Che qualità offrono oggi i nidi in Italia? La risposta varia in modo consistente a seconda della posizione geografica. Da Nord a Sud, da paesi a città, cambiano di molto le quote per accedere ai servizi e di conseguenza il tipo di servizi a cui accedono le famiglie. A essere penalizzate sono soprattutto quelle con reddito basso e composte da persone straniere, le madri che sopperiscono alle carenze dei servizi, e le educatrici, che dopo anni di precariato e di salari bassi a fronte di grandi responsabilità abbandonano la professione

Nidi
disuguali

di Laura Branca

Quanti sono i nidi per l'infanzia in Italia? Secondo l’ultimo rapporto Istat, nell’anno 2023-2024 i servizi educativi per le bambine e i bambini da 0 a 3 anni sono 14.570 e offrono 378.500 posti. Rispetto all’anno precedente sono aumentati del 3,4%, ma l’andamento di crescita non è costante. È vero, piuttosto, che oscilla, come riportato in precedenza su inGenere: "se nel novembre 2023 Istat contava 350.000 posti autorizzati, nel 2013 sempre Istat ne contava 360.314".

Ad ogni modo, oggi possiamo dire che sono aumentati soprattutto i servizi privati e/o in convenzione. In generale, sia a livello pubblico che privato, i nidi sono servizi molto richiesti dalle famiglie e, nonostante i bambini e le bambine siano sempre meno e i posti aumentino, le liste d’attesa rimangono ancora lunghe da smaltire.                                    

Ma cerchiamo di fare ordine e andare avanti in questo percorso di ricostruzione sulla salute dei servizi con la lettura dei dati, da una parte, e testimonianze dirette dall’altra, per calarci in alcuni contesti specifici e cercare di capirne di più.

I dati Istat ci mostrano che aumentano i posti, diminuiscono i bambini e le bambine e le differenze territoriali rimangono costanti. Il Sud ha meno servizi, una copertura sotto il 20%, a fronte della media nazionale del 31,6% e soprattutto cresce più lentamente rispetto al Nord e al Centro.

Ci sono anche forti disparità tra Centro e periferia: i comuni capoluoghi registrano in media circa 40 posti ogni 100 bambini, mentre in quelli che non sono capoluoghi la media scende al 28,2 %.

In vent'anni, la spesa complessiva dei comuni è aumentata del 3,9%, passando da 1 miliardo e 37 milioni a 1 miliardo e 751 milioni, mentre il contributo delle famiglie è cresciuto dell’ 11,2%. Tutto sommato, insomma, fin qui i dati sono simili a quelli degli anni precedenti. 

Il rapporto Istat definisce però con maggiore chiarezza alcuni aspetti interessanti: ad esempio, ci mostra quali sono i criteri d’accesso adottati dai comuni. Dai dati emerge che la disabilità del bambino o della bambina è il primo criterio d’ingresso per oltre l’89% dei comuni. Al secondo posto troviamo la conciliazione tra lavoro e famiglia, con l'88% dei comuni che tiene presente la doppia occupazione dei genitori. L’appartenenza a nuclei familiari con disagi sociali e/o economici segnalati dai servizi sociali si posiziona al terzo posto. Seguono i bambini e le bambine orfane o le famiglie con un genitore con disabilità, che sono valutate in modo molto disomogeneo. 

I nidi sono invece poco valorizzati nella loro funzione di contrasto alle diseguaglianze: solo il 27% dei regolamenti inserisce tra i criteri di accesso quello legato all'Indicatore della situazione economica equivalente (Isee). Non viene considerata la disoccupazione di entrambi o di uno dei genitori, se non sporadicamente, e si considera pochissimo anche l’appartenenza a un nucleo con background migratorio: emerge con evidente chiarezza che i bambini e le bambine non residenti (di origine straniera) frequentano i servizi educativi molto meno di quelli residenti.

Questi aspetti sono da considerarsi una novità.

Se, fino a circa 15 anni fa, le esperti del settore come Cristiano Gori, professore ordinario di Sociologia all'Università di Trento, indicavano i ceti medi come quelli che facevano più fatica ad accedere ai servizi educativi, ora ad avere difficoltà sono soprattutto le famiglie più povere. Considerando poi che le famiglie in povertà relativa sono sempre più numerose, non si capisce perché quest'ultimo non sia preso in considerazione come criterio d’accesso. 

