A trent'anni dalla conferenza del Cairo, il nuovo rapporto sullo stato della popolazione nel mondo ci dice che quasi tutti i paesi hanno fatto progressi significativi per garantire a donne e ragazze il diritto alla salute sessuale e riproduttiva, ma le disuguaglianze a livello globale sono ancora troppe

Salute 
globale

di Barbara Bonomi Romagnoli

Trent'anni fa, alla Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo del 1994 al Cairo, in Egitto, 179 governi adottarono un programma d'azione che metteva al centro dello sviluppo nazionale e globale la salute sessuale e riproduttiva di donne e ragazze. Fu uno spartiacque fondamentale per affermare una visione umana in ottica di genere, che ha ispirato anche l'Agenda globale 2030 per lo sviluppo sostenibile concordata nel 2015.

Il programma affermava anche che tutte le persone dovevano avere accesso all'assistenza sanitaria riproduttiva, esercitando la libera scelta sulla pianificazione familiare, anche mediante la possibilità di accedere a servizi per la contraccezione, la prevenzione e la cura di infezioni a trasmissione sessuale. 

Inoltre, indicava nella lotta alla violenza di genere e alle pratiche dannose – come la mutilazione dei genitali femminili (Mgf) – uno dei passaggi chiave per ottenere la piena cittadinanza dei diritti sessuali e riproduttivi come diritti umani.

A che punto siamo nel 2024? 

È il tema posto dall'ultimo rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (United Nations Population Fund, Unfpa) sullo stato della popolazione nel mondo, dal titolo Vite interconnesse, intrecci di speranza: porre fine alle disuguaglianze nella salute e nei diritti sessuali e riproduttivi, presentato a Roma oggi dall'Associazione italiana donne per lo sviluppo (Aidos).

"Nei trent'anni trascorsi dalla conferenza del Cairo, i sistemi sanitari, i sistemi educativi e i governi, con i gruppi della società civile, hanno dato i loro frutti" dice il rapporto. 

"Le leggi sono valutate in base al fatto che garantiscano o meno un accesso completo ed equo all'assistenza, all'informazione e all'istruzione in materia di salute sessuale e riproduttiva – tra cui maternità, aborto, contraccezione, educazione sessuale completa, vaccinazione Hpv e test Hiv, consulenza e trattamento – e il 76% di queste leggi oggi sono in vigore in 115 paesi".   

Dal 1994, il diritto all'aborto è stato riconosciuto per milioni di donne in tutto il mondo, e più di 60 paesi hanno rivisto le loro norme per rimuovere le restrizioni – anche se il contesto attuale ci dice che è necessario continuare a presidiare gli obiettivi raggiunti, soprattutto nel nostro paese. 

Ce lo ricorda anche l'ultima risoluzione dell'Unione europea, che intende inserire l'aborto "sicuro e legale" nella Carta dei diritti fondamentali dell'Ue; nel testo europeo c'è un richiamo all'Italia, perché tolga i finanziamenti alle associazioni antiabortiste.

Sempre nel rapporto Unfpa leggiamo che fra il 2000 e il 2020 la mortalità materna è diminuita del 34%, e che dal 1990 al 2021 il numero di donne che utilizzano metodi di contraccezione moderna è raddoppiato. 

I parti delle ragazze fra i 15 e i 19 anni sono diminuiti di circa un terzo dal 2000, e ben 162 paesi hanno approvato leggi contro la violenza domestica. Soprattutto, il diritto all'autodeterminazione sul proprio corpo è sempre più recepito in tutto il mondo; si tratta di un cambiamento normativo enorme avvenuto rapidamente, che dovrebbe essere riconosciuto.

Eppure, sono ancora troppe le donne e ragazze che continuano a esser lasciate indietro: differenze di potere e opportunità legate a genere, razzializzazione, nazionalità, tra molti altri fattori, limitano in larga misura le scelte di vita delle persone. 

In un mondo caratterizzato da ormai enormi ricchezza e disponibilità di soluzioni sicure nel campo della salute sessuale e riproduttiva, queste disparità suggeriscono una carenza di volontà, piuttosto che una mancanza di idee o risorse.

Gli ultimi dati mostrano che, in 69 paesi, un quarto delle donne non è ancora in grado di prendere le proprie decisioni in materia di assistenza sanitaria; un quarto non può dire di no al sesso con il marito o il partner, e quasi una su dieci non ha scelta sull'uso della contraccezione.

