Nell’anno dell’ottantesimo anniversario delle Nazioni Unite, il Segretario generale António Guterres ha annunciato un progetto di riforma volto a ripensare strutture, priorità e funzioni dell'organizzazione per rispondere con più efficacia alle grandi sfide del presente. Perché questo avvenga sarà necessario però presidiare diritti umani, parità di genere e salute sessuale e riproduttiva delle donne, un passaggio tutt'altro che scontato nella transizione in atto
Presidiare
la parità
Nel mezzo di quella che viene definita solo come una "crisi finanziaria", le Nazioni Unite si trovano, in realtà, immerse in una situazione politica molto complessa e preoccupante. I due aspetti sono strettamente intrecciati e se tentare di separarli risulta impossibile, leggerli da una prospettiva di genere può essere utile.
È infatti con la consapevolezza della complessità della situazione che, nell’anno dell’ottantesimo anniversario dell’organizzazione internazionale, il Segretario generale António Guterres ha annunciato lo scorso marzo un progetto di riforma chiamato UN80, volto a ripensare strutture, priorità e funzioni dell'organizzazione alla luce delle sfide globali contemporanee.
Capire chi possa partecipare e contribuire a tale ambiziosa trasformazione è complesso, ma sono diverse le coalizioni internazionali femministe, che frequentano i processi Onu per la giustizia di genere, che segnalano innanzitutto di essere rimaste ai margini dei dialoghi relativi a tale riforma.
Nonostante la retorica dell’inclusività e della trasformazione che si trovano nelle dichiarazioni e nei documenti di riferimento, questa marginalizzazione rischia di indebolire proprio quella dimensione partecipativa che dovrebbe legittimare il percorso di riforma. Il coinvolgimento della società civile rappresenta un elemento cruciale, poiché senza una partecipazione reale e significativa di movimenti, organizzazioni e associazioni per i diritti delle donne e delle persone Lgbtqia+, le decisioni rischiano di restare astratte, lontane dalla realtà e incapaci di rispondere ai bisogni concreti e portare avanti il contrasto alle discriminazioni.
Nel frattempo Guterres ha dichiarato il mese scorso che l’organizzazione è in “corsa verso il fallimento”. Pertanto, non sorprende che abbia presentato un bilancio ridotto per il 2026 che ammonta a 3,238 miliardi di dollari, invece della richiesta iniziale di 3,715, inferiore del 15,1% rispetto allo stanziamento approvato per il 2025. Il Segretario generale ha delineato una prospettiva profondamente precaria, in grado di compromettere la liquidità e le operazioni principali dell’Onu.
Per rispondere con tempestività a queste ultime, gli obiettivi principali di tale riforma sono l’agilità, l’efficacia e la capacità di azione, collocando questo rinnovamento in un percorso già avviato in precedenza con le iniziative Patto per il futuro e UN 2.0, che puntavano a un’organizzazione più efficiente e pronta a reagire ai problemi del presente.
Non si può negare che la struttura dell’Onu e molti dei suoi meccanismi riflettano l’epoca della sua fondazione, ovvero un mondo post Seconda guerra mondiale che ha definito mandati, procedure e assetti organizzativi che non sempre hanno tenuto il passo con i mutamenti negli equilibri di potere internazionali, con l’evoluzione tecnologica e con le crisi che stanno dando forma alla nostra contemporaneità.
La fiducia nelle Nazioni Unite è diminuita con l'aumento delle tensioni geopolitiche, e il Consiglio di sicurezza è indubbiamente l’organo che ha contribuito allo stallo preoccupante di fronte a situazioni che richiedevano, e tutt’ora necessiterebbero, interventi immediati. I suoi cinque membri permanenti – Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti – hanno fatto sempre più ricorso al loro potere di veto, spesso con il risultato di paralizzare ogni tentativo di operazione e possibilità di risoluzione. UN80 è stata presentata come una svolta necessaria per rendere l’organizzazione più efficiente, agile e capace di affrontare le sfide di un presente fiaccato da una inarrestabile crisi climatica, da guerre, conflitti e massacri.
