sua attenzione per le lotte in Iran non nasce dall’attualità: a partire da un lavoro sul campo condotto nel paese, Esmailian ha analizzato in profondità le dinamiche dei movimenti di protesta già nei primi anni Duemila. Insieme al collega Andreas Malm ha pubblicato due libri, uno in svedese e uno in inglese, dedicati a quel periodo. Iran on the brink. Rising workers and threats of war (Pluto Press, 2007) ricostruisce, in particolare, la storia del movimento operaio e sindacale, ma anche quella dei movimenti studenteschi e femministi, mostrando come la resistenza in Iran sia il risultato di una lunga continuità politica e sociale e non di eventi isolati.
In un momento segnato da silenzi, narrazioni selettive e posizionamenti geopolitici contraddittori, questa conversazione prova a spostare lo sguardo, non per parlare al posto di, ma per creare spazio perché le voci che vengono dall’interno dell’Iran possano essere ascoltate, nella loro complessità.
Oggi l'Iran si trova in una situazione estremamente critica, segnata da un'escalation militare, che rende complicato capire cosa stia accadendo dall'interno.
Negli ultimi giorni prima dell’attacco degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran, nel paese erano ricominciate le proteste. Per la prima volta dopo il massacro dei manifestanti da parte del regime iraniano all’inizio di gennaio, le persone erano tornate in piazza. Questa volta l'epicentro della mobilitazione erano le università. Vestiti di nero, attraversati dal lutto, gli studenti hanno usato la fine dei quaranta giorni di commemorazione come occasione per continuare la lotta. Nei campus gridavano che, per ogni compagno ucciso, ce ne sono centinaia pronti a prendere il suo posto, insieme a slogan come “donna, vita, libertà” e “liberate i prigionieri politici”. Nonostante le violente aggressioni delle forze paramilitari, non si sono fermati. Le proteste sono andate avanti per diversi giorni, finché non sono state soffocate dalle bombe straniere.
In un momento come quello attuale, la guerra rischia di oscurare le vite e le voci delle persone...
L'Iran non è una società omogenea, esistono posizioni e sensibilità molto diverse. Anche se c’è chi, comprensibilmente, ha festeggiato l’uccisione della più alta autorità religiosa del paese – un tiranno al potere da 37 anni – questo fatto non può essere scambiato per una vittoria. Una vera vittoria ci sarebbe stata solo se il regime fosse caduto per effetto delle proteste di massa del popolo iraniano. Solo così sarebbe stato smantellato lo “stato profondo” che costituisce la Repubblica Islamica. Solo allora si sarebbe potuto aprire uno spazio reale per costruire un Iran libero e uguale. Le interferenze imperialiste e le bombe raramente hanno portato alla liberazione di un popolo dal proprio despota, soprattutto in un paese come l'Iran. Al contrario, hanno spesso agito come una coperta soffocante sui movimenti popolari, fin dalla Rivoluzione costituzionale del 1905, passando per il tentativo del primo ministro Mohammad Mossadegh di nazionalizzare il petrolio, fino all’attuale ondata di proteste. Ogni volta che le masse iraniane si sollevano, una potenza – che sia la Russia, la Gran Bretagna o gli Stati Uniti – interviene per zittirle e installare un proprio alleato al potere.
Come descriveresti l'attuale situazione, al di là delle narrazioni geopolitiche e di ciò che vediamo sui media occidentali?
Oggi in Iran si vive sotto i bombardamenti degli Stati Uniti e di Israele, nell’incertezza totale su ciò che accadrà domani, mentre il prezzo degli equilibri geopolitici viene pagato in vite umane. Le oltre 165 studentesse uccise, insieme a tutte le altre vittime civili liquidate come “danni collaterali", lo dimostrano con tragica evidenza. Sotto le bombe, ogni possibilità di mobilitazione popolare si spegne. Per questo dobbiamo chiedere con forza la fine immediata di questa guerra.
Oltre che dalla guerra in sé, molte delle recenti proteste sono state innescate anche dalle condizioni economiche. Puoi spiegare cosa sta alimentando questa pressione?
Diverse forze stanno creando quella che definirei una tempesta perfetta. Una di queste è il regime di sanzioni, rafforzato in particolare durante l'ultima amministrazione Trump, che ha colpito duramente l'economia iraniana. Le sanzioni non hanno fatto cadere il governo, ma hanno peggiorato le condizioni di vita della popolazione. Allo stesso tempo, in Iran esiste una classe dirigente profondamente corrotta, strettamente legata alla leadership della Repubblica Islamica, composta da quelli che definisco i “mullah milionari”. Negli ultimi decenni questa élite si è arricchita enormemente, mentre il divario tra la popolazione che lavora e la classe più ricca è cresciuto in modo sempre più marcato. A questo si aggiungono la siccità di lungo periodo e una gestione dell'acqua disastrosa. In molte aree del paese l'accesso all'acqua non è più garantito e molte persone non riescono più a coltivare le proprie terre. Quando le persone dicono: "vogliamo poter comprare il riso", lo intendono letteralmente. I prezzi sono aumentati anche del 150% da un giorno all'altro. L'inflazione è altissima e la pandemia da Covid-19 ha colpito duramente il paese. Per questo il momento che l'Iran sta vivendo è politico, ma anche profondamente materiale. Le persone stanno chiedendo, prima di tutto, condizioni minime per vivere.