Secondo una recente analisi condotta dal servizio Stato Sociale della Uil, le famiglie con Isee pari a 15.000 euro pagano rette che arrivano fino a 440 euro mensili. Avendole confrontate con le famiglie con un Isee di 25.000 euro, si nota come in molti contesti le rette non presentino una grande differenza. 

Ci sono poi grandi divari di spesa anche da un comune all’altro. In Calabria, il costo di un bambino o di una bambina al nido è in media di 234 euro al mese, nella provincia autonoma di Trento di 3.314 euro: a fronte di quale qualità offerta?

Lasciamo un momento in sospeso la risposta a questa domanda per concentrarci sulla prima voce di questa analisi, quella di Alessandra Minello, ricercatrice in Demografia presso il Dipartimento di Scienze Statistiche all’Università di Padova, a cui abbiamo chiesto un confronto sui dati proposti da Uil.

In particolare, alla domanda su perché le rette siano così differenti da un comune all’altro, Minello ha risposto: “sebbene con alcune eccezioni, direi che le rette aumentano o diminuiscono a seconda dei contesti geografici. Al Sud costano meno rispetto al Nord. Quello che invece dovremmo domandarci è se è effettivamente aumentata la capacità di spesa da parte delle pubbliche amministrazioni. La risposta è no, anzi: il Governo Meloni ha tagliato i nuovi posti nido che avrebbero dovuto aprire tramite il Pnrr”.

Abbiamo poi chiesto a Minello perché, anche se ci sono realtà in cui le rette sono gratuite o un forte investimento anche da parte delle regioni per abbatterle, queste politiche non bastano per aumentare le nascite.

“La risposta è diversa da quella che ci aspettiamo: la presenza o meno di nidi sul territorio non è più un elemento decisivo per fare la scelta di diventare o non diventare genitore. Qualche anno fa lo era, oggi non più. Questo ce lo dimostra un recente studio, che possiamo mettere a confronto con uno del 2018” ha commentato Minello. “Sicuramente il fatto è che un nido da solo non basta. Ci sono ancora forti disparità tra l’occupazione a seconda del genere e anche tra gli stipendi. E ancora oggi sono prevalentemente le donne a lasciare il lavoro perché non riescono a conciliare famiglia e lavoro” ha aggiunto.

Eppure, le differenze tra un comune e l’altro esistono. Ad esempio, il Comune di Mantova ha approvato, a partire da gennaio 2020, l'intervento "Nidi gratis comunali per tutti". Come ci ha spiegato Serena Pedrazzoli, assessora ai nidi e alla scuola del Comune di Mantova: “la nostra giunta ha deciso di offrire il nido gratis a tutte le famiglie. Ci siamo riusciti sommando le misure a favore dei servizi, quindi la misura regionale, nidi gratis plus e il bonus nido dell’Inps. La parte rimanente la copriamo noi. Non è facile, ma crediamo fortemente in questa misura”.

A Mantova ci sono 4 nidi che offrono 211 posti, a cui vanno sommati altri 33 posti convenzionati dei soggetti privati. Quindi, i posti nei nidi comunali sono gratis e la graduatoria d’accesso si forma in primis calcolando le ore di lavoro dei genitori, ma si tiene conto anche dell'Isee. 

“Essendo un servizio educativo lo consideriamo come se fosse scuola, ed è per questo che l’abbiamo reso gratis” ha spiegato l'assessora. “Il fatto è che investire nei nidi produce benefici che si moltiplicano in tante e diverse direzioni. Se i bambini e le bambine di origine straniera possono accedere al nido, ad esempio, avremo degli effetti positivi non solo sullo stesso bambino o bambina, che arriverà a scuola parlando correntemente l’italiano, ma anche sui genitori, in particolare sulle madri che sono più spesso isolate. Negli ultimi anni abbiamo favorito e sostenuto i diritti di tutte e tutti i bambini in diversi modi, e non solo con i nidi gratis” ha aggiunto.

“Ad esempio con il Festival dei diritti, che coinvolge tanti servizi, scuole e realtà sul territorio, favorendo la creazione di reti e aggregando le persone. Abbiamo sviluppato politiche sulle abitazioni favorendo sopratutto le persone giovani e le giovani coppie che si trasferiscono a Mantova. Il pre e il post scuola sono gratuiti, gli orari dei nidi sono estesi” ha illustrato Pedrazzoli. 