Per questo, appaiono necessari un’ampia ristrutturazione e un rafforzamento della fiducia nelle istituzioni intergovernative. Tuttavia, la situazione attuale è dovuta anche al fatto che molti stati membri non versano i loro contributi per intero o nei tempi previsti. A fine aprile 2025, i suddetti contributi non versati al bilancio ordinario ammontavano a circa 2,4 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti ne devono circa 1,5 solo in versamenti non effettuati; altri importanti debitori sono Cina, Messico, Russia, Arabia Saudita e Venezuela.
Sebbene questa mancanza possa essere imputata a una condizione di fragilità economica mondiale, non si può ignorare che vi siano anche posizioni esplicite di diversi governi che non intendono sostenere organismi e progetti politici transnazionali e che da tempo contestano l’esistenza dell’Onu, ne boicottano o disconoscono l’autorevolezza, minando l’assetto multilaterale. Una posizione che è risultata lampante con i tagli operati dall’amministrazione Trump, subito dopo il suo insediamento, che hanno evidenziato come le scelte politiche e i connessi provvedimenti economici possano incidere direttamente sulla capacità operativa dell’Organizzazione.
Scendendo nel dettaglio, il processo di riforma UN80 si articola in tre principali linee di lavoro. La prima mira all’efficienza e al miglioramento dei processi, con l’obiettivo di semplificare e razionalizzare i servizi di supporto amministrativo, integrandoli laddove possibile. La seconda ha l’obiettivo di esaminare le migliaia di mandati esistenti all’interno del sistema Onu, per identificare sovrapposizioni, duplicazioni o richieste ridondanti. In questo contesto, si prevede di mappare le inefficienze e individuare mandati superati o privi di efficacia. Si tratta di un passaggio delicato, perché i mandati rappresentano ciò che gli stati membri chiedono all’Onu di realizzare e intervenire su questo terreno significa inevitabilmente confrontarsi con sensibilità politiche e interessi consolidati e divergenti. La revisione non sarà quindi solo tecnica o amministrativa, ma assumerà una forte dimensione politica, legata alla decisione su quali programmi mantenere e quali eventualmente eliminare.
La terza linea di lavoro riguarda le riforme strutturali e il riallineamento dei programmi. Fra le proposte, figurano la creazione di una piattaforma per l’innovazione tecnologica e la raccolta dati, un gruppo sui diritti umani con mandato trasversale ai tre pilastri dell’Onu (pace, sviluppo sostenibile e diritti umani), un nuovo patto umanitario che comprende le questioni di genere, includendo la possibilità di fusione di alcune entità chiave impegnate su questi temi. Con i conflitti e i nazionalismi in aumento e le minacce crescenti ai diritti umani, la narrazione ufficiale dalle Nazioni Unite dipinge la riforma come una risposta strategica a problemi globali urgenti. Tuttavia, dietro le dichiarazioni di intenti e una necessità di rilancio che potrebbe essere una grande occasione, emergono rischi concreti: l’attenzione ai diritti umani, all’uguaglianza di genere e alla protezione dei gruppi e delle persone più vulnerabili potrebbe rischiare di essere sacrificata sull’altare dell’efficienza burocratica.
La questione dei diritti umani è un nodo delicato, al cui interno sono inquadrate le questioni di genere. Il sottofinanziamento in questo settore – appena il 5% del budget regolare e meno dell’1% del totale – dimostra quanto sia critica la protezione dei diritti fondamentali. Qualsiasi ottimizzazione o razionalizzazione non può tradursi in un depauperamento, perché ciò metterebbe a rischio donne, ragazze, persone Lgbtqia+, persone con disabilità, minoranze etniche e religiose, persone giovani.