In Occidente si registrano grandi mobilitazioni a favore della Palestina. Molti e molte attiviste si definiscono anti-imperialiste e anti-coloniali, ma la solidarietà verso l’Iran sembra spesso intermittente o silenziosa. Come viene percepita questa tensione?
Io sono pro-Palestina, sono un’attivista e mi occupo di Palestina da anni. Il mio ultimo libro parla del genocidio a Gaza ed è uscito nell’ottobre 2024. Per me la solidarietà non è solo una questione geopolitica, ma significa anche schierarsi con le persone oppresse. In Palestina, si tratta delle persone palestinesi sotto occupazione, apartheid e genocidio. In Iran, di quelle che lottano per la libertà, l'uguaglianza e la dignità, impossibili sotto la Repubblica Islamica. Allo stesso tempo, dobbiamo dire di no a qualsiasi intervento esterno: Stati Uniti, Israele, Mossad, paesi del Golfo. La storia iraniana dimostra che ogni intervento straniero ha avuto esiti disastrosi. Durante gli attacchi israeliani di giugno, attiviste iraniane – persino dal carcere di Evin – hanno detto chiaramente: "no alle bombe israeliane, no alla Repubblica Islamica". Tenere insieme queste due cose non è difficile.
Negli spazi progressisti spesso c’è una difficoltà nel criticare il regime iraniano senza cadere in posizioni imperialiste. Come ti orienti in questa tensione, e quali aspetti vorresti che attiviste e attivisti occidentali capissero meglio?
I governi occidentali restano in silenzio di fronte al genocidio a Gaza, e allo stesso tempo sono molto rapidi nel condannare le uccisioni in Iran proponendo nuove sanzioni, che però colpiscono soprattutto la popolazione. Dovremmo tornare a un principio molto semplice: ascoltare le persone oppresse. Ascoltare il popolo palestinese che chiede sopravvivenza e decolonizzazione. Ascoltare le iraniane e gli iraniani che chiedono dignità economica, acqua, libertà di espressione e la fine della dittatura. Dobbiamo anche fare attenzione a non amplificare automaticamente le reti delle persone esiliate che promuovono politiche monarchiche o reazionarie sotto la bandiera del “cambio di regime”. Non tutti coloro che si oppongono al regime rappresentano valori progressisti. La rivoluzione è un processo lungo. Nel 1978-79 le persone rimasero in piazza per un anno prima che lo Shah cadesse. I lavoratori organizzarono scioperi generali che portarono il paese a fermarsi completamente. Dobbiamo amplificare le voci progressiste che nascono dalle richieste concrete e dalla vita reale delle persone.
Qual è allora il ruolo del femminismo nella resistenza iraniana oggi? Non come etichetta occidentale, ma come pratica vissuta...
Uno dei nostri compiti, come femministe progressiste in Occidente, è smascherare il femminismo mainstream strumentale. Quando leggo articoli ossessionati dal corpo e dai capelli delle donne iraniane, provo disgusto. È uno sguardo orientalista, esterno, esotizzante. Le donne iraniane non hanno bisogno di uomini bianchi che vengano a “liberarle”. E dobbiamo chiederci, dove erano questi leader occidentali quando le donne palestinesi venivano bombardate? Il femminismo internazionale deve ascoltare e amplificare le voci interne all’Iran, riconoscendo differenze etniche, sociali, religiose. Per questo è fondamentale essere molto attente e attenti quando parliamo di queste lotte: dobbiamo amplificare ciò che le persone stanno dicendo dall’interno dell’Iran.
Puoi farci qualche esempio?
Quando le donne curde gridano “donna, vita, libertà”, stanno anche denunciando l’oppressione che vivono come minoranza in Iran. Oppure, quando le donne Baluch scendono in strada, anche indossando il velo, e dicono “donna, vita, libertà” in Balochistan, stanno anche protestando contro la siccità che dura da decenni e contro condizioni di vita durissime, segnate da povertà e abbandono. Quindi dobbiamo tenere insieme tutto questo: avere uno sguardo davvero intersezionale su ciò che sta accadendo, senza ridurre tutto al corpo o ai capelli delle donne iraniane, come se fosse una questione “più importante” di qualsiasi altra nel Medio Oriente. Anche perché le donne iraniane non sono un blocco unico. Nello stesso paese ci sono donne con storie diverse, classi sociali diverse, origini diverse, e anche rapporti diversi con la religione. E il fatto di essere musulmane non significa non poter essere femministe. Questo è un tema enorme, spesso trattato in modo confuso, e finisce per alimentare anche l’islamofobia europea.