Se oggi riusciamo a individuare l’esistenza di una questione di genere nella tecnologia, lo dobbiamo alla riflessione femminista sulla costruzione della conoscenza scientifica e degli artefatti tecnici. Una ricognizione critica che tiene insieme eventi storici e letture imprescindibili

Pratiche femministe
nella tecnologia

Nel 2005, nel corso di una conferenza dedicata al divario di genere nei settori della scienza e dell’ingegneria, Lawrence Summers, allora presidente dell’Università di Harvard, afferma che le innate differenze biologiche tra uomini e donne rappresentavano uno dei fattori della scarsa presenza di queste ultime nei settori tecno-scientifici. Circa dieci anni dopo le improvvide dichiarazioni di Summers, uno degli scandali più incandescenti di sempre colpisce il mondo dei videogiochi: il Gamergate. Nato in apparenza come una battaglia per garantire l’etica del giornalismo videoludico, il Gamergate si rivela ben presto come una delle più violente campagne di misoginia e molestie a danno di alcune sviluppatrici – Zoë Quinn e Brianna Wu – e della critica mediale e attivista femminista Anita Sarkeesian, accusate di non avere capacità tecniche e di essere delle social justice warriors (“guerriere della giustizia sociale”), con conseguenti minacce di violenza, doxxing e abusi sessisti.

Nel 2017, un ingegnere di Google di nome James Damore invia alla mailing list interna dell’azienda un documento intitolato Google’s Ideological Echo Chamber (La camera dell’eco ideologica di Google), nel quale sostiene che le differenze biologiche tra uomini e donne possono spiegare il divario di genere nel settore tecnologico e nei ruoli di leadership. Nella nota circolata si può leggere che mediamente "le donne sono più interessate alle persone che alle cose", inclinazione che le renderebbe meno propense a intraprendere carriere ingegneristiche e tecniche e meno tolleranti nei confronti dello stress. Il documento riporta anche una critica alle iniziative dell’azienda in materia di diversity, causa, secondo l’autore, di discriminazioni contro gli uomini e portatrici di un pregiudizio ideologico che soffocherebbe il libero confronto.

Questi tre episodi rivelano una delle cause più profonde delle disparità e delle discriminazioni basate sul genere e sull’etnia nei campi tecno-scientifici, vale a dire la pervasività degli stereotipi sulle presunte diverse attitudini degli uomini e delle donne in tali ambiti.

Se oggi riusciamo a individuare più o meno chiaramente l’esistenza di una questione di genere e femminista nella tecnologia, ma anche, citando la sociologa Wendy Faulkner (1991), una questione della tecnologia nel femminismo, lo dobbiamo al ricco bagaglio prodotto dalla riflessione femminista sulla costruzione della conoscenza scientifica e degli artefatti tecnici. Gli studi femministi sulla scienza e la tecnologia rientrano in un campo di ricerca alquanto sfaccettato, caratterizzato da diversi posizionamenti e traiettorie di studio, che riflettono grosso modo le posture e le ondate del movimento femminista: dall’approccio liberale a quello radicale, dal femminismo marxista alle più recenti letture queer e postcoloniali. 

Uno degli apprendimenti più rilevanti che ricaviamo dalla riflessione femminista sul rapporto tra genere e tecnologia risiede nell’interpretazione di entrambi i termini della relazione – genere e tecnologia – come pratiche sociali. Si tratta di un assunto fondamentale dal punto di vista epistemologico e politico, proprio perché capace di smantellare le letture basate su categorie binarie come quelle che emergono dai casi narrati in apertura. 

Secondo lo storico Leo Marx, la tecnologia rappresenterebbe un "concetto azzardato" in ragione della sua presunta natura trasparente e oggettiva, e una parola "intangibile" e "neutra" adottata da "tecnici maschi bianchi, ben educati e rispettabili, al lavoro presso cabine di controllo mentre guardano quadranti, pannelli o monitor di computer" (Marx 2010, p. 574, traduzione mia) per dare un nome a una nuova forma di potere umano. Secondo Marx, dunque, il concetto di “tecnologia” è azzardato per il significato dominante che veicola e che lo rende sostanzialmente una "parola spassionata", celando la sua relazione con le persone, con le strutture di potere, con le componenti burocratiche e ideologiche, con le credenze culturali e – possiamo aggiungere – con le relazioni di genere.

