L'assenza nei programmi scolastici di figure chiave della storia del sapere come le pitagoriche priva ancora oggi le ragazze di modelli di riferimento fondamentali per immaginare il proprio ruolo nel mondo. Valorizzare il contributo delle pensatrici del passato significa spezzare la catena dei pregiudizi secondo cui il protagonismo delle donne nei processi di conoscenza rappresenta l'eccezione alla norma

Riscoprire 
le pitagoriche

C’è un paradosso che attraversa la storia del nostro pensiero: celebriamo la città calabrese di Crotone come culla della matematica, ma ne abbiamo rimosso il tratto più d’avanguardia. Nella scuola di Pitagora, la conoscenza non aveva genere. Mentre nel resto della Grecia antica le donne erano relegate al ruolo di “moglie di” e private dei diritti politici, a Crotone, duemilacinquecento anni fa, si compiva una rivoluzione silenziosa.

Per le pitagoriche, la filosofia non fu una fuga dalla propria identità, ma uno strumento di emancipazione capace di valorizzarne le virtù e il ruolo sociale. Una pitagorica, figura centrale in questo senso è Phintys, autrice del trattato De temperantia mulierum (Sulla moderazione delle donne).

Phintys sosteneva una tesi straordinaria per l’epoca: pur riconoscendo sfere di competenza diverse – come il comando degli eserciti per gli uomini – affermava che la filosofia è un terreno comune. Coltivare il coraggio, la giustizia, così come la cura del corpo e della salute, era un dovere condiviso, mentre la moderazione attiene principalmente alle donne. Per Phintys, la differenza dei ruoli sociali non rappresentava un limite, ma il riflesso di un’armonia superiore, in cui le diversità si integrano.

Come evidenziato da Mary Ellen Waithe in A History of Women Philosophers, il contributo delle donne alla storia del pensiero non fu un episodio isolato. Accanto a figure celebri come Teano, Damo, Myia e Arignote, lo storico Giamblico annovera almeno diciassette filosofe attive nella prima scuola, seguite da una lunga tradizione neopitagorica.

Se le pioniere del VI–V secolo a.C. spaziavano tra aritmetica, geometria, musica e astronomia, le loro eredi approfondirono in particolare la natura dell’anima e la relazione tra le virtù. Fu lo stesso Pitagora, noto per i suoi insegnamenti criptici, ad affidare proprio alle donne il compito cruciale della trasmissione dottrinale.

La storia di Ipazia d’Alessandria resta l’emblema di questa tensione: ammirata per il suo equilibrio e la sua erudizione, fu infine vittima dell’intolleranza di chi non accettava un sapere incarnato da una donna.

Eppure, questa eredità è stata oggetto di un oscuramento sistematico. Già nel XVII secolo, lo studioso francese Gilles Ménage censiva 65 pensatrici dell’antichità, denunciando come la storiografia ufficiale avesse deliberatamente ignorato scienziate e mediche di eccellenza.

Come documentato da Alfredo Focà nel suo studio Le donne nella scuola di Pitagora a Crotone, la presenza femminile non era né simbolica né marginale: non erano spettatrici né muse, ma discenti e docenti.

Il caso di Teano è emblematico. Spesso ridotta a semplice “moglie di Pitagora”, fu in realtà la sua erede intellettuale. Insieme ai figli, garantì la sopravvivenza della scuola dopo la morte del maestro, scrivendo di cosmologia e medicina. Questa rimozione ha avuto un costo sociale altissimo: ha privato generazioni di donne di modelli di riferimento – i cosiddetti role model – confinando il genio femminile in un’eccezionalità che, a Crotone, era invece la norma.

Pitagora e Teano educarono le figlie come autentiche custodi e protagoniste del sapere: Damo, custode dei commentari del padre, rifiutò di venderli anche in momenti di difficoltà economica, anteponendo la fedeltà alla conoscenza al profitto. Arignote, autrice di testi complessi sulla struttura della materia e sui misteri religiosi. Myia, le cui lettere sull’armonia quotidiana mostrano come la filosofia pitagorica fosse una pratica capace di coniugare cura domestica e responsabilità pubblica.

Oggi, mentre analizziamo il divario di genere nelle discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) e leggiamo i dati del Global gender gap report, riscoprire la scuola crotoniate non è un esercizio di nostalgia, ma un atto di giustizia.

L’assenza di queste figure dai programmi scolastici è il risultato di una selezione culturale operata nei secoli. Se non raccontiamo che la scienza è nata anche dall'intelligenza delle donne, continueremo a trasmettere l’idea che l’autorità del sapere sia naturalmente maschile.

La sfida che lanciamo da Crotone, punta a un nuovo paradigma: valorizzare le pitagoriche significa smontare lo stereotipo della “donna musa” per restituirle il ruolo di scienziata e protagonista della vita pubblica. Dobbiamo riportare questi nomi nei libri e nell’immaginario collettivo: perché senza la consapevolezza delle nostre radici rivoluzionarie, la parità continuerà a sembrare un’invenzione contemporanea, anziché un diritto millenario.

Per approfondire

A. Focà, Le donne filosofe nella Scuola di Pitagora a Crotone, Laruffa Editore, 2022


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