Le ragazze che decidono di lasciare il Sud e le Isole in Italia lo fanno con più convinzione rispetto ai loro coetanei. A pesare sono soprattutto la carenza di servizi e opportunità e gli stereotipi di genere che le vorrebbero relegate a ruoli tradizionali. Ma c'è anche chi sceglie di restare puntando sul cambiamento. I risultati di due indagini dell'Università di Salerno
Chi fugge,
chi resta
Il crescente protagonismo delle donne nei processi migratori ha luci e ombre, in Italia e altrove. Se il poter emigrare in modo indipendente è una conquista, per le donne partire dal proprio luogo di origine evoca un futuro di non ritorno ancor più di quanto succeda per gli uomini. Ci si affanna perciò a conoscere il profilo e i perché di chi parte, mentre chi resta rimane spesso in ombra, immotivatamente.
Non è questo il caso di due indagini recenti condotte dall’Osservatorio su comunicazione partecipazione culture giovanili (Ocpg) dell’Università di Salerno, che hanno interrogato le persone giovani delle aree interne su vari aspetti del loro vissuto quotidiano e degli orientamenti al presente e al futuro, inclusa la prospettiva di restare nel luogo in cui vivono o di andarsene. In linea con studi e cornici teoriche che mettono in relazione condizione giovanile, capitale territoriale, pratiche di cittadinanza attiva e disuguaglianze di genere nelle aree interne, le due indagini distinguono tra orientamenti alla partenza e orientamenti alla "restanza" per cogliere le differenze di genere che attraversano aspirazioni, vincoli e pratiche delle persone giovani.
La prima indagine, Giovani dentro, è di tipo quantitativo. Realizzata in partnership con vari gruppi di ricerca e promossa dall'associazione Riabitare l’Italia, è stata condotta fra il 2020 e il 2022 su 1.008 giovani (491 uomini e 452 donne) fra i 18 e i 39 anni residenti in aree interne sull’intero territorio nazionale.
La seconda indagine, Giovani Restanti, è di tipo qualitativo. È stata promossa dall’Osservatorio giovani dell’Università di Salerno e condotta in Puglia e Campania tra il 2022 e il 2024 attraverso 74 interviste.
Da un primo sguardo ai dati quantitativi emergono differenze nette nel vissuto delle giovani donne e dei giovani uomini, mentre rispetto alla mobilità il quadro è più articolato. Le giovani delle aree interne raggiungono prima dei loro coetanei le tipiche tappe di transizione all’età adulta: finire gli studi, entrare nel mondo del lavoro, abitare per conto proprio, avere una relazione stabile, diventare genitori, in modo non molto diverso da quanto accade nel resto del paese. Quando lavorano, le donne sono più precarie, ma anche questo non è un tratto distintivo delle aree interne.
L’orientamento rispetto alla mobilità (Tabella 1) riserva invece qualche sorpresa non appena si opera una distinzione fra le persone ‘costrette’ e quelle ‘convinte’ a partire. Le donne del campione che prevedono di partire si dividono quasi equamente fra chi risponde: "vorrei vivere e lavorare altrove, ho in programma di partire e ne sono convinta" (56) e chi invece dichiara: "Anche se non mi fa piacere, penso che lascerei il posto in cui vivo; preferirei non partire ma non penso riuscirò a restare" (59). Fra i giovani maschi, invece, i ‘partenti convinti’ sono molto meno di quelli ‘costretti’ (rispettivamente 65 e 99), col risultato che, se si rapportano questi numeri alla rispettiva popolazione campionaria, il desiderio di partire sembra non avere genere, mentre il dispiacere di non poter restare è molto più declinato al maschile.
Il fatto che circa la metà delle donne che prevedono la partenza percepisca quest'ultima come in linea con le proprie aspirazioni – e la desideri in quanto scelta proattiva e aperta al cambiamento – apre una serie di riflessioni sui fattori economici e socio-culturali che spingono le persone a spostarsi dalle aree interne, e su quanto questi pesino cumulativamente sulla condizione femminile in questi luoghi. Nelle aree interne, le difficoltà in termini di lavoro, indipendenza e accesso ai servizi si intersecano con la maggiore esposizione delle donne a discriminazioni e aspettative sull’adesione a ruoli di genere tradizionali.
