Politiche

Arginare lo spopolamento delle aree interne e l'emigrazione dal Sud e le Isole verso il Centro-Nord sarà possibile solo se le politiche saranno in grado di puntare sull'occupazione femminile e investire in infrastrutture sociali. Una panoramica a partire dal nuovo rapporto dell'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno (Svimez)

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Lontane dal centro
Credits Unsplash/Louis Moncouyoux

L’emigrazione delle persone più giovani e qualificate verso l’estero ricorre oramai costantemente nel dibattito sul declino del sistema Italia, ma il topos riflette spesso una visione ‘nord-centrica’ nonché parziale nei confronti delle donne. Il contingente di giovani che dal Mezzogiorno si trasferisce nelle aree del Centro-Nord del paese è decisamente maggiore del flusso migratorio delle persone giovani verso l’estero. E le donne sono sempre più protagoniste dell’emigrazione dal Mezzogiorno, specialmente le più istruite.  

Nel 2024 più di diciottomila donne (residenti) hanno lasciato il Sud Italia dirette al Centro-Nord, mentre poco meno di seimila si sono dirette verso l’estero; un po' meno dei maschi nel primo caso, quanto i maschi nel secondo. Secondo il rapporto 2025 dell'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno (Svimez), più dei due terzi delle migranti verso il Centro-Nord era in possesso di una laurea nel 2023 (il 69%), mentre la cifra corrispondente per gli uomini si fermava al 51%.   

Come si legge in una recente nota dell’Istat parlando del quinquennio 2019-2024, “al netto della perdita dovuta allo scambio con l’estero, il saldo migratorio complessivo degli italiani laureati diventa quindi positivo nel Nord”. Sdrammatizzare l’emigrazione delle persone giovani dal meridione verso il Centro-Nord chiamandola mobilità interna significa finire con l’oscurare un importante effetto di compensazione che coinvolge in modo particolare le laureate del Sud e delle Isole.

Nella stragrande maggioranza dei casi, la scelta di emigrare al Centro-Nord è definitiva. Secondo un’indagine condotta online su più di cinquecento persone che hanno lasciato la Basilicata per il Centro-Nord o l’estero nel corso degli ultimi vent’anni, quasi il 70% delle persone intervistate ha escluso di ritornare, le donne poco meno degli uomini.[1]

Spopolamento e diritto a restare

Quando quasi la metà dei flussi migratori nazionali origina dalle cosiddette ‘aree interne’ per dirigersi verso i ‘poli’, la mobilità interna diventa spopolamento, ed è quanto accaduto negli ultimi vent’anni. Le aree interne sono i comuni italiani più periferici, definiti tali in base alla distanza che li separa dai poli, ovvero aggregati urbani in grado di offrire una rosa di servizi essenziali (scolastici, sanitari, logistici). 

Lo spopolamento delle aree interne non è un fenomeno nuovo, ma sta assumendo proporzioni drammatiche e mette in discussione il ‘diritto a restare’ nel luogo che ha nutrito le proprie radici. Il problema è particolarmente allarmante al Sud e nelle Isole. Un dato su tutti: il rischio di chiusura dell’unica scuola primaria presente nel comune riguarda poco meno della metà dei 6.300 comuni italiani in cui tale scuola è attiva, ma la quota dei comuni a rischio supera il 60% in cinque delle otto regioni del Mezzogiorno, come ci dice il rapporto Svimez 2025.   

Alla sperequazione fra macroaree rispetto al rischio di spopolamento non si associa, fortunatamente, una significativa sperequazione di genere, ovvero le donne ne soffrono quanto gli uomini. Le differenze riguardano piuttosto i vincoli, le motivazioni e le strategie messe in atto per riuscire a restare in un’area remota o per allontanarsene.  

Per un certo periodo si è nutrita la speranza che l’immigrazione dall’estero potesse far parte della soluzione, compensando almeno in parte l’esodo dalle aree interne. Questa possibilità si sta rivelando illusoria: le persone straniere tendono a dirigersi laddove trovano più facile accesso a opportunità di lavoro e servizi, quindi nei poli piuttosto che nelle aree interne. Se, dunque, una soluzione al problema dello spopolamento è possibile, essa passa per le donne, da sempre risorsa poco conosciuta e poco valorizzata del Mezzogiorno. È di conforto, in questo, lo studio che Carlo Lallo e Cecilia Tomassini (Università del Molise) hanno condotto sui comuni del Molise, da cui emerge che il rischio di spopolamento è più basso laddove l’occupazione delle donne è più alta.  

Infrastrutture sociali, cosa promette il Pnrr

Ciò richiama l’importanza strategica di investire in infrastrutture sociali, una ricetta che rimane pervicacemente attuale e che suona familiare alle lettrici e ai lettori di inGenere. La buona notizia è che, secondo il rapporto Svimez, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sta offrendo al Mezzogiorno un’occasione per iniziare a colmare il divario infrastrutturale nell’ambito del sistema scolastico. Quanto realizzato finora grazie al Pnrr ha già dimezzato il divario Nord-Sud nel tasso di copertura dei nidi pubblici per la fascia 0-3 anni, e quanto previsto per la fine del prossimo anno praticamente azzererebbe il medesimo divario, qualora fosse realizzato (26% al Centro-Nord, 25% nel Sud e nelle Isole). 

È aumentata significativamente anche la quota di alunni e alunne meridionali della scuola primaria che possono usufruire del servizio mensa, e quindi aspirare al tempo pieno, sebbene la disparità territoriale nella dotazione di mense scolastiche rimanga elevata (nel 2023/2024 ne ha beneficiato il 32% degli e delle alunne meridionali, rispetto al 69% di quelle del Centro-Nord).