Nel campo degli studi di genere, dobbiamo a diverse studiose l’acquisizione delle relazioni di genere intese come pratica sociale, come un “fare” e una performance che prende forma in riferimento all’identità soggettiva e al contesto nel quale si agisce. La sociologa Raewyn Connell (1987) descrive la maschilità e la femminilità come esperienze vissute e processi sociali piuttosto che come il risultato di strutture predefinite. Tale interpretazione delle relazioni di genere come pratica sociale è stata poi ripresa e sviluppata ulteriormente da quegli studi che hanno sottolineato il carattere simbolico e performativo del "fare il genere" (Butler 1990). Il motivo per cui Connell è interessata a tracciare la storicità delle relazioni di genere concerne il tentativo di decostruire la convinzione persistente che il genere sia il risultato naturale della dicotomia sessuale tra il corpo maschile e il corpo femminile; il riferimento alla pratica è dunque fondamentale per comprendere la contingenza storica delle relazioni di genere.

A ben vedere, si tratta di una lettura del rapporto tra genere e tecnologia che riflette la più generale, e dura a morire, costruzione del mondo attraverso categorie binarie – maschio/femmina, uomo/donna, natura/cultura, soggetto/oggetto, pubblico/privato, e così via –, in base alle quali le donne sarebbero inclini al lavoro di cura dello spazio domestico e delle relazioni, portatrici di saperi pratici, mentre agli uomini spetterebbe l’occupazione dello spazio pubblico e dei ruoli di leadership, nonché la custodia del pensiero astratto. 

Una volta riconosciuti il genere e la tecnologia come costruzioni sociali, diventa possibile indagare la loro costituzione reciproca, osservando non solo come le norme di genere influenzino il modo in cui vengono progettate e utilizzate le tecnologie, ma anche come le tecnologie contribuiscano a rafforzare o a sfidare tali norme. L'analisi femminista ci aiuta a capire non solo che la tecnologia non è una forza neutrale, ma anche che certe tecnologie sono state storicamente orientate verso gli uomini e i loro bisogni, mentre le donne sono state spesso escluse dalla loro progettazione e dal loro utilizzo.

L’informatica e le tecnologie digitali rappresentano un caso esemplare in tal senso. Le recenti ricostruzioni storiche del contributo delle donne alla costruzione dei primi computer e alla fondazione dell’informatica come campo scientifico (Sciannamblo 2017; Evans 2020) restituiscono diverse storie interessanti, come quella delle cosiddette “ragazze dell’Eniac” (Eniac girls). Si tratta delle prime donne programmatrici nell’ambito del progetto Eniac (Electronic Numerical Integrator and Calculator), il primo computer elettronico della storia costruito negli Usa per scopi molteplici (non solo militari) durante la Seconda guerra mondiale. Impiegate per sostituire gli uomini che in quel momento si trovavano al fronte, le operatrici svolgevano un lavoro altamente tecnico caratterizzato da calcoli balistici, analisi matematica e logica, eppure classificato come “non professionale” o “para-professionale” dalla dirigenza maschile, al punto che le sei programmatrici – Kathleen McNulty, Frances Bilas, Betty Jean Jennings, Elizabeth Snyder, Ruth Lichterman, Marlyn Wescoff – non sono neppure individuate come soggetti, ma come gruppo: le “Eniac girls”.

Le ricostruzioni storiche che scavano fino alle origini di un fenomeno (in questo caso del calcolo digitale) assumono un ruolo cruciale poiché permettono, dunque, di problematizzare le ragioni dell’attuale divario di genere nei campi tecno-scientifici, e in particolar modo nella computer science. Quest’ultimo, infatti, non si deve al presunto intrinseco carattere maschile (e tecnico) di un ambito disciplinare e professionale come l’informatica, bensì alla professionalizzazione e maschilizzazione del lavoro computazionale come esiti di circostanze storiche e una divisione del lavoro basata su interpretazioni precise dei ruoli di genere: la forza lavoro femminile considerata come temporanea, senza nessuna possibilità di fare carriera da una parte, la manodopera maschile destinata a governare la nascita e l’evoluzione dell’informatica e delle applicazioni digitali dall’altra.