Tabella 1. Orientamento rispetto alla mobilità/restanza
| Orientamento | Uomini (18-39 anni) | Donne (18-39 anni) |
| Vorrei restare nel posto in cui vivo, pianificando qui la mia vita e il mio lavoro | 247 | 250 |
| Anche se non mi fa piacere penso che resterò dove sono, preferirei partire ma non penso riuscirò a farlo | 80 | 87 |
| Anche se non mi fa piacere penso che lascerò il posto in cui vivo; preferirei non partire ma non penso riuscirò a restare | 99 | 59 |
| Vorrei vivere e lavorare altrove, ho in programma di partire e ne sono convinto | 65 | 56 |
| Totale intervistate | 491 | 452 |
Fonte: Indagine Giovani Dentro
Un’ulteriore evidenza va a sostegno di tutto ciò: tra chi ha sempre vissuto nella propria area interna d’origine e prevede per la prima volta di andare a vivere in un altro luogo, c’è un numero più alto di giovani donne che di giovani uomini. Pertanto, sebbene le giovani donne risultino più radicate nei propri territori e con un vissuto di mobilità inferiore, non c’è una sottovalutazione femminile della mobilità. Anzi, ciò che emerge è un orientamento a partire, talvolta voluto e talvolta no, che sposta l'enfasi sui fattori che influenzano le decisioni di spostamento: maggiori opportunità formative e professionali, migliori condizioni socio-culturali e desiderio di mobilità sociale, ricerca d’indipendenza, accesso a migliori servizi e strutture.
Nonostante la loro minore mobilità, le giovani donne che restano sfidano la tradizionale lettura in chiave di esclusione sociale e la spostano a favore di una ‘agency intersezionale’, vale a dire di una capacità di generare innovazioni in risposta all’effetto cumulato – intersezionale, per l’appunto – delle tradizionali criticità di genere. Questo il quadro emerso dalle interviste qualitative ai e alle giovani restanti, anche grazie alla scelta di focalizzare l’indagine su vissuti, pratiche e rappresentazioni sociali di persone giovani coinvolte in percorsi di attivismo civico, neoruralismo e rigenerazione territoriale nel Mezzogiorno italiano.
Da queste interviste emergono figure di giovani che promuovono progetti neo-rurali, magari scegliendo di collaborare tra loro e agire in spazi pensati per le donne delle aree interne, come cooperative sociali, eco-villaggi e forum.
“Come gruppo promuoviamo l'agricoltura naturale, e l'agricoltura naturale si basa su tutt'altri principi, altre pratiche soprattutto, che sono molto più alla portata di una donna” ha raccontato un'intervistata di 34 anni. “È un'agricoltura di cura, molto meno di lavorazione della terra in maniera aggressiva, quindi si preserva il substrato e lo si manomette il meno possibile” ha spiegato.
”Come gruppi vulnerabili a cui ci siamo rivolti e sui quali abbiamo puntato la nostra attenzione – mi piacerebbe tanto non definirli vulnerabili, ma così è, di fatto – ci sono le donne” riferisce un'altra delle intervistate. ”È un laboratorio solo al femminile, un incontro molto orizzontale, tra contadine di ieri e contadine di oggi, per riconoscere e decostruire gli stereotipi di genere in agricoltura” conclude.
Eppure, queste giovani continuano a muoversi in un contesto fortemente mascolinizzato, dove ostacoli, pregiudizi e stereotipi legati ai ruoli di genere tradizionale interagiscono, rafforzandosi l’un l’altro, come evidenziano le testimonianze raccolte tramite l'indagine.
