L'Italia è tra i paesi europei dove il congedo di paternità ha la durata più bassa, di soli dieci giorni obbligatori. Estendere questo periodo prendendo a modello esempi come la Spagna, significa rispondere ai bisogni concreti delle famiglie di oggi. Una scheda di ricognizione e confronto nel contesto europeo
Il congedo di paternità è un periodo di assenza dal lavoro che spetta al padre dopo la nascita di un bambino o una bambina, che serve a conciliare la cura del figlio o della figlia con l’attività lavorativa. Oltre che un diritto e un’opportunità per i padri di stabilire un legame più forte con figli e figlie, il congedo di paternità è anche una misura funzionale a diminuire il divario di genere nei luoghi di lavoro, promuovendo l’equità sia nelle carriere lavorative che nell’ambiente familiare.
Per supportare la paternità, nell’ambito dell’adozione della Carta dei diritti fondamentali del 2000, l’Unione europea ha sancito che "la parità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione", aggiungendo che questo principio non impedisce l’adozione di misure specifiche a favore del sesso sottorappresentato.
Questo documento sarebbe dovuto essere la base per lo sviluppo delle legislazioni nazionali. Rilevando però una generale disomogeneità nelle misure adottate dai singoli stati membri, il Parlamento europeo ha approvato la Direttiva 2019/1158, che uniforma a livello comunitario il congedo obbligatorio per i padri ad almeno dieci giorni, permettendo a ciascun paese di estenderlo.
Il congedo per i padri in Europa
A oggi, numerosi paesi dell'Unione europea hanno superato la direttiva comunitaria, arrivando a riconoscere congedi parentali non più sulla base del genere dei genitori, supportando così tutte le tipologie di famiglia che compongono il tessuto sociale.
In questo, la Penisola Iberica è particolarmente innovativa: la Spagna si è dotata infatti dal 2021 di un congedo parentale che riconosce a ciascun genitore tre mesi retribuiti al 100%, con l'obbligo di usufruire delle prime sei settimane subito dopo la nascita del bambino o della bambina e la possibilità di scegliere se usufruire delle successive dieci a tempo pieno o parziale.
Il Portogallo, invece, prevede la possibilità di richiedere cinque mesi con un'indennità pari al 100% dello stipendio, oppure sei mesi con un’indennità dell’80%. Inoltre, entrambi i genitori possono usufruire di ulteriori tre mesi ciascuno in caso di lavoro con formula part-time.
Anche il Nord Europa si conferma all’avanguardia per il sostegno alla famiglia. La Svezia è stato il primo paese a introdurre, nel 1974, il congedo di paternità retribuito. Con l’attuale legislazione, i genitori hanno a disposizione circa sedici mesi di congedo parentale retribuito all’80%, da suddividere equamente. Di questo totale, i padri svedesi usufruiscono in media del 30%, secondo quanto riportato dall’Agenzia per le assicurazioni sociali della Svezia. L'innovativa riforma attuata nel 2024 consente poi di trasferire fino a quarantacinque giorni di congedo parentale retribuito a parenti o amici, per garantire alle famiglie una maggiore flessibilità. Ai genitori single invece è riconosciuta la possibilità di trasferire fino a novanta giorni per figlio o figlia, su un totale di 480 giorni di congedo retribuito.
In Finlandia sono previsti sei mesi di congedo per ciascun genitore, mentre in Norvegia i mesi di congedo retribuito sono dodici, suddivisi equamente fra i due genitori.
In questo scenario, restano fanalino di coda i paesi che continuano a concedere ai neopadri solo pochi giorni di congedo. È il caso della Francia, dove dal 2021 il Congé de paternité et d’accueil de l’enfant dura 28 giorni: di questi, solo i primi quattro sono obbligatori, mentre i restanti sono facoltativi e vanno utilizzati entro i primi sei mesi dalla nascita del figlio o della figlia. In Danimarca, invece, sono riconosciuti dodici mesi a entrambi i genitori, con l’obbligatorietà per la madre biologica di usufruire di quattordici settimane e per l’altro genitore di usufruire di due, mentre le restanti devono essere gestite equamente.
Il congedo per i padri in Italia
In questo contesto, l’Italia si colloca ancora in una posizione di evidente ritardo. Con la Legge n. 53/2000 è stato introdotto il congedo parentale per entrambi i genitori, della durata di sei mesi, che può essere utilizzato dal genitore che non usufruisce del congedo di maternità e prevede un’indennità pari al 30% dello stipendio.
Nel 2012, con la riforma promossa dall’allora ministra del Lavoro Elsa Fornero, la Legge n. 92 ha introdotto per i padri un giorno di congedo obbligatorio, da utilizzare alla nascita del figlio o della figlia. A questo si aggiungevano due giorni di congedo facoltativo, utilizzabili in accordo con la madre e in sua sostituzione, con l’obiettivo di "sostenere la genitorialità, promuovendo una cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli all'interno della coppia e per favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro".
