Trasparenza salariale: il decreto di recepimento della direttiva europea in Italia ne limita di fatto la portata. Rendendo marginale il ruolo delle parti sociali e ridimensionando alcune prescrizioni normative, il testo imbriglia la valutazione del lavoro "di pari valore" che altri paesi europei hanno invece colto come opportunità per arginare le discriminazioni di genere in ambito professionale

Non siamo
trasparenti

di Esmeralda Rizzi

La settimana scorsa il Consiglio dei ministri ha approvato lo schema di decreto legislativo per il recepimento della Direttiva (UE) 2023/ 970 sulla trasparenza salariale il cui obiettivo dichiarato è contrastare il gender pay gap. 

La direttiva fa parte di un pacchetto di provvedimenti che compongono la Strategia per la parità di genere per il 2020-2025 voluta dalla precedente Commissione europea che, oltre al tema della parità salariale, si basava su altre cinque direttive: quelle sulla conciliazione vita-lavoro, sul contrasto alla violenza contro le donne, sulla parità di genere nei CdA e le ultime due  dedicate agli organismi di parità. Un progetto, la strategia, che Ursula Von Der Leyen aveva vantato di essere riuscita a portare a termine ma che, all’indomani del 1 dicembre 2024, data d’insediamento della rinnovata Commissione, come ha spiegato la stessa Presidente al Comitato donne della Confederazione europea dei sindacati, non sarebbe stato possibile ripetere o allargare viste le mutate convergenze politiche dell’Unione. 

Non dovremmo mai dimenticare che i governi non sono tutti uguali e che le maggioranze politiche che li reggono producono atti in linea con i valori fondanti dei gruppi politici di riferimento. Indubbiamente, l’attuale maggioranza europea conta su forze dichiaratamente ispirate a una concezione della società non paritaria e ancor meno femminista. 

Per perseguire una effettiva parità nel lavoro, salariale ma anche di progressione, la Direttiva 2023/970 si basa su due strumenti principali: la trasparenza delle retribuzioni prima dell’assunzione, collegata alla proposta occupazionale, e quella sui livelli retributivi medi ripartiti per sesso delle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro. 

Il metro del “lavoro di pari valore” qui non indica la “stessa retribuzione per lo stesso lavoro”, ma un elemento più profondamente culturale come culturale è la sostanziale sottovalutazione sociale e economica del lavoro prevalentemente femminile. Ed è questo, probabilmente, l’aspetto più rivoluzionario della Direttiva sulla trasparenza. 

Fino a oggi, infatti, le donne non sono state penalizzate solo da progressioni di carriera e superminimi legati, per esempio, alla presenza sul lavoro ma anche, e più in generale, da una diversa valutazione del “valore lavoro” delle professioni considerate femminili, quelle legate alla cura, all’insegnamento nelle fasce d’età più basse, quelle a maggiore impegno psico-emotivo piuttosto che di forza fisica, come le professioni a contatto con il pubblico. 

Proprio su questo, nel 2019, la Corte di Giustizia europea si era pronunciata a proposito del “caso Tesco” – azienda britannica della grande distribuzione- con una sentenza dirompente che dava concretezza al principio astratto del lavoro di pari valore. La Corte di Giustizia, riconoscendo la discriminazione salariale basata sul genere per “un lavoro di pari valore”, condannò Tesco ad adeguare il salario del personale addetto alle casse, perlopiù donne, a quello degli addetti alla distribuzione merci, quasi esclusivamente uomini, pagati più delle colleghe. 

In Italia come in Europa le imprese, ritenendo le prescrizioni della Direttiva impegnative e onerose, hanno cercato di ostacolarne il percorso di recepimento evidenziando come criticità soprattutto l’applicazione pratica del concetto di “lavoro di pari valore”, sia l’obbligo di una reportistica dettagliata sui livelli, gli inquadramenti e le progressioni di carriera. 

Lo schema di decreto legislativo approvato in Consiglio dei ministri in Italia sembra recepire le preoccupazioni delle parti datoriali limitando di fatto la portata potenzialmente rivoluzionaria della Direttiva 2023/970 comprimendo sia il ruolo delle parti sociali, così come era invece previsto nelle indicazioni europee, sia alcune prescrizioni normative. Già a partire dalla modalità di stesura il decreto ha visto un primo coinvolgimento delle organizzazioni sindacali confederali prima dell’estate 2025, ma su loro sollecitazione, un ulteriore incontro allargato alle parti datoriali presso il ministero del lavoro a settembre, e un sostanziale silenzio fino alla presentazione per sommi capi dell’ipotesi di decreto appena quattro giorni prima del voto. 

La Cgil nel commentare il testo votato in Consiglio dei ministri ha rilevato che questo non conferma l’impianto innovativo annunciato dal Governo nel percorso di attuazione della Carta sociale europea e stigmatizza l’esclusione di alcune forme di lavoro dall’ambito di applicazione della Direttiva: l’apprendistato, il lavoro domestico, le collaborazioni e il lavoro autonomo quando regolato dalla contrattazione collettiva. 

Il decreto, in più parti, fa poi riferimento al contratto collettivo nazionale di lavoro adottato dalle imprese anche se non maggiormente rappresentative, il che lascia ampi margini ai contratti in dumping

Sul versante della trasparenza, negli incontri ministeriali, era stato concordato di far confluire le nuove prescrizioni reportistiche previste dalla Direttiva nei rapporti biennali come disciplinati dal decreto legislativo 198 del 2006, invece il decreto esclude le aziende sotto i 100 dipendenti, prevede una cadenza triennale per quelle sotto i 250 e, soprattutto, per quelle sotto i 150 dipendenti, l’obbligo di rendicontazione scatterà solo a partire dal 2031. Infine, il provvedimento imbriglia la valutazione del lavoro di pari valore che altri paesi europei hanno invece colto come opportunità per individuare meccanismi correttivi alla discriminazione professionale di genere che penalizza le lavoratrici

Ancora una volta, il primo governo italiano guidato da una donna penalizza le altre donne sacrificandole sull’altare di equilibri politici che vedono nella parità di genere non uno strumento di miglioramento sociale ma di rottura di privilegi e posizioni di forza che trovano nelle destre sostegno e tutele. È davvero il caso di dire che alcune donne riescono sì a rompere il soffitto di cristallo per poi lasciare, però, che i pezzi di vetro più taglienti cadano addosso a tutte quelle che ancora ci si trovano sotto. 


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