“All'inizio non sapevo proprio come relazionarmi: avevo sempre a che fare con persone più grandi di me, uomini, che chiedevano – e questa cosa mi è capitata e mi capita spesso, spessissimo – chi fosse il proprietario del terreno. Chiedevano di mio padre, magari c'era qualcosa da fare, qualche questione da risolvere, e io puntualmente chiedevo a loro di rivolgersi a me. Gli dicevo che era con me che dovevano parlare. Questa è la cosa che mi è capitata più spesso” ha raccontato un'intervistata di 28 anni.
“Ovviamente ci sono tanti momenti in cui c'è stata proprio una mancanza di rispetto, di attenzione, anche di tatto. Da noi si sente tantissimo il fatto che ovviamente ci sia una considerazione della donna sempre come inferiore rispetto all'uomo, soprattutto da un punto di vista tecnico, quindi è stato molto difficile per me lavorare con persone che avevano una loro idea di agricoltura magari convenzionale, e dovevano invece fare un lavoro per me. Non riuscivo a convincerli, o comunque non si convincevano del fatto che la mia alternativa fosse innanzi tutto una mia visione”.
C’è però un capitale immateriale fatto di simboli e icone che queste giovani donne possono sfruttare e lo si ritrova in figure femminili di riferimento, esempi virtuosi nel superare gli ostacoli patriarcali offerti da figure storiche o familiari, testimonianze e modelli di lotta al maschilismo. Come quello condiviso da un'intervistata di 35 anni: “mia nonna è rimasta vedova molto giovane, e si è dovuta rafforzare parecchio, soprattutto perché veniva da una famiglia molto patriarcale. I suoi fratelli tuttora provano a schiacciarla, ma lei gli ha sempre tenuto testa. È sempre riuscita a gestirli, è sempre andata oltre. Li ha sempre sfidati. È una cosa che può sembrare banale ma è veramente difficile da fare per una donna di 60-65 anni, vedova. Perché ti vedono sola, non hai il marito a fianco, cercano sempre di sovrastarti, anche i parenti, anche gli sconosciuti, invece mia nonna gli ha sempre tenuto testa, è sempre stata forte”.
Rimanere nelle aree interne significa, dunque, misurarsi con forti resistenze al cambiamento. La capacità di farlo da parte delle giovani che scelgono di restare non va sottovaluta, ma ha bisogno di essere supportata.
Questo articolo nasce dall'intervento tenuto all'interno del workshop Spopolamento, migrazioni e genere organizzato da Fondazione Giacomo Brodolini in collaborazione con l'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno (Svimez) e con il supporto di Save the Children, che si è tenuto a Roma il 30 settembre 2025.
Riferimenti
S. Leone, G. Iovino, A. Orio, La condizione giovanile nei territori del margine. Un focus sul capitale territoriale delle aree interne a partire dalla percezione dei giovani, in A. Membretti, S. Leone, S. Lucatelli, D. Storti, G. Urso (a cura di), Voglia di restare. Indagine sui giovani nell'Italia dei paesi, Roma, Donzelli Editore, 2023, pp. 19-43.
S. Leone, A. Orio, Scelte di vita e culture ambientali. Giovani neorurali che restano nelle aree interne, in Welfare e Ergonomia, 2, 2024, pp. 59-73.
S. Leone, G. Iovino, A. Orio, Vivere le aree interne. Condizioni e prospettive delle giovani donne, in D. Cersosimo, S. Ciampi, B. Dicks, G. Iovino, S. Leone, S. Licursi, S. Lucatelli, V. Lupo, A. Orio, G.V. Sonzogno, D. Storti, G. Urso (a cura di), Report Donne e aree interne. Riabitare l’Italia, 2025, pp. 13-26.
S. Leone, A. Orio, Donne attive nei territori del margine. Biografie e progetti rurali, in D. Cersosimo, S. Ciampi, B. Dicks, G. Iovino, S. Leone, S. Licursi, S. Lucatelli, V. Lupo, A. Orio, G.V. Sonzogno, D. Storti, G. Urso (a cura di), Report Donne e aree interne. Riabitare l’Italia, 2025, pp. 69-77.
S. Leone, A. Orio, Giovani, genere e partecipazione nelle aree marginali meridionali, in SocietàMutamentoPolitica, 16, 31, 2025, pp. 75-85.
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