Essendo (state) progettate da una prospettiva maschile, e riflettendo le capacità e i punti di vista della forza lavoro prevalentemente maschile nei settori dell'ingegneria e della tecnologia, le applicazioni digitali che abbiamo imparato e stiamo imparando a conoscere non tengono conto delle esigenze o delle esperienze di donne, persone non binarie, e persone nere. Lo spiega bene la scrittrice e attivista Caroline Criado Perez nel testo Invisible Women: Exposing Data Bias in a World Designed for Men (Invisibili. Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo. Dati alla mano), nel quale si mette in luce come i modelli di dati parziali, basati su una prospettiva androcentrica, informino la progettazione di applicazioni digitali. Ad esempio, uno studio del 2017 condotto da ricercatrici e ricercatori dell’Università di Stanford (Shcherbina et al. 2017) ha rilevato errori statisticamente significativi nel tracciamento della frequenza cardiaca da parte di smartwatch commerciali come Apple Watch, Fitbit Surge e Microsoft Band negli uomini con tonalità di pelle più scura. La ragione di tale anomalia si deve al monitoraggio tramite luce verde, che presenta prestazioni inferiori quando incontra la melanina, il pigmento naturale della pelle che causa la tonalità scura: più scura è la pelle, meno accurata sarà la lettura della luce verde.

Un recente caso interessante di bias di genere incorporati nelle applicazioni digitali riguarda gli assistenti vocali digitali come Siri, Alexa, Cortana, riportato in un report realizzato dall’Unesco (2019) e intitolato I'd blush if I could: closing gender divides in digital skills through education (Arrossirei se potessi: colmare il divario di genere nelle competenze digitali attraverso l'istruzione). Oltre a ribadire che le donne e le ragazze hanno una probabilità significativamente inferiore di acquisire competenze digitali rispetto agli uomini (soprattutto nelle regioni a basso reddito), il report esamina come gli assistenti vocali rafforzino gli stereotipi di genere dannosi, progettando l'intelligenza artificiale destinata ad assistere la vita quotidiana degli/delle utenti con voce femminile subalterna o eccessivamente educata.

Quali possono essere, dunque, le misure per colmare il divario e i bias nella progettazione e nell’uso delle tecnologie digitali? I suggerimenti che arrivano dagli studi di genere e della riflessione femminista sono molteplici e, come per l’analisi delle cause del divario e delle disuguaglianze, riflettono i diversi posizionamenti e approcci del femminismo. Da una parte si sottolinea l'importanza di promuovere sistemi educativi più aperti e inclusivi e politiche che incoraggino una pari alfabetizzazione digitale; a questi interventi in campo educativo si aggiungono proposte per migliorare la cultura lavorativa nelle aziende tecnologiche per renderle più accoglienti nei confronti delle donne e delle minoranze. Da un punto di vista più profondo, sarebbe utile interrogarsi costantemente sul ruolo della tecnologia nel riprodurre marginalità, disuguaglianze e violenza nell’odierno capitalismo delle piattaforme (gig economy, intelligenze artificiali, algoritmi, sorveglianza e controllo dei dati), per arrivare a sviluppare sistemi e applicazioni orientati all’equità, alla giustizia sociale e alla cura. 

Riferimenti

Ashley E.A., Christle J. W., Hastie T., Mattsson C. M., Salisbury  H., Shcherbina A., Waggott D., Wheeler M.T. (2017), Accuracy in wrist-worn, sensor-based measurements of heart rate and energy expenditure in a diverse cohort, in «Journal of personalized medicine», 7(2), p. 3.

Chew H. E., Kraut R., West M. (2019), I'd blush if I could: closing gender divides in digital skills through education, Equals e Unesco

Criado Perez C. (2020), Invisibili: Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo. Dati alla mano, Torino, Einaudi.

Evans C. (2020), Connessione. Storia femminile di internet, Roma, Luiss University Press.

Faulkner W. (2001), The Technology Question in Feminism: A View from Feminist Technology Studies, in Women's Studies International Forum, 24(1), pp. 79-95.

Sciannambolo M. (2017), La rivincita delle nerd. Storie di donne, computer e sfida agli stereotipi, Milano, Mimesis. 

Questo articolo è tratto da Femministe col bot, DWF 142 (2024), 2 si ringrazia la rivista per la gentile concessione


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