Studiare per la libertà

Dati

Studiare è la porta d'ingresso principale al mercato del lavoro, ma è anche, soprattutto e specialmente per le donne, la via per l'indipendenza economica. Ce lo racconta il rapporto Istat annuale che mette insieme i dati demografici, economici e sociali del paese dandone una fotografia aggiornata, approfondendo gli aspetti legati a come cambia la popolazione.

La laurea offre più opportunità e più reddito, garantendo dunque un maggiore e migliore accesso al mercato del lavoro. Nella popolazione di età compresa fra i 15 e i 64 anni, infatti, il tasso di occupazione di chi ha una laurea è di 30 punti percentuali superiore rispetto a chi ha la licenzia media, punti che diventano 35 al sud e 44 tra le donne. La laurea non aumenta solo le possibilità di lavorare, ma offre lavoro di maggiore qualità con un reddito medio di due volte e mezzo più elevato rispetto a chi ha un livello di formazione inferiore. Il dato su sud e donne ci dice che sono soprattutto i soggetti più vulnerabili, perché vittime di discriminazioni o perché inseriti in contesti con mercati del lavoro meno dinamici, a beneficiare della spinta in più rappresentata dalla laurea.

Se continuiamo a soffermarci sulle donne, i dati ci dicono qualcosa che sappiamo da tempo: a non avere un lavoro retribuito nel mercato del lavoro formale sono quelle con alle spalle un livello di formazione più basso. Il tasso di occupazione delle laureate è infatti pari all'80,2%, contro il 36,3% delle donne che possiedono la licenzia media.

Non ci soffermeremo in questa sede sulla qualità del lavoro delle donne, incluse le laureate, poiché sappiamo che entrare nel mercato del lavoro non è di per sé sufficiente e che la vita delle lavoratrici non è semplice. Piuttosto, vogliamo puntare l'attenzione su come l'indipendenza economica sia favorita dalla laurea e porti con sé diversi benefici, per esempio quello di poter scegliere di vivere da sole (senza dover diventare vedove): nel 2022 ha un lavoro l'80,7% delle donne che vivono da sole.

Ed è interessante notare come in un paese in cui con la maternità perde il lavoro una donna su due, la laurea sia anche un fattore di protezione per le madri: per le laureate il tasso di occupazione è superiore al 70%, indipendentemente dal ruolo in famiglia (tranne quello di figlia). E, come ci raccontano economiste come Francesca Bettio ed Elisa Ticci quando parlano dei dati sulla dimensione economica della violenza, “le donne con livello di istruzione medio-alto hanno una minore probabilità di subire violenza fisica dal partner e una maggiore probabilità di lasciarlo qualora si riveli violento”.

Se i nessi tra titolo di studio e lavoro e tra lavoro e indipendenza sono molto chiari, per comprenderli appieno va ampliato lo sguardo, esaminando altri due dati. Il primo: in Italia il numero di laureati e laureate è basso: nel 2022 le persone fra i 30 e i 34 anni che sono in possesso di un titolo di studio terziario sono il 27,4%, contro più del 42% dei coetanei nei paesi dell'Unione europea.
E se e è vero che le donne si laureano più degli uomini, è anche vero che quelle che arrivano a studiare fino all'università sono ancora una minoranza.

Il secondo dato descrive l'esistenza di una componente di classe nell'accesso all'educazione terziaria: per i figli di genitori con la laurea, la probabilità di laurearsi a loro volta è del 75%. Percentuale che scende al 48% tra chi ha alle spalle una famiglia dove il titolo di studio più alto è il diploma, e al 12% se i genitori hanno la licenza media (Dati Inapp 2021). Quindi, in un paese in cui titolo di studio e benessere economico sono correlati, a conquistare un lavoro, indipendenza economica e un reddito migliore sono le figlie delle famiglie più abbienti. In questo contesto, l'accesso alla parità diventa privilegio delle figlie benestanti e separa, tra le donne, quelle che possono “permettersi” una maggiore indipendenza da quelle che invece non hanno la stessa possibilità.

Portare più donne sul mercato del lavoro è un bisogno strutturale dell'economia italiana, ma è anche una necessità per le donne stesse. Una delle strategie per raggiungere quest'obiettivo potrebbe essere quella di aumentare il numero delle laureate potenziando le politiche di orientamento ai percorsi scolastici e al lavoro e di diritto allo studio, democratizzando l'istruzione. Azioni di questo tipo si configurerebbero non solo come politiche di parità ma anche di contrasto alla violenza, dal momento che, secondo le stime delle economiste Giulia Zacchia e Federica D'Agostino, “avere una laurea riduce, per le donne, il rischio di violenza economica del 31,8%”. In definitiva, la scommessa sullo studio è una possibilità di libertà.

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