In Italia le donne sono più precarie e meno pagate, immerse nel paradosso di un mercato del lavoro che le penalizza quando diventano madri e con pensioni più basse. Il commento a partire dagli ultimi dati diffusi dall'Inps
Dati di fatto.
Il lavoro a metà
Il rapporto annuale dell'Istituto nazionale di previdenza sociale (Inps) appena pubblicato mette in luce, in modo molto evidente, le criticità del mercato del lavoro che impediscono alle donne di avere una vita lavorativa equiparabile a quella degli uomini.
La buona notizia è rappresentata dal fatto che, rispetto al 2019, nel 2024 le lavoratrici dipendenti, nel settore pubblico e privato, sono aumentate del 9,4%, mentre la quota di lavoratrici dipendenti sul totale delle occupate rimane sostanzialmente stabile (44,9% nel 2019 e 45,2% nel 2024).
Il rapporto non fornisce i dati per genere relativi alla tipologia di impiego (full-time o part-time a tempo determinato o indeterminato). A questo proposito è possibile fare alcune considerazioni.
Secondo i dati, l’occupazione a tempo indeterminato nel settore pubblico risulta stabile, con un valore che si attesta attorno ai 3,1 milioni di dipendenti. Poiché il settore pubblico si caratterizza per una elevata presenza femminile, possiamo dire che questa sia parzialmente una buona notizia.
D'altro canto, con un tasso medio annuo del 9,4%, l'occupazione a tempo determinato risulta in netta crescita nel settore pubblico (specificamente nel comparto scuola), avvicinandosi, nel 2024, alle 600 mila unità. Questa, al contrario, non rappresenta una buona notizia, dal momento che le donne rappresentano una quota consistente delle persone occupate nel settore dell'istruzione, dove aumenta, pertanto, la precarietà.
I contratti a termine aumentano significativamente anche nel settore privato, soprattutto per effetto della crescita dei lavori cosiddetti stagionali. Anche in questo caso non si tratta di una buona notizia, vista la considerevole quota di donne che lavora nel settore dell'ospitalità e della ristorazione, un settore a forte instabilità.
Passando all'analisi della maternità, a cui nel rapporto viene dedicato un corposo capitolo, dai dati emerge che le madri lavoratrici con un solo figlio sono il 49,48%, mentre quelle con due figli il 40,25%. In conclusione, l'89,73% delle donne che lavorano ha al massimo 2 figli. Questo risultato è comunque in linea con quello ottenuto dall’Istat attraverso il censimento della popolazione, dal quale risulta che le nate in Italia, indipendentemente dall’essere occupate o meno, hanno uno o due tra figli e figlie.
La child penalty, ovvero la perdita retributiva a seguito della nascita del primo figlio o della prima figlia, è una realtà molto evidente nel nostro paese, che emerge soprattutto nel settore privato. Si tratta di un fenomeno che colpisce le donne – mentre per gli uomini non si riscontra alcun tipo di impatto legato alla paternità – e che, come confermano i dati, ha delle ricadute negative anche in termini pensionistici.
Inoltre, mentre la perdita di reddito causata dalla nascita del primo figlio o della prima figlia viene riassorbita nell’arco dei tre anni successivi, l’effetto cumulato di eventuali gravidanze successive colloca le madri su sentieri retributivi diversi in base al numero di figli, rendendo il recupero più lento e più complesso quanto più aumenta il numero di figli.
Figura 1. Impatto della nascita di un/una figlio/a sulle retribuzioni di madri e padri e dimensione della famiglia
La probabilità di uscita dal mercato del lavoro nell’anno della nascita del primo figlio o della prima figlia sfiora il 20% nel settore privato, mentre si attesta tra il 6 e il 10% nel settore pubblico. Ancora una volta, a livello lavorativo, la nascita del primo figlio o della prima figlia rappresenta un fattore fortemente penalizzante per le donne.
Una penalizzazione che si acuisce anche perché la cura dei neonati e delle neonate ricade quasi esclusivamente sulla madre. Durante il primo anno di vita della bambina o del bambino, le madri chiedono in media 126 giorni di congedo parentale, contro i 36 dei padri. Questo divario si mantiene stabile fino al compimento dei tre anni di età. Solo l’8,33% dei padri utilizza il congedo parentale, ci dice l'Inps, mentre l’80% di chi ne usufruisce lo fa per meno di 90 giorni.
Interessante, poi, il quadro che emerge dal rapporto sull’utilizzo di congedi. Il 37% delle madri non ha mai fatto ricorso a un congedo parentale nei primi 12 anni di vita del proprio figlio o della propria figlia. Le donne che ricorrono a congedi parentali per un periodo inferiore ai 90 giorni sono il 21,7%, mentre il 37,2% lo chiede per un periodo compreso tra i 90 e i 180 giorni. Le restanti, per un periodo superiore ai 180 giorni.
Anche in questo caso esistono delle enormi differenze: le madri con un reddito basso tendono a non chiedere il congedo parentale. Questo per due motivi, il primo legato alla perdita di retribuzione, il secondo alla tipologia di contratto. La diminuzione della retribuzione del 20%, e non più del 70%, per i primi due mesi di congedo parentale potrebbe rappresentare un correttivo, ma rimane il fattore deterrente legato alla tipologia contrattuale. Spesso, i contratti più bassi sono associati a situazioni lavorative più precarie: i dati ci dicono che rinuncia al congedo parentale il 79% delle lavoratrici precarie, contro il 32% delle lavoratrici a tempo indeterminato.
A incidere sulla decisione di usufruire o meno del congedo parentale è anche la dimensione aziendale e la localizzazione geografica: tanto più piccola è la dimensione dell’azienda, tanto meno si ricorre ai congedi; tanto più si vive e si lavora al Nord, tanto meno si ricorre ai congedi.
Tutte queste penalizzazioni si riflettono sulle pensioni: le donne hanno in media una pensione di 1.594 euro lordi, contro i 2.142 degli uomini. Divario che è aumentato fra il 2023 e il 2024.
Tabella 1. Importo medio lordo mensile pensionistico per uomini e donne e divario fra il 2023 e il 2024
2023 | 2024 | |
|---|---|---|
Uomini | 2055,92 | 2142,6 |
Donne | 1524,23 | 1594,82 |
Divario | 531,69 | 547,78 |
In conclusione, le donne sono più precarie, meno pagate, penalizzate in caso di maternità e in termini pensionistici. Un quadro non certo esaltante.