In Comunarde. Storie di donne sulle barricate (Armillaria, 2021) Federica Castelli ricostruisce l'esperienza delle donne che centocinquanta anni fa diedero vita alla Comune di Parigi, rileggendo le loro vicende da una postura femminista. Un estratto

Comunarde. Storie di
donne sulle barricate

di Federica Castelli

La domanda attorno alla quale si muove questo saggio emerge da una situazione abbastanza particolare. Anche se negli ultimi anni le ricerche sulla Comune hanno raggiunto buoni livelli di approfondimento, molto poco studio finora è stato dedicato alle comunarde, e ancora meno ai rapporti di genere all’interno di questa esperienza politica.

Per molti anni le donne della Comune di Parigi non hanno rappresentato un oggetto di studio privilegiato. Ci sono lavori eccellenti a loro dedicati rimasti però spesso casi isolati, e la maggior parte degli storici accademici ha rinchiuso questi lavori in nicchie ‘per specialisti’. Il tema è stato spesso considerato secondario o liquidato velocemente come poco rilevante. Alle donne sono stati dedicati paragrafi sconnessi dal resto della ricerca all’interno di grandi e imponenti volumi, o passaggi veloci, poco approfonditi, poco originali (come nel volume di Tombs del 1999).

Altre volte, la sovrapposizione di opinioni personali, stereotipi sessisti e mistificazioni che nel tempo hanno circondato le comunarde ha reso impossibile o poco attraente l’indagine. Solo alla fine del secolo scorso, sull’onda degli approcci femministi ai saperi, l’azione delle donne è divenuta propriamente oggetto di ricerca. Le teoriche e storiche femministe hanno cominciato a indagare "nelle pieghe della storia", per citare indirettamente Nicole Loraux, alla ricerca di genealogie, figure, storie dimenticate o mai raccontate. Il femminismo ha aperto nuove piste di indagine, sfaldando gli approcci codificati e i saperi patriarcali, osservando il reale con sguardo nuovo e radicale, alla ricerca di ciò che non è stato nominato. La sua postura imprevista ha dato avvio a numerosi percorsi di riscoperta. In questo contesto sono emerse le prime importanti indagini sulla presenza e sulla portata dell’azione femminile durante l’esperienza comunarda o sulle sue rappresentazioni misogine e violente.

Oggi la partecipazione delle donne è riconosciuta come un tratto caratteristico della Comune di Parigi. Non solo in quanto elemento fondamentale di avvio dell’esperienza comunarda – i fatti del 18 marzo partono proprio dall’iniziativa delle donne parigine che, in modo forse ancor più peculiare rispetto alle donne della Rivoluzione francese, accendono la scintilla che innesca la rivolta nelle strade di Parigi, portando alla presa dell’Hôtel de Ville – ma anche in virtù di una specificità politica che caratterizza il posizionamento delle comunarde all’interno degli eventi, che mira alla sovversione della società borghese e sfida la società patriarcale.

Il rischio, in questo tipo di indagine, è costante. La tentazione di dimenticare le donne comuni in nome di alcune donne eccezionali, che spiccano tra gli archivi e di cui senza dubbio si riesce a sapere qualcosa di più rispetto alle altre, è fortissima. Allo stesso modo, ci vuole molto rigore per evitare di ricadere in una di queste due opposte derive: da un lato, piegare gli eventi passati alle urgenze del contemporaneo; dall’altro, rimanere prigioniere delle rappresentazioni dell’epoca, che rendono a volte impossibile il racconto del coinvolgimento femminile.

Un altro errore da evitare è sovrapporre le istanze dei femminismi odierni alle lotte delle donne comunarde. Le comunarde erano femministe? Dipende. Il termine circolava ancora poco e non si era caricato dei sensi che gli attribuiamo oggi (per quello occorre attendere il 1882 e la militante e scrittrice Hubertine Auclert). Ma se per femminismo si intende il rifiuto delle diseguaglianze tra uomini e donne e il desiderio di lavorare su queste relazioni sovvertendone i presupposti, allora sì, erano femministe. Se infatti, in un certo senso, è vero che il termine femminismo non esiste prima degli Anni ‘80 dell’Ottocento, è anche vero che il desiderio di autodeterminazione e di maggiore giustizia sociale, così come la volontà di emancipazione e di partecipazione politica, hanno una storia molto più lunga.

Per molte delle comunarde, la dicotomia tra coscienza di classe e genere è artificiale: le due dimensioni si intrecciano continuamente. E mentre le agende politiche dei loro compagni uomini si focalizzano esclusivamente sull’oppressione di classe e religiosa, cieche nel riconoscere e teorizzare l’oppressione di genere, le donne francesi sanno già dal 1789 che la lotta di classe da sola non risolve affatto la questione del rapporto tra i sessi. Ma se è vero che nella Comune di Parigi le donne coniugano in modo esplicito istanze politiche, di genere, di classe occorre cautela e non lasciarsi andare a facili entusiasmi che rischierebbero di offuscare la specificità della loro lotta ma pure le idiosincrasie e le contraddizioni rispetto a ciò che noi oggi individuiamo come caratteristico delle lotte dei femminismi che fanno proprio l’approccio intersezionale.