Nonostante i progressi fin qui documentati si riferiscano alle sole infrastrutture scolastiche, ci piace vederli come una prima tappa di successo nel difficile percorso verso la coesione territoriale. Affinché il successo non sia effimero, però, servono altri successi, non meno semplici da realizzare. Il Pnrr, si sa, finanzia prevalentemente le spese in conto capitale, l’edificio che ospita l’asilo o la mensa, i banchi, le lavagne, le cucine e così via. Una volta che le nuove mense e i nuovi asili siano pronti a offrire servizi, la finanza locale deve essere messa in grado di garantire continuità e congruità della spesa corrente per finanziare insegnanti, personale amministrativo e ausiliario, alimenti, energia e quant’altro serve.

Ebbene, questa garanzia ancora non c’è: gli asili nido, in particolare, sono servizi a domanda individuale la cui spesa (corrente) viene coperta in parte dalle rette degli utenti, in parte da contributi comunali che non sempre sono disponibili o bastano. Se si considera l’economia nel suo complesso, la spesa corrente per far funzionare nidi e mense è parzialmente in grado di finanziarsi da sé, nel senso di generare entrate fiscali che compensano almeno in parte gli esborsi. 

Il problema è che la compensazione avviene attraverso un aumento delle entrate a livello centrale che non viene automaticamente trasmesso all’ente locale erogatore (i comuni). Inoltre, l’ammontare della compensazione è significativo a determinate condizioni. Nel caso degli asili, per esempio, la condizione è che una quota congrua dei genitori non occupati che beneficiano dei nuovi posti in asilo – per lo più madri – se ne serva per entrare o rientrare nel mercato del lavoro, mettendo in moto circuiti che generano maggior reddito per la comunità e maggiori entrate fiscali. Nel contesto meridionale ciò potrà succedere a patto che le opportunità di lavoro per questi genitori si palesino effettivamente, ma anche a patto che risulti ‘pagante’ cogliere queste opportunità. Attualmente nessuna di queste condizioni può essere data per scontata, come veniamo ammoniti dal crescere dell’emigrazione e del rischio di spopolamento.   

Va riconosciuto che, nel triennio 2021-2024, l’occupazione femminile è cresciuta nel Mezzogiorno più che nel resto del paese, un altro lascito del Pnrr, ma lo scarto territoriale nel tasso di occupazione è ancora enorme (37% contro il 62% del Centro-Nord nella fascia di età 15-64 anni). L’aumento di occupazione, che ha interessato tutti i settori salvo l’agricoltura, si è concentrato prevalentemente nel comparto pubblico (amministrazione, sanità, istruzione e difesa) e nel commercio, con più di cinquantamila nuove occupate in ciascuno dei due settori, come evidenzia il rapporto Svimez. Da un lato, non si può escludere che il post-Pnrr metta a rischio una parte dell’occupazione nel settore pubblico, dall’altro preoccupa che in quello privato l’occupazione cresca soprattutto in un circuito turistico e commerciale dove basse retribuzioni e precarietà non sono l’eccezione.

Non ci si può dunque illudere che la spinta generata dal Pnrr basti per un rilancio duraturo dell’economia meridionale. Occorre una progettazione, un disegno concreto a partire da chiare priorità. L’obiettivo classico da cui muove il meridionalismo del dopoguerra è perequare il divario Nord-Sud facendo perno sulle infrastrutture industriali. Spopolamento ed emigrazione impongono di far contemporaneamente leva sullo sviluppo delle infrastrutture sociali, in sinergia con la crescita dell’occupazione femminile a Sud e nelle Isole. 

Non sono visioni opposte, ma è sempre più urgente che dialoghino nell’ambito di un unico disegno di rilancio del Mezzogiorno. Le persone giovani che vogliono restare nelle aree interne – e non sono poche – l’hanno capito. Si sono riunite nell’associazione Give Back Giovani - Aree Interne e hanno proposto un insieme di misure per far arretrare lo spopolamento, offrendo con ciò un apprezzato tassello a un disegno più complessivo.

Nelle prossime settimane seguiranno una serie di contributi che cercheranno di approfondire questi nodi da diverse prospettive, per contribuire alla costruzione di un dibattito pubblico informato che non ne oscuri la complessità. 

Questo articolo e i contributi che ne seguiranno derivano dal workshop Spopolamento, migrazioni e genere che si è tenuto a Roma il 30 settembre 2025. Si ringrazia l'Associazione per lo sviluppo nel Mezzogiorno (Svimez) per la collaborazione. 

Riferimenti

F. Benassi, S. Strozza, Figli di un Dio minore: stranieri e aree interne in Italia, in Economia & Lavoro, LIX, 3, 2025, pp. 87-107 (in corso di pubblicazione).

F. Benassi, C. Tomassini, C. Lallo, The Local Regression Approach as a Tool to Improve Place-Based Policies: The Case of Molise (Southern Italy), in Spatial Demography, 12, 2, 2024.

D. Bubbico, A. Salvia, Via dalla Basilicata. Necessità o scelta?, presentazione al workshop Spopolamento, migrazioni e genere, Roma, 30 settembre 2025.

C. Lallo, C. Tomassini, Donne al lavoro per restare: il ruolo dell'occupazione femminile nella demografia delle aree interne, presentazione al workshop Spopolamento, migrazioni e genere, Roma, 30 settembre 2025.

S. Leone, A. Orio, Giovani, Genere e partecipazione nelle aree marginali meridionali, in SocietàMutamentoPolitica, 16, 31, 2025.

R. Sullo, E. Marro (Giveback Giovani Aree Interne), Dai giovani e per i giovani: le proposte per un futuro delle aree interne, presentazione al workshop Spopolamento, migrazioni e genere, Roma, 30 settembre 2025.

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