Un rapporto dell'Istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche mostra che in Italia le figlie delle donne meno istruite hanno più probabilità di restare inattive. Un fenomeno che ne ostacola l'emancipazione e l'autodeterminazione, alimentando le disuguaglianze di genere nell'occupazione
Di madre
in figlia
In un periodo in cui tanto si parla di parità nel mercato del lavoro, è fondamentale non dimenticare che le donne non sono tutte uguali. Il concetto di intersezionalità ci insegna che le disuguaglianze tendono a cumularsi, e se essere una donna rappresenta già di per sé un ostacolo per l'autodeterminazione, essere una donna con cittadinanza straniera e risiedente al Sud Italia, non può che incrementare il livello di difficoltà nel realizzarla.
Secondo l’Eurostat, oltre alla cittadinanza e alla residenza in territori più o meno emancipati e sviluppati economicamente, le principali barriere all’autodeterminazione sono ancora collegate alla tipologia di famiglia nella quale si cresce. Nello specifico, l’istruzione dei genitori continua ad avere un ruolo fondamentale nei meccanismi di trasmissione della povertà.
Il motivo per cui la famiglia di origine è così rilevante risiede nelle diverse possibilità economiche, relazionali e culturali che le famiglie stesse offrono e le relative opportunità di emancipazione e autodeterminazione che possono derivarne.[1]
Come è ben noto, la mobilità sociale in Italia è interrotta proprio a causa dei vincoli economici e culturali che ostacolano un completo dispiegamento delle proprie potenzialità e impediscono, inoltre, a intere generazioni di uscire fuori dallo stato di povertà proprio a causa della trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze.[2]
Alcuni studi mostrano che oltre alla scelta del percorso di studi, anche il grado di apprendimento è correlato al livello di istruzione della famiglia di origine, e dunque non solo le possibilità economiche ma anche le conoscenze e il livello culturale vengono trasmessi e portano a perpetuare le disparità. Altre ricerche fanno però emergere come il percorso di studi, seppur correlato alle scelte precedentemente fatte dalla famiglia di origine, lo sia in misura minore per le donne rispetto agli uomini, che sembrano dunque tentare maggiormente di emanciparsi dalla famiglia di origine.[3]
La banca dati Participation, Labour, Unemployment, Survey (Plus) dell'Istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche (Inapp) ci permette di osservare la mobilità intergenerazionale in termini di livello di istruzione e occupazione. Non disponendo di dati sulla ricchezza economica dei genitori, la loro istruzione viene in quest’analisi utilizzata come proxy, ovvero come possibile indicatore, della ricchezza presunta della famiglia di origine. In altri approfondimenti sulla banca dati Inapp Plus sull’analisi della mancata mobilità intergenerazionale, le variabili istruzione, professione e condizione occupazionale vengono riassunte in un indicatore di dote familiare.[4]
L’accento delle analisi, puramente descrittive, che seguono è invece posto sulle differenze di genere nella relazione tra il livello d’istruzione dei genitori e l’istruzione, la condizione occupazionale e il reddito dei figli, alla ricerca di discrepanze di genere anche nei meccanismi di trasmissione.
Gli alti livelli di correlazione tra l’istruzione della madre e del padre e l’occupazione prevalentemente svolta da questi giustificano l’utilizzo della variabile istruzione in quanto proxy non solo del capitale umano ma anche di quello economico/professionale posseduto dai genitori.
Si nota infatti, come atteso, che una quota importante di padri e madri con il massimo livello di istruzione ha svolto/svolge attività ben retribuite quali: attività dirigenziali, professioni intellettuali e scientifiche e a seguire insegnamento o attività imprenditoriali (i laureati rappresentano fino al 73% nelle professioni intellettuali per gli uomini e fino al 77% per le donne).
Al contrario, il lavoro agricolo, le professioni non qualificate e quelle routinarie (operai) sono svolti prevalentemente da persone con un titolo di studio basso (oltre l’80% del totale per quanto riguarda gli uomini e poco meno in media per le donne). Dalle analisi emerge inoltre come non ci siano molte differenze di genere importanti nel titolo di studio posseduto rispetto alle diverse attività svolte dai genitori, ma come ben noto nelle attività a più alto capitale umano la quota di donne molto istruite supera quella degli uomini. Questo purtroppo non corrisponde anche a una maggiore retribuzione dell’attività svolta.