Inoltre, se per un verso troviamo istanze nuove, nuovi dibattiti e pratiche importanti – come nel caso dell’elaborazione politica di Paule Mink, André Léo ed Elisabeth Dmitrieff, su cui ci soffermeremo – occorre ricordare che non tutte le donne della Comune avanzarono rivendicazioni che tenevano conto anche della propria esperienza e condizione di donne. Pur nel sovvertimento generale dei vecchi valori borghesi e nel tentativo di elaborazione di una società nuova, alcune lasciarono scivolare i loro vissuti su un piano secondario, ponendo al centro la dimensione tutta collettiva della lotta. È il caso di Victorine B. e delle sue memorie (1909), in cui il portato della sua esperienza di donna e il suo contributo individuale spariscono sommersi dall’idea di Comune e dalla causa della Repubblica. Le stesse Mink, Léo e Dmitrieff muovono da posizionamenti estremamente differenti. Sono tre donne ben poco simili, con idee della politica e dei rapporti tra i sessi non coincidenti, come vedremo più avanti.

L’eccezionalità che si attribuisce a queste donne, a quelle di cui la storia ufficiale ha deciso di tramandare i nomi, produce gerarchia, marginalizzazione. Sostenere, ad esempio, che Louise Michel era una donna straordinaria, eccezionale, chiamarla ‘eroina della Comune’, come molta della storiografia ha fatto nel corso degli anni, rischia di cancellare l’esperienza di tutte le altre donne, destinandola all’oblio. Significa affermare implicitamente che Michel è un’eccezione a una regola data, quella del femminile, a cui è stato concesso, in virtù delle sue straordinarie qualità, di fuoriuscire dal destino di anonimato che segna il suo sesso. Una concessione benevola che va meritata, aderendo il più possibile (o non disturbando) al canone del già dato. Inoltre, significa cancellare completamente parte dell’esperienza sessuata di questa donna, promuovendola al rango di ‘eroe’ in virtù di un’amputazione che rimuove ciò che in lei potrebbe accomunarla alle altre, la sua esperienza sessuata appunto.

Si tratta di una strategia patriarcale ben conosciuta: ammetterne una per poterne dimenticare cento. Per poter dire ‘lei non è come le altre’, lasciando intendere che le altre non sono niente alla fine, schiacciandole sull’immagine statica della donna elaborata dalla cultura ottocentesca. Ora, Louise Michel era davvero una donna straordinaria, ma non nel senso in cui lo intende il patriarcato. Soprattutto, sarebbe un errore tipizzare il suo vissuto, farla diventare una santa, un’eroina da innalzare sull’altare della politica. Louise Michel è stata eletta a icona del femminismo socialista comunardo in una forte romanticizzazione delle sue azioni e delle sue idee, che ha portato a una effettiva semplificazione della complessità delle pratiche rivoluzionarie delle comunarde e delle donne socialiste.

Quando gli storici presentano una figura di donna come indicativa di tutta la partecipazione femminile, facendo apparire le comunarde un insieme omogeneo, sia a livello sociale che politico e intellettuale, tipizzano e derubricano, cancellano e rendono invisibile la pluralità delle loro lotte. Questo testo, certo, si soffermerà su alcune figure più note, ma facendo attenzione a non cadere nella trappola di focalizzarsi su alcune donne ‘speciali’ lasciando nell’oblio tutte le altre. Non cerchiamo figure di riferimento, né donne eccezionali. Questo libro vuole parlare delle donne comunarde, delle loro relazioni, dei loro vissuti e dei loro corpi anche quando restano senza nome.

Per questi motivi ritengo interessante rivolgere l’attenzione non tanto sulle cosiddette ‘donne della Comune’, quasi fossero un oggetto di studio tra tanti, espressione statica di un nascente femminismo, o sull’eccezionalità delle sue protagoniste più note, bensì, e ben più dinamicamente, sui complicati rapporti di genere all’interno dell’esperienza comunarda, rifacendomi all’accezione di Joan Scott di genere come categoria di organizzazione sociale del rapporto tra i sessi.

Le interpretazioni generalmente si dividono tra chi vede la Comune come un momento femminista, arrivando a parlare di un ‘femminismo della Comune’, e chi invece rintraccia dinamiche di genere tradizionali, misogine e patriarcali al fondo dell’innovazione politica e sociale comunarda.

Per questo, le domande attorno cui le prossime pagine ruotano sono le seguenti: se la Comune ha saputo rovesciare l’immaginario borghese, producendo l’idea di una società nuova, questo vale anche per i rapporti di genere? Perché nella maggior parte delle rivoluzioni e degli scompaginamenti che la storia ci ha mostrato, anche i più promettenti, la libertà e la giustizia in nome delle quali si imbracciano i fucili e si cambiano le costituzioni valgono solo per alcuni soggetti, riconosciuti come i legittimi detentori della cittadinanza? Perché al termine di una lotta costruita collettivamente le donne vengono cacciate dalla scena pubblica, private di parola? Perché la loro partecipazione viene vista come una partecipazione a metà, di mero supporto all’azione degli uomini, a volte rischiosa e difficile da gestire, sicuramente non politica?

Queste domande portano in primo piano una contraddizione che affligge numerose lotte collettive e ha minato alla base le premesse delle più seducenti rivoluzioni in più di un’occasione, dalla Rivoluzione francese al Sessantotto. Forse, per quanto la risposta a queste domande sia sempre la stessa e fin troppo evidente (il patriarcato), queste ultime considerazioni anticipano e generalizzano troppo. La potenza dell’oppressione che il patriarcato genera è tale anche per via della sua concreta e molto materiale capacità di adattarsi ai contesti più eterogenei. Per questo motivo non si può rispondere a queste domande in astratto, ma occorre indagare la declinazione specifica che la mentalità patriarcale ha saputo adottare anche durante la più promettente delle battaglie sociali.

Tratto da Comunarde. Storie di donne sulle barricate (Armillaria, 2021), per gentile concessione dell'editrice

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