Questo provvedimento ha rappresentato una svolta: per la prima volta, il congedo per i neopadri passava da facoltativo a obbligatorio, seppur limitato a un solo giorno. La misura è stata introdotta in via sperimentale per il biennio 2013-2015 ed è stata poi prorogata per le successive due Leggi di bilancio.
La durata del congedo obbligatorio per i neopadri è stata progressivamente aumentata anno dopo anno, passando da due giorni per l'anno 2017 a sette nel 2020. Infine, nel 2021, il cosiddetto family act applicava la direttiva europea 2019/1158, riconoscendo ai neopadri il diritto a dieci giorni di congedo obbligatorio. Nel 2025, quindi, rimane l’obbligo per i neopadri di usufruire di dieci giorni di congedo retribuiti al 100%, mentre alle neomadri spettano cinque mesi, con un’indennità pari all’80% della retribuzione.
Utilizzo del congedo in Italia
Come evidenziano i rapporti annuali dell'Inps, nel primo anno in cui è stata introdotta, la misura del congedo di paternità ha registrato un’adesione da parte del 19,23% dei neopadri lavoratori dipendenti, ma il tasso di utilizzo è aumentato progressivamente, passando al 48,53% nel 2018 e al 57,60% nel 2021. Nel 2022 si è registrato un ulteriore aumento, fino al 64,02%, ovvero hanno usufruito del congedo tre neopadri su cinque. Per l’anno 2023, l’utilizzo è aumentato invece di soli 0,5 punti percentuali.
Inoltre, secondo i dati Inps, nelle regioni del Nord il congedo viene utilizzato dal 76% dei padri, mentre la percentuale scende al 67% al Centro e al 44% al Sud e nelle Isole. Oltre alle differenze di carattere territoriale, si registrano anche discrepanze tra le fasce di reddito: l’Inps osserva che l’utilizzo del congedo di paternità è più alto tra i padri con una fascia di reddito compresa tra i 15.000 e i 50.000 euro.
Già nel 2020, su inGenere Paola Villa si interrogava sulle ragioni della scarsa adesione a un congedo obbligatorio retribuito e senza costi diretti per le imprese (dato che l’indennità è a carico dell’Inps). Le valide ipotesi avanzate su questo fenomeno includevano una scarsa informazione sulla misura – e questo spiegherebbe il basso tasso di utilizzo nel primo anno di implementazione e il modesto aumento negli anni successivi, e una resistenza di tipo culturale, che attribuisce alla madre il compito di prendersi cura del neonato o della neonata.
Se, da un lato, non esistono informazioni sulle ragioni del mancato utilizzo, dall'altro è invece certo che la genitorialità negli ultimi vent’anni è profondamente cambiata, con un numero crescente di uomini desiderosi di vivere appieno il proprio ruolo di padri.
Nuovi padri per nuove famiglie
Un fenomeno che emerge anche da una recente indagine condotta da Osservatorio D, secondo cui tre uomini senza figli su cinque ritengono insufficiente il congedo di dieci giorni. Fra gli intervistati, il 36% preferirebbe che la durata del congedo fosse estesa per essere più presente alla nascita del figlio o della figlia, o per vederlo equiparato al congedo di maternità (24%).
Dai dati risulta poi che sono a conoscenza dell’obbligatorietà del congedo di paternità il 76% degli uomini intervistati e il 72% delle donne, ma che solo il 13% ne conosce i dettagli. Secondo l'indagine, otto persone su dieci considerano il congedo per i neopadri positivo per il benessere della coppia, per la crescita personale e lo sviluppo come genitore.
Ciononostante, da parte degli uomini emergono ancora timori relativi agli effetti della misura rispetto alla loro carriera (36%) e al bilancio familiare (24%). Lo studio prende in esame anche le capacità (skills) che, secondo le persone intervistate, i neogenitori dovrebbero essere in grado di sviluppare.
Dal sondaggio emerge che le neomadri dovrebbero sviluppare la capacità di educare all'indipendenza e all'autonomia e di stabilire limiti e regole chiare con autorevolezza, mentre dovrebbero essere prerogativa dei neopadri il senso del sacrificio e la serenità nel rinunciare al proprio tempo libero, ma anche flessibilità e capacità di adattarsi continuamente agli imprevisti.
Alla luce di tutto questo, estendere la durata del congedo e il riconoscimento economico previsto significa non solo rafforzare il ruolo dei padri nella cura, ma anche creare condizioni più favorevoli alla natalità, in un paese che oggi fatica a offrire risposte per incentivare i progetti familiari.
Guardare alle buone pratiche europee può offrire spunti preziosi per costruire un modello di congedo di paternità più equo, inclusivo ed efficace, capace di rispondere ai bisogni delle famiglie di oggi e di contribuire alla costruzione di una società più giusta e solidale.