Secondo Unfpa, "nonostante queste disuguaglianze – o forse a causa di esse – troppo pochi paesi stanno raccogliendo dati sui bisogni e le barriere in materia di salute sessuale e riproduttiva; meno ancora stanno disaggregando questi dati per fattori noti come la cultura, l'etnia, la casta, la lingua e la religione, lo stato di disabilità, lo stato di persona malata di Hiv/Aids, lo stato di migrazione, l'orientamento sessuale e l'identità di genere". 

Nel frattempo, "nuove sfide stanno arrivando rapidamente nel mondo digitale. Le tecnologie sanitarie si stanno evolvendo rapidamente e offrono enormi vantaggi in termini di miglioramento dell'informazione, semplificazione della burocrazia e ampliamento dell'accesso alle cure" si legge nel rapporto, che sottolinea con forza che i dati devono essere considerati diritti umani.

Lungi dall'essere importanti solo per i governi, per le politiche o per i bilanci, "i dati sono per tutti noi, ovunque, per sostenere i nostri sforzi per capire, partecipare, fare scelte e affermare diritti" sottolinea il rapporto "ma in molti modi esiste una lotteria di dati". 

L'organizzazione spiega poi che "l'esistenza dei dati di cui abbiamo bisogno dipende da dove viviamo. Mentre alcuni fattori – come il genere, la ricchezza o il reddito, la geografia e l'età – sono regolarmente considerati in indagini e analisi, la disaggregazione per etnia, lingua, religione o indigenità rimane piuttosto rara. I dati disaggregati che mostrano lo status di migrazione o identità Lgbtqia+ sono ancora più rari".

Siamo dunque in un momento di grandi trasformazioni, in cui si rischia un doppio movimento di spinta in avanti e indietro al tempo stesso – nel report si parla di pushing back and pushing forward: nessun paese può ancora affermare di aver raggiunto tutti gli obiettivi del 1994, ma quasi ogni paese ha raggiunto progressi significativi.

Per porre fine alle nuove disuguaglianze emerse in questi anni e rafforzare il tessuto sociale del futuro comune è necessario uno sforzo ulteriore, tenendo presente anche il lavoro dei movimenti femministi internazionali e dei movimenti sociali di base.

Un esempio su tutti, come riporta Unfpa, è quello delle donne indigene, che "si stanno mobilitando per porre fine alla distruzione delle risorse ambientali, perché minaccia non solo la loro cultura e il loro senso di connessione con la terra, ma anche la loro salute e le loro scelte di avere figli". 

Inoltre, "giovani attiviste e attivisti stanno facendo campagna per la giustizia climatica con crescente riconoscimento che la giustizia climatica è anche giustizia riproduttiva. Hanno sottolineato che le comunità povere più duramente colpite dal cambiamento climatico sono anche quelle falsamente accusate di peggiorare la crisi a causa dei loro alti tassi di fertilità – anche se la maggior parte delle emissioni di gas serra emergono ancora da paesi più ricchi e meno fertili".

Unfpa ha ben chiaro che per affrontare le cause profonde di questa situazione i sistemi sanitari devono orientarsi verso la fornitura di servizi che non si limitino unicamente a curare le persone, ma che devono anche favorire il loro empowerment, rispondendo alle loro diversità e rispettando i loro diritti e la loro autodeterminazione. 

Allo stesso tempo c'è bisogno di un'accelerazione da parte della politica, che deve sostenere gli impegni presi con finanziamenti sufficienti e riforme del sistema: società pacifiche, resilienti e giuste sono possibili quando chiunque ne fa parte ha accesso alla salute e all'autodeterminazione, senza esclusioni.

Perché tutto ciò sia realizzabile, Unfpa aggiunge un ulteriore tassello da affrontare, il nodo del potere: "le politiche, gli atteggiamenti e le norme in tutto il mondo perpetuano le ingiustizie a vari livelli, ma il cambiamento è possibile e imminente". 

"Quest'anno, infatti," prosegue il rapporto "rappresenterà una pietra miliare per le elezioni, con oltre 2 miliardi di elettori ed elettrici che andranno alle urne in più di 50 paesi (World Economic Forum, 2023). Votare è importante perché la rappresentanza lo è. Motivo per cui il mondo ha accettato l’obiettivo dell’Agenda 2030, che misura la percentuale di seggi occupati da donne nei parlamenti nazionali e nei governi locali".

Ci aspetta una sfida molteplice, perché "il tessuto dell'umanità è vasto e bello, ma è forte quanto il suo filo più fragile".

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