Posto, quindi, che l’istruzione dei genitori, oltre che identificare un benessere familiare di partenza, identifica anche l’attività presumibilmente svolta e, di conseguenza, il reddito familiare posseduto, andiamo ad analizzare la relazione tra l’educazione di madri e padri e: l’istruzione posseduta dai figli, la professione da questi svolta e, infine, il livello di reddito del nucleo familiare dei figli da questi dichiarato.
Dai dati si nota, innanzitutto, che l’istruzione dei genitori influenza decisamente quella dei figli e dunque, come premesso, si conferma essere molto difficile la mobilità intergenerazionale in termini educativi. Se guardiamo all’effetto sull’educazione dei figli maschi, un padre con al massimo la licenza media nel 59% dei casi avrà un figlio con lo stesso titolo di studio, nel 33% dei casi con un diploma e solo nell’8% dei casi con una laurea o oltre. La persistenza è maggiore nel caso dei padri con un diploma che nel 66% dei casi avranno un figlio con lo stesso titolo di studio. Nel caso di padri con la laurea o titolo di studio più alto la quota dei figli laureati è massima e raggiunge il 51% e quella di figli con solo la terza media è minima. L’educazione della madre sembra influenzare tendenzialmente meno quella dei figli maschi e addirittura nel caso di madri laureate la quota maggiore di figli ha solo un diploma.
Figura 1. Livello di istruzione di madre e padre e livello d’istruzione dei figli maschi (%)
L’istruzione dei genitori ha un ruolo ancora più determinante su quello delle figlie femmine che notoriamente sono più istruite della controparte maschile. Considerando il totale delle madri con almeno una laurea, il 58% delle figlie femmine saranno laureate e solo il 9,5% non supereranno la licenza media. Si mantengono anche in questo caso le corrispondenze in negativo e se consideriamo i genitori con al massimo la licenza media, il 55% delle figlie avrà un titolo equivalente.
Figura 2. Livello di istruzione di madre e padre e livello d’istruzione delle figlie femmine (%)
Dai dati sembra emergere che le donne cercano maggiormente l’emancipazione dalla famiglia di origine e che per le donne sia più rilevante il titolo di studio della madre rispetto a quello del padre. Tuttavia, come noto, un maggiore livello di istruzione per le donne non si traduce automaticamente in una miglior posizione nel mercato del lavoro e in un miglior livello di reddito.
Se l’istruzione dei genitori sembra influenzare in maniera simile gli uomini e le donne e queste ultime sembrano mostrare una maggiore autonomia nel migliorare la propria condizione, rispetto a quella della famiglia di origine, la situazione è completamente diversa in merito all’occupazione, dove il tentativo di autodeterminazione delle donne sembra naufragare e si nota chiaramente come l’istruzione dei genitori abbia un ruolo molto più evidente sulla condizione occupazionale delle figlie femmine, soprattutto in termini negativi (Figura 3).
Posto che la quota di donne inattive è, come ben noto, maggiore rispetto a quella degli uomini, il grafico mostra che una parte importante di questi livelli è spiegata dall’istruzione della madre: avere una madre con un basso livello di istruzione e, presumibilmente quindi, scarse risorse, produce nel 54% dei casi figlie inattive. Il dato per le madri con diploma o laurea è di 20 punti percentuali più basso. Nel caso degli uomini, il gap nella quota di inattivi tra madri con basso livello di istruzione e livelli maggiori è di circa 10 punti percentuali. Nel caso delle donne, dunque, il peso dell’istruzione della famiglia di origine, che si ricorda essere una proxy anche della ricchezza della famiglia, è doppio sulla probabilità di restare fuori dal mercato del lavoro.
Dall’analisi sembra dunque emergere che il background familiare abbia un peso molto basso sulla probabilità di essere occupati degli uomini, che in ogni caso, pur con alcune differenze dovute ai livelli d’istruzione dei genitori, si attestano su quote alte di occupazione, a differenza delle donne per le quali ha un peso molto rilevante: solo il 36% delle donne con madre con livello di istruzione basso sono occupate, contro il 58% delle donne con madre con una laurea o oltre. Non si notano, invece, differenze di genere nelle quote delle persone in cerca di lavoro per livello d’istruzione dei genitori.