“Da dieci anni facciamo diverse iniziative di lettura simili a 'nati per leggere', in cui, coinvolgendo direttamente i genitori a leggere ai propri bambini e bambine, riusciamo così a raggiungere anche le madri straniere che non sanno leggere l’italiano. Tutto questo restituisce cultura, benessere, fiducia e partecipazione, valori di cui abbiamo un enorme bisogno e che in fondo producono anche un effetto economico positivo – se spendo oggi per accogliere, spenderò meno domani per recuperare situazioni difficili” ha commentato. A livello demografico, ha continuato Pedrazzoli, “non abbiamo avuto un picco di denatalità. Dobbiamo proseguire percorrendo tanti sentieri che ci portano sulla strada giusta” ha concluso.

A questo punto, possiamo tornare alla domanda lasciata in sospeso: che qualità offrono i nidi oggi?

La risposta, come si può immaginare, non è univoca. Se in Calabria si investono 234 euro mensili, è ovvio che la qualità non potrà essere la medesima di un servizio che ne investe oltre 1.300, questo al di là del costo della vita differente tra Nord e Sud.

Le differenze qualitative si possono individuare nelle leggi. Ogni regione ha la sua e decide il numero di educatrici o educatori per bambino o bambina, quale e quanta formazione erogare, quali orari offrire, che tipo di mensa, eccetera. 

Ma se le differenze qualitative sono varie, negli ultimi anni (almeno dieci) c’è un problema che attanaglia tutta l'Italia: la mancanza di personale educativo. Da Nord a Sud, non si riescono a trovare educatrici e educatori. Questa carenza crea forte instabilità, perché il personale si sposta di continuo. Le persone assunte dal comune chiedono il trasferimento in altri settori, mentre quelle nel settore privato cercano di entrare nel pubblico (che comunque ha contratti migliori rispetto al privato), e, sempre più spesso, molte abbandonano la “carriera” per fare altro.

Il problema è fortemente sentito ovunque.

Su questo fronte, la Regione Emilia-Romagna, da sempre apripista nelle scelte educative, ha aperto un tavolo di confronto permanente tra università, terzo settore e istituzioni per affrontare la situazione. Nella sola area metropolitana di Bologna, saranno oltre 1.300 gli educatori e le educatrici mancanti nei prossimi tre anni.

Nel frattempo, già ora non è infrequente che si “coprano” le assenze di educatori e educatrici (in malattia, ad esempio) senza sostituirle, se non nei lunghi periodi. Per cui, quella che dovrebbe essere una soluzione da adottare in caso di emergenza, si sta consolidando come normalità, portando a situazioni prevedibili.

Abbiamo chiesto ad Alessandro Prisciandaro, presidente dell’Associazione pedagogisti educatori italiani (Apei) come si potrebbe affrontare una situazione che rischia di sedimentarsi in maniera permanente.

“La domanda che innanzitutto dovremmo porci è perché gli educatori e le educatrici formate, che hanno speso anni di studio anche all’università, non restano nei servizi. Partiamo da qui allora: la causa non è l’assenza di vocazione ma la sproporzione tra responsabilità e retribuzione” ha risposto Prisciandaro. 

“Per diventare educatrice o educatore si devono investire almeno tre anni di studio all’università che, proprio per passione, spesso diventano cinque. Eppure, dopo questo investimento e pur facendo un lavoro difficile e impegnativo, molte educatrici e educatori percepiscono salari che non consentono nemmeno l’autonomia, o la possibilità di costruirsi un futuro: ad esempio una famiglia propria. È questa la vera ragione della fuga. Bisogna pagare le professioniste e i professionisti laureati come tali, il dramma è tutto qui” ha concluso.                   

L’abbassamento della qualità e l’aumento delle rette per le famiglie con Isee basso sono una combinazione esplosiva, soprattutto per quelle più fragili, e in primis per i bambini e le bambine. Se sappiamo con precisione cosa “produce” frequentare un buon servizio, non sappiamo affatto – mancano, infatti, ricerche – che effetti produce un nido mediocre o di scarsa qualità. Infine, rimane e cresce il mix tra lavoro precario, stipendi bassi e incertezza lavorativa, che si riversa con maggior forza sulle donne, madri o educatrici che siano. 


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