È fondamentale che le politiche di uguaglianza siano accompagnate da programmi mirati, fondi dedicati e leadership riconosciuta all’interno delle agenzie. In caso di fusione tra enti, come è stato ipotizzato, occorre garantire che i programmi essenziali per la salute sessuale e riproduttiva, la prevenzione della violenza di genere e il sostegno alle organizzazioni della società civile non vengano indeboliti o cancellati.
Quello che nello specifico suscita particolare preoccupazione tra coloro che seguono i processi Onu riguarda la possibile fusione o riallineamento di agenzie come UN Women e il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (United Nations Population Fund, UNFPA). Sebbene UN80 voglia promuovere maggiore efficienza e integrazione, la combinazione di queste due agenzie in una sola rischia di diluire o compromettere il mandato specifico di UNFPA sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi. Tutto questo mentre 224 milioni di donne non hanno ancora accesso a metodi di pianificazione familiare sicuri ed efficaci.
Questa mancanza non solo aumenta il rischio di gravidanze indesiderate, mortalità materna, a causa degli aborti clandestini a cui le donne sono costrette a ricorrere in molti paesi, ma ha anche ulteriori e gravi ripercussioni sociali, quali gravidanze adolescenziali, abbandono scolastico e aumento della violenza di genere. In sintesi, tale fusione può accrescere il rischio di sottofinanziamento, indebolendo l’efficacia delle politiche globali per promuovere e proteggere l’autonomia corporea e la capacità di autodeterminazione.
È indispensabile che, in caso di una fusione, gli investimenti adeguati e la priorità politica attribuita alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi siano mantenuti e rafforzati. I tagli ai finanziamenti da parte dei governi donatori o il loro mancato versamento, nonché il contesto geopolitico, stanno già avendo impatti devastanti sui servizi e sui programmi essenziali, che incidono direttamente sulla vita delle persone e dei gruppi maggiormente emarginati ed esclusi da discriminazioni sistemiche e strutturali.
Una fusione di mandati dovrebbe sfruttare le opportunità di razionalizzazione e ottimizzazione dei fondi, senza che vi sia una perdita di impatto in nome dell’efficienza, né il sacrificio delle competenze o dell’efficacia dei programmi. Se è condivisibile la necessità di una riforma coraggiosa, capace di semplificare la burocrazia, sono anche essenziali garanzie che assicurino che nessuna riduzione di bilancio venga mascherata da altro, e che tutti i programmi esistenti, i servizi, i diritti e il linguaggio correlato siano preservati, garantiti e potenziati.
Tenendo conto, inoltre, che subordinare i diritti e l’uguaglianza di genere alle logiche di efficienza e austerità rischia di intaccare la stessa legittimità dell’Onu come garante del multilateralismo e della giustizia globale. Inoltre, in un contesto come quello attuale in cui le violazioni dei diritti umani sono in aumento, ridurre gli investimenti in questo settore significherebbe minarne la capacità stessa di adempiere al suo mandato.
In sintesi, la riforma potrebbe trasformare l’Onu in un organismo più snello ed efficiente, ma questo risultato sarà reale solo se saranno posti al centro i diritti e senza operare passi indietro sull’uguaglianza di genere. Per far questo, la partecipazione della società civile deve essere reale, effettiva e sostenuta, ad esempio dando accesso a processi come la Commission on the Status of Women in tutte le sue fasi, comprese le negoziazioni.
La posta in gioco di questa riforma epocale non è soltanto amministrativa: riguarda la capacità dell’Onu di rispettare i propri impegni storici sui diritti umani, sulla giustizia di genere e sulla protezione delle vulnerabilità. Ogni decisione su fusioni, tagli o ridefinizione dei mandati dovrà essere valutata alla luce di questi principi fondamentali, e bisogna dunque cogliere un’occasione storica per avere meccanismi transnazionali più forti, inclusivi e capaci di affrontare un attacco coordinato ai diritti individuali e ai diritti di genere in particolare. Per fare ciò è necessario un impegno concreto di immaginazione, a cui segua la possibilità di attuazione e, quindi, di trasformazione.