Figura 3. Livello di istruzione della madre e condizione occupazionale dei figli, per genere (%)
Per quanto riguarda la relazione tra livello occupazionale e titolo di studio del padre, non si osservano grandi differenze rispetto a quanto visto per la madre, se non che i divari notati per le donne si riducono di alcuni punti percentuali, quasi a dimostrare che l’istruzione della madre sia una miglior proxy della ricchezza familiare sia in termini di rete che economica rispetto all’istruzione del padre. Questo dato ha un duplice significato, da un lato agli uomini non è necessariamente richiesto un alto titolo di studio per affermarsi, dall’altro nelle famiglie benestanti è molto raro che le donne non siano ben istruite. Di conseguenza, l’impatto dell’istruzione della madre sulla condizione occupazionale delle figlie sembra essere più rilevante.
Infine, come ultima dimostrazione, abbiamo analizzato la relazione tra istruzione dei genitori e redditi familiari dichiarati dai figli. Anche in questo caso, si conferma che l’istruzione della madre (Figura 4), ma anche quella del padre, determina fortemente il livello di reddito familiare delle figlie femmine e un po’ meno quello dei figli maschi.
Considerando il totale delle donne che dichiarano di essere nella fascia più bassa di reddito, il 75% ha una madre con un basso livello d’istruzione e solo il 4% ha una madre laureata. Al contrario, le donne che dichiarano di trovarsi nella più alta fascia di reddito familiare rappresentano la quota maggiore di figlie con madri con laurea o oltre (circa il 28%). Dal grafico è evidente come i fenomeni dell’istruzione e del reddito dei genitori, ovvero del benessere dei figli, siano altamente correlati e si conferma che la correlazione è maggiore per le donne che per gli uomini.
Figura 4. Livello di istruzione della madre e reddito familiare dei figli, per genere (%)
In conclusione, dalle analisi emerge chiaramente il fenomeno della scarsa mobilità intergenerazionale italiana, che rispetto alle donne si somma alle disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro (e le alimenta), rendendo ancor più complessa la situazione e difficile l’autodeterminazione.
Seppur rappresenti in Italia un fenomeno che investe entrambi i generi, dai nostri risultati sembra che la difficoltà di svincolarsi dal background economico, culturale e relazionale della famiglia di origine sia ancor più preoccupante e pericolosa per le donne, nonostante i più alti livelli d’istruzione e i maggiori tentativi di emanciparsi dal contesto familiare di origine.
Infine, sembra emergere chiaramente come una lettura binaria del mondo, in cui si guardi solo al genere, non sia sufficiente a spiegare le disuguaglianze esistenti. Essere una donna che proviene da una famiglia ricca e acculturata è sicuramente molto diverso dall’essere una donna che proviene da una famiglia con scarsa istruzione, ricchezza e rete sociale. Le differenze si vedono nei risultati raggiunti o non raggiunti o anche, ma esula da questo lavoro, dalla quantità di energie necessarie per riuscire a raggiungere i propri obiettivi.
Il testo di questo articolo è un estratto dal capitolo 3 del Gender Policy Report 2023 dell’Istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche (Inapp)
Note
[1] Si veda Sen, 1992.
[2] Si faccia riferimento a Istat, 2018.
[3] Su questo si veda Sciannamblo e Viteritti, 2021.
[4] Si faccia riferimento a Brunetti e Bergamante, 2024.
Riferimenti bibliografici
Istat, Rapporto annuale 2018. La situazione del Paese, Roma, 2018.
M. Sciannamblo, A. Vitterritti, Fare la differenza. Stereotipi di genere e nuove pratiche di affermazione nei campi scientifici, Sapienza Università Editrice, 2021.
A. K. Sen, Inequality Reexamined, Clarendon Press, Oxford, 1992.
I. Brunetti, F. Bergamante, Dote familiare e mobilità sociale dei figli, in Inapp, F. Bergamante, M. Luppi (a cura di), Rapporto Plus 2023. Osservare le traiettorie del mercato del lavoro, Inapp, Roma, 2024.